La guerra dei droni cambia il mondo
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Era il novembre 2016 quando, nella rivista statunitense «Foreign Affairs», il professor Lawrence D. Freedman scriveva un articolo[1] intitolato così: «La rivoluzione dei droni. Meno rivoluzionaria di quanto sembri». In estrema sintesi, l’argomento di Freedman era che i droni erano sì una tecnologia importante, capace di migliorare la sorveglianza, la ricognizione e gli attacchi mirati, ma allo stesso tempo che non avrebbero cambiato automaticamente la natura della guerra e dunque non andavano sopravvalutati.
Sono bastati dieci anni per invertire totalmente questa rotta: oggi i droni stanno cambiando il modo di fare la guerra. Certo, i velivoli a pilotaggio remoto esistono fin dagli albori della potenza aerea: le prime sperimentazioni di velivoli senza pilota risalgono alla Prima guerra mondiale, quando furono sviluppati prototipi come il Kettering Bug statunitense e l’Aerial Target britannico; la prima svolta è datata 1977, quando l’ingegnere israeliano Abraham Karem emigrò negli Stati Uniti. Tuttavia, l’uso crescente dei droni abbinato a un mondo sempre più diviso e alla rivoluzione digitale dell’intelligenza artificiale (Ia), hanno imposto una svolta velocissima al modo in cui oggi si fa la guerra. Papa Leone XIV vi ha fatto più volte riferimento. Durante la veglia di preghiera presieduta nella basilica di San Pietro lo scorso 11 aprile in cui il Pontefice ha pregato per «un Regno in cui non c’è spada, né drone, né vendetta, né banalizzazione del male, né ingiusto profitto, ma solo dignità, comprensione, perdono». La follia della guerra, invece, abbinata ai suoi mezzi sempre più evoluti sta mettendo sul tavolo almeno tre, grandi temi di portata rivoluzionaria.
La democratizzazione della guerra
Il primo è la democratizzazione della guerra. Per decenni solo le grandi potenze potevano esercitare una significativa capacità aerea, il che significava avere anzitutto aeroporti e basi militari, quindi piloti addestrati, una forte industria dell’aeronautica, enormi investimenti economici e via dicendo. L’avvento dei droni ha cambiato radicalmente questa equazione. Oggi gruppi ribelli, milizie e attori non statali possono costruire capacità offensive o difensive con mezzi relativamente economici. E se è vero che un drone non è capace, da solo, di stravolgere il fronte aereo così come un missile, è invece vero che esso può assolvere a una serie di altre funzioni strategiche essenziali: osservare il nemico dall’alto, correggere il tiro dell’artiglieria, colpire bersagli a decine o centinaia di chilometri, raccogliere dati di intelligence, diffondere elementi di propaganda.
Questo ci consente anzitutto di distinguere le diverse categorie esistenti di droni. I più diffusi sono i droni da ricognizione, utilizzati per osservare il campo di battaglia, individuare bersagli e trasmettere immagini in tempo reale ai comandanti. Esistono poi i droni armati, progettati anche per colpire. Una categoria sempre più importante è quella delle loitering munitions, spesso definite "droni kamikaze". A differenza dei droni armati tradizionali, non trasportano un'arma separata: sono essi stessi l'arma. Negli ultimi anni hanno acquisito enorme notorietà i droni FPV (First Person View), pilotati attraverso visori o schermi che mostrano in tempo reale ciò che vede la telecamera installata a bordo. Molti derivano da modelli civili impiegati originariamente per gare o attività ricreative. Costano spesso poche centinaia di euro ma possono distruggere mezzi blindati, postazioni o veicoli dal valore di centinaia di migliaia di euro. Accanto ai droni aerei stanno emergendo anche i droni navali di superficie, piccoli mezzi senza equipaggio utilizzati per attaccare navi o infrastrutture marittime, e i droni subacquei, destinati alla sorveglianza o a missioni offensive sotto il livello del mare. All'estremo opposto si trovano i droni strategici ad alta quota, veri e propri aeromobili militari capaci di volare per decine di ore e coprire migliaia di chilometri. Parlare genericamente di "droni" rischia dunque di nascondere differenze enormi. Un piccolo FPV ucraino assemblato con componenti commerciali e un MQ-9 Reaper statunitense condividono il fatto di essere privi di pilota, ma per capacità operative, costo, tecnologia e impatto strategico appartengono a due universi differenti.
Il caso libanese
Un esempio evidente della democratizzazione del conflitto deriva dalle capacità tecnologiche di Hezbollah, la milizia sciita libanese che, pur non possedendo un'aeronautica militare, dispone comunque di una certa capacità aerea offensiva. Lo scorso 4 giugno il quotidiano «The New York Times» ha scritto[2] che la minaccia principale per Israele riguarda l'uso di droni d'attacco di Hezbollah, controllati tramite sottili cavi a fibra ottica che si srotolano durante il volo. Non utilizzando segnali radio, questi droni sono completamente immuni al disturbo elettronico. Di più, hanno un controllo diretto: l'operatore rimane collegato fisicamente al drone, permettendo attacchi precisi. Il risultato è che, da aprile scorso, attacchi con simili droni hanno ucciso almeno dieci soldati e un civile israeliano. Hezbollah ha pubblicato oltre 30 video nel solo mese di maggio in cui si vedono i droni colpire truppe e mezzi, utilizzando musica drammatica per massimizzare l'effetto propagandistico.
Il dramma del Sudan
Eppure, l’applicazione forse più evidente di questa tecnologia viene da un conflitto periferico ma sempre più digitalizzato come quello sudanese. Fino a pochi anni fa le Rapid Support Forces (RSF), le forze ribelli guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, non avrebbero mai potuto sfidare l’aviazione delle Sudan Armed Forces (SAF) con tanta facilità. Oggi sono riuscite ad attaccare aeroporti, centrali elettriche, depositi di carburante e infrastrutture strategiche utilizzando droni a lungo raggio. Nel maggio 2025 hanno persino colpito Port Sudan[3], che fino ad allora era considerata relativamente al sicuro, e lo scorso ottobre hanno conquistato El-Fasher dopo un assedio durato anni. Se è vero che quello sudanese resta un conflitto etnico per la gestione del potere tra centro e periferie, tra arabi e africani, è altrettanto vero che proprio la presenza di attori esterni sta aumentando la digitalizzazione del conflitto e, quindi, la sua profondità.
Le accuse più documentate riguardano il sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle RSF di Hemedti. Numerose inchieste, rapporti Onu[4] e analisi open source sostengono che Abu Dhabi abbia fornito o facilitato il trasferimento di armamenti, inclusi sistemi UAV e componenti per droni, attraverso reti logistiche che passano soprattutto per il Ciad. Le Saf hanno costruito una rete molto più articolata. I droni turchi Bayraktar TB2 prima e Akinci poi hanno contribuito in modo significativo alle offensive che hanno consentito all'esercito di riconquistare ampie aree di Khartoum. L'Iran è stato tra i primi Paesi a fornire droni alle Saf dopo lo scoppio della guerra, in particolare con i Mohajer-6, impiegati per ricognizione e attacchi di precisione. L’aspetto più interessante emerso recentemente riguarda l’Egitto: secondo un’inchiesta[5] di «The New York Times», Il Cairo avrebbe consentito l'utilizzo di una base segreta nel deserto occidentale da cui opererebbero droni impiegati a sostegno delle SAF. Le immagini satellitari analizzate dal giornale mostrerebbero la presenza di droni turchi Akinci e infrastrutture dedicate alle operazioni sul Sudan.
È proprio il caso di dire che in un solo Paese c’è il mondo e che, però, proprio nel silenzio del mondo si sta testando la capacità di questi mezzi tecnologici di rivoluzionare il modo d’intendere la guerra. Le conseguenze le abbiamo raccontate spesso sui media vaticani: il Sudan resta la più grave crisi umanitaria al mondo, dove circa 30,4 milioni di persone – più della metà della popolazione – necessita di assistenza urgente e oltre 12 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Sul nostro giornale, lo scorso dicembre, padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano in Africa dal 1977, ci aveva raccontato le conseguenze di un attacco con droni nei Monti Nuba, nel Kordofan meridionale in Sudan: «Il primo drone ha colpito all’improvviso – ci aveva raccontato il missionario – uccidendo molte persone sul colpo. A rendere la strage ancora più grave è stato però un secondo attacco, avvenuto a distanza di pochi minuti. Tra il primo e il secondo attacco erano arrivati altri studenti, bambini della scuola vicina e persone accorse per soccorrere i feriti. Il secondo drone ha colpito anche loro». Ciò che però lo ha impressionato maggiormente è stata la modalità dell’attacco. «Non c’era il grande cratere tipico delle bombe. Solo terra bruciata e un piccolo avvallamento. Questi droni “kamikaze” non li vedi arrivare, non li senti. Esplodono in una grande palla di fuoco e colpiscono chiunque si trovi nelle vicinanze. Questa – ha sottolineato Kizito – è una cosa che nei Monti Nuba non si era mai vista».
La “gamificazione” della guerra
Ed è proprio un’altra testimonianza raccontata di recente sempre sui media vaticani che ci introduce al secondo, importante cambiamento: non tattico né strategico, bensì psicologico. Ad aprile una fonte anonima ci ha raccontato la storia di un uomo che stava guidando su una delle strade che circondano la capitale libanese Beirut. L’uomo riceve una telefonata. È un numero israeliano. Risponde. Gli dicono di fermarsi perché stanno per colpire l’auto davanti a lui. Lui si ferma. Poco dopo, un drone arriva e colpisce il veicolo davanti al suo. «Provate solo a immaginare gli shock che ha vissuto questa persona — ci raccontava da Beirut questa fonte —. Sapevano il suo numero, sapevano dove si trovava, lo hanno contattato direttamente, ha visto morire qualcuno davanti a sé. Chi è ben informato sui fatti conosce certe capacità tecnologiche, ma una persona normale no. Per un libanese qualunque è uno shock totale. Lui ora è isterico, ha quasi perso la testa».
L’impatto psicologico è un tema poco trattato ma cruciale quando si parla dei droni. Anzitutto, perché trasforma la guerra in una condizione di sorveglianza permanente. Uno degli studi più corposi in materia risale persino al 2012, è stato pubblicato dalla Stanford Law School e dalla New York University School of Law e s’intitola proprio “Living under drones”[6]. Tra il 2004 e il 2012 il Pakistan, in particolare le aree tribali del Nord Waziristan e del Sud Waziristan lungo il confine afghano, fu il principale teatro della campagna segreta di droni della CIA contro Al-Qaeda, i talebani pakistani e altri gruppi jihadisti. In quei territori i droni americani erano presenti quasi continuamente e rappresentavano una realtà quotidiana per la popolazione civile. Per gli studiosi di Stanford e NYU, il Pakistan era quindi il luogo ideale per studiare non tanto l'efficacia militare dei droni, quanto i loro effetti umani e psicologici su una popolazione esposta per anni a una sorveglianza aerea permanente. Il rapporto fu pubblicato nel 2012 dopo nove mesi di ricerca, due missioni sul campo e oltre 130 interviste a vittime, testimoni, medici, operatori umanitari, giornalisti ed esperti locali. Gli autori sostengono che il danno non derivi soltanto dagli attacchi, ma dalla presenza continua dei velivoli nel cielo. Nel rapporto si legge che i droni sorvolavano le comunità 24 ore al giorno, colpendo senza preavviso case, veicoli e spazi pubblici. Questa presenza generava ansia e trauma psicologico diffusi. Uno dei concetti più interessanti emersi dalla ricerca è quello di anticipatory anxiety, ansia anticipatoria. Gli psichiatri intervistati descrivevano una popolazione che viveva in uno stato di attesa costante: dalla paura di essere colpiti in qualsiasi momento all’insonnia, dalla reazione di panico a rumori improvvisi fino all’insonnia, il drone era più di un’arma, percepito piuttosto come una presenza permanente e imprevedibile. Che addirittura aveva cambiato le abitudini sociali di queste persone: si evitavano non solo le riunioni tribali ma persino i luoghi attaccati dai droni stessi, per paura dei cosiddetti "double tap strikes" (attacchi multipli sulla stessa area).
Le conseguenze psicologiche dell'uso dei droni
Con i progressi tecnologici, si è sviluppato un filone accademico specifico sul rumore dei droni, in particolare sugli FPV e sugli Shahed. Su una rivista di medicina militare collegata all'ambiente delle Forze armate ungheresi, «Honvédorvos», nel 2024 due studiosi si sono concentrati[7] sugli effetti acustici dei droni FPV come fattori capaci di generare paura, ansia e panico, perché segnalano insieme sorveglianza e minaccia immediata. Questo è vero anche per soldati, piloti e operatori. I droni modificano l’esperienza della guerra perché un soldato non sa mai se, come e quando viene osservato: questo significa che muoversi, accendere un veicolo, radunarsi, evacuare un ferito è più pericoloso perché immediatamente visibile. Dall’altro lato della trincea, c’è qualcuno che sta manovrando un drone. E che, a differenza del soldato classico, non rischia la vita ma pilota qualcosa a distanza, come fosse un joystick di una PlayStation. Da qui deriva il rischio della “gamificazione” della guerra: quando si è sul terreno e si spara, si vede il nemico cadere a terra; quando si comanda un drone a distanza, si vede l’obiettivo e lo si colpisce. Il drone si schianta. Esplode. Poi, tutto finisce. Senza rischi, senza danni.
Con buona pace delle parole di Winston Churchill: «Mai, mai, mai», scriveva lo statista inglese nel libro “My Early Life”, «credete che una guerra sarà facile e senza intoppi, o che chi intraprende quel viaggio strano possa misurare le maree e gli uragani che incontrerà. Lo statista che cede alla febbre della guerra… non è più padrone della politica, ma schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili». Perché se da un lato ciò riduce il carico di lavoro del personale in prima linea, compensa l’eventuale inesperienza dell’operatore e fa aumentare il tasso di successo degli attacchi, dall’altro non è esente da effetti psicologici: chi pilota un drone può essere soggetto a esaurimento emotivo, burnout o disturbo da stress post-traumatico (PTSD), come documentato[8] nel 2023 sul «Journal of Mental Health and Clinical Psychology». Credere che i droni impattino solo sulla mente dei civili è allora riduttivo: essi cambiano la percezione del rischio, il modo di pensare la strategia, la capacità di applicare la tattica.
Un mondo a servizio della guerra
Questo è vero soprattutto nel contesto ucraino. Per un semplice motivo: l’Ucraina non può competere con la Russia sul numero di uomini, carri armati e munizioni. Di più, la guerra ha reso gli ucraini più vecchi, con meno figli e più spaventati. Qui entra in gioco la figura di Mykhailo Fedorov[9]. Nato nel 1991 a Vasylivka, nella regione di Zaporizhzhia, a soli 28 anni Fedorov diventa ministro della Trasformazione digitale, il più giovane ministro della storia ucraina. La sua missione iniziale riguardava la costruzione di uno “Stato nello smartphone” e il simbolo di questo progetto è l'applicazione governativa Diia, oggi considerata uno dei sistemi digitali pubblici più avanzati al mondo. L'invasione russa del 2022 trasforma però il suo ruolo. È lui che ottiene rapidamente i terminali Starlink da Elon Musk per mantenere operative le comunicazioni ucraine, coordina l'IT Army, una rete di volontari digitali, promuove la raccolta fondi internazionale per equipaggiamenti tecnologici e avvia programmi per la produzione di massa di droni. Il risultato emerge dalla cronaca più recente. A giugno oltre 80 droni ucraini hanno colpito infrastrutture petrolifere e una base navale nell'area di San Pietroburgo, provocando interruzioni all'aeroporto di Pulkovo proprio nei giorni del Forum economico internazionale ospitato da Vladimir Putin nella sua città natale. Anche le regioni di Mosca e il porto di Sebastopoli, in Crimea, sono state attaccate. I progressi dell’Ucraina nella guerra dei droni a medio raggio — tra i 30 e i 300 chilometri dietro il fronte — rappresentano forse il cambiamento più importante di questa primavera.
Come cambia l'industria delle armi
Questo apre un ultimo, fondamentale aspetto: come sta cambiando l’industria delle armi? Se per gran parte del Novecento contavano i carri armati, gli aerei e le portaerei, oggi sembra sempre più contare la capacità di produrre migliaia di droni ogni mese. Dall’Ucraina al Sudan al Libano la quantità sta tornando ad essere decisiva. Prima domanda: le industrie della difesa sono oggi attrezzate non solo per produrre a ritmi più elevati, ma anche per alimentare catene produttive, batterie, semiconduttori e componentistica elettronica sempre più complesse e globalizzate? Non sono poche le analisi secondo cui gli Stati Uniti stiano perdendo il loro primato militare proprio a causa di un’industria militare sempre più lenta e costosa. Il risultato è l’asimmetria economica e militare: gli Usa si trovano a utilizzare armi sofisticate ma costose (ad esempio i missili Patriot, 4 milioni di dollari l’uno) per abbattere minacce economiche (i droni Shaded prodotti in Iran a 30.000 dollari). E, altra domanda, se tutti usano i droni, come li si ferma? Con altri droni? O con mezzi elettronici più tecnologizzati e quindi ancora più letali?
È inevitabile che di fronte a certe incognite e a questa drammatica corsa al riarmo, ormai sempre più caratteristica dell’epoca contemporanea, l’aspetto più rivoluzionario sarà dato dal ruolo dell’intelligenza artificiale. Oggi con sempre più facilità si parla di droni semi-autonomi, cioè capaci di volare, correggere rotta, evitare ostacoli e raggiungere un’area anche se il collegamento con l’operatore viene disturbato. Altra innovazione che ormai dovrà solo essere certificata è l’inserimento di schede SIM all’interno dei droni: utilizzando la rete mobile cellulare, sarà possibile effettuare attacchi a centinaia di chilometri di distanza, in modo più economico e difficile da intercettare. Oggi molti droni dipendono da GPS, radio e collegamenti vulnerabili al jamming. L’Ia può permettere navigazione visiva, riconoscimento del terreno e maggiore autonomia quando il segnale viene disturbato. E servirà anche nella difesa: droni contro droni, capaci di riconoscere Shahed, FPV o ricognitori e abbatterli a costi inferiori rispetto ai missili antiaerei.
La "cultura della potenza" denunciata da Papa Leone XIV
Eccola, allora, sta tutta qui la «cultura della potenza» di cui parla Papa Leone XIV nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas: una cultura nella quale «la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici». Questa cultura, scrive ancora il Pontefice, «penetra nella società, modifica relazioni e comportamenti, si espande normalizzando la guerra, inseguendo una potenza militare sempre maggiore, approfittando della crisi del multilateralismo e alimentando un falso realismo che ripete che alternative non esistono». E a questo scenario si collegano, prosegue Papa Prevost, «lo sviluppo incessante dei sistemi d’arma, e in particolare delle armi legate all’Ia. La Santa Sede ha recentemente osservato che la crescente facilità con cui sistemi d’arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più “praticabile” e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa».
Leggendo queste parole, la mente non può che tornare a quel primo giorno dell’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, alla scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, e alle oltre 150 bambine che sono state colpite da un missile lo scorso 28 febbraio. No, i droni non c’entrano, ma l’intelligenza artificiale sembra essere stata la protagonista di questa tragedia. Già nei primi giorni di marzo, un’inchiesta preliminare interna aveva concluso che il missile che colpì la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab era statunitense. Secondo le ricostruzioni emerse, la scuola sarebbe stata identificata come obiettivo militare a causa di coordinate e dati di intelligence obsoleti, che continuavano a classificare l'area come parte di un vecchio complesso dei Pasdaran (IRGC). Negli anni successivi, però, l'area era stata convertita in una scuola elementare perfettamente riconoscibile da immagini satellitari, mappe pubbliche e presenza online. Il 13 marzo il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato una vera e propria indagine formale ("AR 15-6"), il livello amministrativo più alto normalmente utilizzato dalle forze armate statunitensi per episodi che possono comportare responsabilità disciplinari.
Nel frattempo, le domande restano aperte: quale ruolo svolge oggi l’intelligenza artificiale nel riconoscimento dei bersagli? Chi prende la decisione finale nel colpire o meno un bersaglio? E, soprattutto, l’uso crescente dei droni annesso al ruolo sempre maggiore dell’intelligenza artificiale non rischia di dare sempre più autonomia alle armi? Che ruolo avrà l’essere umano? Possibile che deresponsabilizzare il soldato significhi rendere tutto più semplice, più accessibile, più normale? Decisioni irreversibili possono essere davvero delegate alla tecnologia e non invece a una catena delle responsabilità ampia, complessa proprio per le responsabilità che essa stessa ha? L’assenza di risposte a queste riflessioni rende il terreno fertile per nuove guerre. Guerre, scrive ancora Papa Leone in Magnifica humanitas, «forse ancor più pericolose di quelle passate perché tendono a smarrire ogni limite etico». Ciò che un tempo era considerato inaccettabile oggi può essere messo in atto quasi senza esitazioni. L’uso dei droni, quindi la deresponsabilizzazione degli attacchi autonomi, la velocità con cui i fabbricanti di armi si impegnano nella modernizzazione di questi sistemi e l’incapacità dello Stato di colmare le lacune tanto legislative quanto industriali, ce lo dimostrano. Forse più di ogni altra cosa.
Note:
[1] Cfr., Freedman L. D., «The Drone Revolution. Less than meets the eye», Foreign Affairs, November/December 2016.
[2] Rasgon A., Odenheimer N., «Hezbollah’s Fiber-Optic Drones Expose Cracks in Israeli Defenses», The New York Times, 4/6/2026.
[3] Cfr., Al Jazeera, «Tensions Escalate as RSF Drone Strikes Continue in Port Sudan and North Darfur», 12/5/2025.
[4] Da ultimo, «World Court begins hearing Sudan’s case accusing United Arab Emirates of ‘complicity in genocide’», UN NEWS, 10/4/2025.
[5] Walsh D., Browne M., Schmitt E., Cumming-Bruce N., «The Secret Egyptian Air Base Powering Sudan's Drone War», The New York Times, 5/2/2026.
[6] International Human Rights and Conflict Resolution Clinic, Global Justice Clinic, «Living Under Drones. Death, Injury, and Trauma to Civilians. From US Drone Practices in Pakistan», settembre 2012.
[7] Farkas G., Fazekas G., «Psychological Impact of FPV Drone Sounds on the Battlefield», Honvédorvos, 2024.
[8] Norrholm S. D., Maples-Keller J.L., Rothbaum B., Tossell C., «Remote Warfare with Intimate Consequences: Psychological Stress in Service Member and Veteran Remotely-Piloted Aircraft (RPA) Personnel», Journal of Mental Health and Clinical Psychology, dicembre 2023.
[9] Cfr., Kramer A. E., «Enter the Killer Robots: The Ukrainian Forging the Future of The War», The New York Times, 28/5/2026.
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