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Un edificio colpito dai raid israeliani, nella periferia meridionale di Beirut Un edificio colpito dai raid israeliani, nella periferia meridionale di Beirut  (ANSA)

Medio Oriente, i drammi invisibili della guerra in Libano

Tre storie per calarsi nei panni di chi resta e vede sgretolarsi tutto ciò che ha. Una testimonianza anonima: "Hai trenta minuti per lasciare casa senza sapere se la ritroverai. Devi decidere cosa portare con te, pensando che potresti perdere tutto. In Occidente non potete nemmeno immaginare cosa significa"

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Prima storia. Un uomo sta guidando su una delle strade che circonda la capitale libanese Beirut. Riceve una telefonata. È un numero israeliano. Risponde. Gli dicono di fermarsi perché stanno per colpire l’auto davanti a lui. Lui si ferma. Poco dopo, il drone arriva e colpisce il veicolo davanti al suo. Ci sono immagini di una guerra che non si vedono. Ci sono storie che non arrivano da questa parte del mondo. Semplicemente perché non fanno rumore, non fanno “notizia”. Eppure, lacerano. Non tanto o comunque non solo corpi, quanto soprattutto le menti, l’anima. E che solo chi si trova lì, in Medio Oriente, nella capitale di un Libano ancora lacerato dalla guerra, può vivere e condividere. 

Uno shock psicologico

«Provate solo a immaginare gli shock che ha vissuto questa persona — ci racconta da Beirut la fonte che ci ha riportato questa storia e che preferisce mantenere l’anonimato —. Sapevano il suo numero, sapevano dove si trovava, lo hanno contattato direttamente, ha visto morire qualcuno davanti a sé. Chi è ben informato sui fatti conosce certe capacità tecnologiche, ma una persona normale no. Per un libanese qualunque è uno shock totale. Lui ora è isterico, ha quasi perso la testa». Anche perché chi vive oggi in Libano questi shock li vive ogni giorno e in forma diversa.

Lasciare tutto in mezz'ora

Seconda storia. «Quando sono arrivata a Beirut — prosegue sempre la stessa fonte — ho preso un taxi dall’aeroporto per andare a casa. Appena arrivati nel mio quartiere, il tassista ha ricevuto una chiamata dalla sua azienda: gli hanno chiesto dove fosse perché avevano appena ricevuto un avvertimento dell’esercito israeliano in cui gli veniva detto di evacuare una zona di Beirut, proprio quella accanto all’aeroporto. Alla fine non c’è stato alcun bombardamento su quell’area: nessuno è morto, nessuno è ferito. Quindi, non c’è stata alcuna notizia sui media. Eppure, le persone normali, i civili, dopo questi avvertimenti, escono subito di casa, perché non sanno quando arriveranno le bombe. Si crea un traffico enorme. E, nel frattempo, tu stai vivendo un terrore interiore. Psicologico. Hai trenta minuti per lasciare casa senza sapere se la ritroverai. Devi decidere cosa portare con te, pensando che potresti perdere tutto. In Occidente non potete nemmeno immaginare cosa significa. Ma è terribile. Ed è contro la legge internazionale: non puoi costringere civili a perdere tutto in mezz’ora, anche senza ucciderli».

La paura del bombardamento

L’ultima storia che questa persona ci racconta si annida in un semplice condominio della capitale libanese. «Una persona che conosco ha un appartamento nel centro di Beirut, in un palazzo abitato da cristiani. Il suo appartamento è vuoto, quindi ha deciso di concederlo a una famiglia sfollata proveniente dal sud. La sua vicina di casa ha deciso di denunciare l’arrivo di queste persone all’intelligence militare libanese. Questo succede perché la gente ha paura e perché gli attacchi militari vengono fatti senza distinzioni. Chi arriva da fuori può essere un bersaglio e la paura di finire bersagliati può portare a rifiutare gli sfollati. Io non condanno. In fondo si tratta di una scelta umana: aiutare il prossimo o proteggere la propria famiglia. Tutti hanno una loro prospettiva: chi accoglie, chi ha paura, chi fugge. E tutti cercano di difenderla. Tutti hanno ragione».

L'aiuto dei gesuiti agli sfollati libanesi

È forse questo il doppio dramma di chi sopravvive alle bombe: vedere sgretolarsi tutto quel poco che si ha, vedersi costretti a scegliere tra la propria sopravvivenza e quella degli altri. Senza avere mai davvero il tempo di capire quale sia la scelta giusta. E con la consapevolezza che, qualunque decisione si prenda, qualcosa o qualcuno andrà comunque perduto. Anche Hilda Karam, della CVX libanese, la lega missionaria studenti dei gesuiti ci ha raccontato di «vere e proprie tragedie: intere famiglie sono morte, i genitori hanno perso i figli, i figli hanno perso i genitori e l'impatto psicologico è gravissimo. La situazione in Libano è molto più difficile di prima». Riguardo agli sfollati, Hilda aggiunge che «gli abitanti di Rmeish, Yaroun, Ain Ebel e Dibel sono ancora nei loro villaggi. Non hanno voluto lasciare le loro case e le loro terre pur essendo sotto assedio. La missione apostolica, guidata dal nunzio, ha cercato di procurare beni di prima necessità come cibo, medicine, acqua e gasolio per il riscaldamento, ma senza successo. La strada è stata poi interrotta e non possiamo più raggiungerli. Per quanto riguarda gli sfollati che hanno lasciato le loro case e si sono rifugiati in luoghi sicuri, circa 120 famiglie provenienti dalla zona di Tiro risiedono attualmente presso il Patriarcato greco-melchita nella zona di Rabweh (ndr: ieri abbiamo raccontato la storia di due giovani nella Casa di Sant’Anna a Rabweh). Noi, come università CVX, abbiamo inviato loro del denaro; forse potranno acquistare ciò che resta nelle loro zone. Tuttavia, ora non siamo più in grado di inviare loro denaro, i nostri fondi si stanno esaurendo».

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11 aprile 2026, 11:33