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Finora lo smaltimento delle vecchie testate da parte di Usa e Russia compensava la produzione di nuovi armamenti, ma questa tendenza si sta invertendo Finora lo smaltimento delle vecchie testate da parte di Usa e Russia compensava la produzione di nuovi armamenti, ma questa tendenza si sta invertendo 

Nucleare, nel 2025 per gli arsenali spesi 3.768 dollari al secondo

Sono stati pubblicati oggi i rapporti di Ican e Sipri sulle armi atomiche. Tutti i nove Stati dotati di armi nucleari hanno continuato a modernizzare e ampliare i propri arsenali nel corso 2025. A gennaio 2026 il numero totale delle testate nucleari a livello mondiale ammontava a 12.187, di cui circa 9.745 potenzialmente utilizzabili e oltre 4.000 già dispiegate su missili o velivoli

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici, l'equivalente di 3.768 dollari al secondo. L’aumento rispetto al 2024 è del 19 per cento: in soli due anni si è arrivati a spendere 16,8 miliardi di dollari in più per i propri arsenali. È questo il dato che colpisce di più del nuovo rapporto pubblicato dalla International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, Ican, una coalizione globale di organizzazioni non governative fondata nel 2007 e insignita del Premio Nobel per la Pace nel 2017.

I rapporti di Ican e Sipri

Una foto diffusa dall'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana KCNA mostra il leader nordcoreano, Kim Jong Un, mentre ispeziona una fabbrica di produzione di materiali nucleari in una località non specificata della Corea del Nord
Una foto diffusa dall'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana KCNA mostra il leader nordcoreano, Kim Jong Un, mentre ispeziona una fabbrica di produzione di materiali nucleari in una località non specificata della Corea del Nord   (AFP or licensors)

E che è perfettamente in linea con quanto emerge in un altro rapporto, pubblicato sempre oggi ma dall'Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, Sipri: dopo decenni di riduzione degli arsenali, le potenze nucleari stanno tornando a considerare le armi atomiche uno strumento centrale per la propria sicurezza nazionale. Secondo il Rapporto Sipri, tutti i nove Stati dotati di armi nucleari – quindi Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Corea del Nord e Israele – hanno continuato a modernizzare e ampliare i propri arsenali nel corso 2025. Risultato: secondo il Sipri, nel gennaio 2026 il numero totale delle testate nucleari a livello mondiale ammontava a 12.187, di cui circa 9.745 potenzialmente utilizzabili e oltre 4.000 già dispiegate su missili o velivoli. Il problema non è che il numero totale stia aumentando già oggi, ma che si sta rallentando lo smantellamento mentre accelera il dispiegamento di nuove armi. Di riflesso, la tendenza che aveva caratterizzato il periodo post-Guerra Fredda potrebbe presto invertirsi: finora lo smaltimento delle vecchie testate da parte di Stati Uniti e Russia compensava la produzione di nuovi armamenti, ma tale tendenza si sta gradualmente invertendo.

Cresce il numero di armi da impiegare in caso di crisi

Karim Haggag, dirigente del SIPRI, individua qui il segnale più preoccupante. Le potenze nucleari stanno trasferendo più testate dai depositi ai sistemi di lancio, aumentando il numero di ordigni immediatamente utilizzabili e rafforzando la prontezza operativa. Sta cioè crescendo il numero di armi che possono essere impiegate rapidamente in caso di crisi. Un segnale tutt’altro che rassicurante se accostato a quella cultura che sempre più domina oggi le logiche geopolitiche e che Papa Leone XIV, nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, definisce «cultura della potenza», in cui spicca «la forza senza limiti» e in cui «la guerra appare quasi come prosecuzione naturale della politica e il mercato delle armi diventa motore autonomo di scelte belliche».

Il 2026 e la crisi della "diplomazia del nucleare"

In effetti, il 2026 è stato l’anno in cui la Conferenza delle Nazioni Unite incentrata sulla revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp) si è conclusa senza alcun accordo, a causa dello scontro tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare di Teheran. Si tratta del terzo fallimento consecutivo in una conferenza di revisione del Tnp, considerato la pietra angolare della non proliferazione e del disarmo globali. Nell’ultima revisione del trattato, nell’agosto 2022, la Russia aveva bloccato l’accordo sul documento finale a causa dell’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 e dei riferimenti all’occupazione da parte di Mosca della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa. Ma il mancato accordo è stato ancor più preoccupante perché, solo pochi mesi prima, il 4 febbraio, è scaduto il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, ossia il culmine di un processo avviato il 31 luglio 1991, a Mosca, e mirato proprio a scongiurare una corsa agli armamenti tra le due superpotenze. Proprio al termine dell’udienza generale del 4 febbraio, Papa Leone XIV aveva rinnovato un pressante invito «a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace» perché «la situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni».

Il primato degli Usa: 69,2 miliardi di dollari nel nucleare

E proprio un mondo sotto la minaccia nucleare è quello che emerge da entrambi i rapporti. Ican e Sipri concordano nell’inserire al vertice di questa lista gli Stati Uniti e la Russia, che insieme possiedono l’83 per cento dell’intero arsenale nucleare mondiale con oltre 5.000 testate ciascuno. In particolare, Washington nel 2025 ha speso 69,2 miliardi di dollari, cioè circa il 58 per cento della spesa nucleare mondiale, un aumento annuo di 12,4 miliardi, il più elevato al mondo. Tra gli obbiettivi statunitensi spicca quello di portare avanti il più vasto programma di modernizzazione nucleare della propria storia recente. La modernizzazione nucleare americana non è cosa recente, anzi è un programma pluridecennale e sostenuto da presidenti di entrambi i partiti che prevede, tra le tante decisioni, la sostituzione dei missili Minuteman con i Sentinel, i nuovi sottomarini classe Columbia, il nuovo bombardiere B-21 Raider, l’ammodernamento delle testate, il rinnovo delle infrastrutture nucleari, i missili balistici intercontinentali o i bombardieri strategici. Oggi tutto ciò emerge in modo ancora più chiaro dalla National Defense Strategy del 2026, in cui si parla esplicitamente della necessità di modernizzare e adattare le forze nucleari statunitensi in risposta all'evoluzione dello scenario strategico, soprattutto per la competizione simultanea con Russia e Cina. Un concetto ricorrente è che gli Stati Uniti non devono mai essere vulnerabili a quello che il documento definisce "nuclear blackmail", cioè il ricatto nucleare.

La crisi dell'industria americana

Tuttavia, è proprio il Sipri a far emergere che una parte crescente di questi 69,2 miliardi di dollari all’anno per il nucleare viene assorbita da ritardi, rincari e difficoltà di esecuzione dei programmi. I problemi sono legati anzitutto alla manodopera, cioè all’invecchiamento della forza lavoro specializzata, alla difficoltà nell’attrarre giovani ingegneri, alla scarsità di personale nei cantieri navali o alla perdita di competenze accumulate durante la Guerra fredda. I ritmi di produzione sono dunque lenti e i costi elevati. Il risultato è l’asimmetria economica e militare: gli Usa si trovano a utilizzare armi sofisticate ma costose (ad esempio i missili Patriot, 4 milioni di dollari l’uno) per abbattere minacce economiche (i droni Shaded prodotti in Iran a 30.000 dollari). C’è anche un nodo delle infrastrutture perché ammodernare i laboratori o aggiornare le strutture di manutenzione non è cosa facile, specie se per decenni il sistema era stato pensato per una fase di riduzione degli arsenali. Tutto ciò è ancor più problematico con l’aumento dei costi dei materiali e con le catene di approvvigionamento sotto pressione. Risultato: nonostante un budget della difesa immenso (prossimo ai 900 miliardi di dollari, quasi tre volte quello cinese), la macchina bellica americana fatica a tradurre queste risorse a causa delle inefficienze produttive e della sovraestensione globale.

Tra Cina e Russia

Il 3 settembre, la Cina ha celebrato l'80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale con una parata militare in piazza Tienanmen. Pechino ha esibito il suo avanzato arsenale, inclusi missili balistici e intercontinentali a capacità nucleare
Il 3 settembre, la Cina ha celebrato l'80° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale con una parata militare in piazza Tienanmen. Pechino ha esibito il suo avanzato arsenale, inclusi missili balistici e intercontinentali a capacità nucleare

Proprio questo sta invece consentendo alla Repubblica Popolare Cinese di crescere. Il suo arsenale prevede ad oggi circa 620 testate nucleari ed è per questo che, secondo il Sipri, la Cina è il Paese che amplia più rapidamente il proprio arsenale. Ican aggiunge che, con una spesa di 13,5 miliardi di dollari nel 2025, Pechino è già il secondo investitore mondiale nel nucleare e sta così espandendo il proprio arsenale più velocemente di qualsiasi altro, attraverso silos missilistici, missili intercontinentali e un ampliamento della propria triade nucleare (terra, aria, mare). Anche perché, nel frattempo, la Russia, pur disponendo di oltre 5.000 testate e spendendo 9,5 miliardi di dollari per il proprio arsenale, riscontra problemi legati agli effetti delle sanzioni occidentali, alla pressione economica della guerra in Ucraina e ad alcuni test missilistici falliti.

Gli altri Paesi: dalla Francia alla Corea del Nord

Sempre dal fronte europeo, ad emergere molto in entrambi i rapporti sono inoltre Regno Unito e Francia. Parigi vanta circa 290 testate nucleari e, di fatto, il presidente francese, Emmanuel Macron, a marzo ha delineato l‘aggiornamento della dottrina di “dissuasion nucléaire avancée”, dunque di deterrenza nucleare avanzata di Parigi, e ha evidenziato l’imprescindibile ruolo delle armi atomiche nella strategia di sicurezza nazionale e nel quadro più ampio di difesa europea. Londra vanta invece circa 225 testate e, soprattutto, secondo Ican ha speso nel 2025 ben 12,6 miliardi di dollari per il proprio arsenale, una spesa superiore a quella russa. Rilevanti restano infine gli arsenali di India, 190 testate, di cui una parte sembra essere sempre più schierata in senso operativo, e Pakistan, 170 testate, con un accumulo di materiale fissile che secondo il Sipri potrebbe suggerire un possibile ampliamento futuro dell’arsenale. Così come quelli di Israele, che vanta un arsenale stimato dal Rapporto Sipro di circa 90 testate ma senza alcuna conferma ufficiale, e della Corea del Nord, che rivendica la crescita più aggressiva in rapporto alle dimensioni del Paese con circa 60 testate nel 2026. «Il programma di armi nucleari della Corea del Nord non è assolutamente negoziabile», ha dichiarato Kim Yo Jong, sorella del presidente Kim Jong-un che, alla vigilia della visita del presidente cinese, Xi Jinping, a Pyongyang, aveva visitato una grande azienda del settore bellico, dove gli sono stati illustrati i piani per aumentare la produzione di missili balistici e da crociera. È dunque di fronte all’aumento quantitativo degli arsenali nucleari, al deterioramento dei meccanismi di controllo e alla crescente opacità delle potenze atomiche, che la crisi del multilateralismo e il dominio della cultura della potenza denunciate più volte da Papa Leone XIV assumono ancora più gravità.

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09 giugno 2026, 12:08