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Due donne iraniane in lutto il giorno del funerale delle vittime in seguito all'attacco alla scuola di Minab Due donne iraniane in lutto il giorno del funerale delle vittime in seguito all'attacco alla scuola di Minab 

Iran, se neanche la morte di oltre 150 bambine fa più notizia

È doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab si sia data poca attenzione. Eppure, nei conflitti in tutto il mondo i bambini sono sempre tra le prime vittime, a dispetto delle convenzioni internazionali che ne imporrebbero tutela e protezione

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Sono passati sei giorni dall’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. È doloroso constatare che alla notizia dell’uccisione di almeno 150 bambine, studentesse nella scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, colpite durante il primo giorno dell’offensiva, si sia data poca attenzione.

La ricostruzione dell'accaduto

Eppure, dopo essere stata rilanciata inizialmente soltanto dalle autorità iraniane, la notizia è stata analizzata e ripresa anche da fonti internazionali autorevoli come «The Guardian», «Washington Post», «Le Monde» e NBC News. In particolare, il quotidiano britannico «The Guardian» ha analizzato la dinamica di quanto avvenuto incrociando video verificati, immagini geolocalizzate e fotografie satellitari, nel tentativo di ricostruire uno degli episodi più gravi in termini di vittime civili dall’inizio dell’offensiva. Secondo la ricostruzione, l’attacco è avvenuto sabato mattina, mentre le lezioni erano in corso. In Iran la settimana scolastica va dal sabato al giovedì e intorno alle 10 del mattino, quando la prima ondata di bombardamenti statunitensi e israeliani ha colpito diversi obiettivi nel Paese, gli studenti erano regolarmente in classe. Tra le 10.00 e le 10.45 un missile ha colpito direttamente l’edificio della scuola Shajareh Tayyebeh, demolendo la struttura in cemento armato e travolgendo le aule dove si trovavano bambine tra i sette e i dodici anni.

Le storie oltre i numeri

Le immagini provenienti dal luogo dell’attacco mostrano finestre sfondate dall’esplosione, muri anneriti dal fumo e un parco giochi devastato, con sedie per bambini sparse tra le macerie e zaini coperti di polvere e sangue. Secondo la ricostruzione pubblicata dal «Guardian», molti corpi sono stati recuperati sotto i detriti dell’edificio crollato, mentre i soccorritori scavavano a mani nude tra le rovine. Il numero delle vittime rimane difficile da verificare in modo indipendente, anche a causa delle restrizioni al lavoro dei giornalisti e dei blackout di internet ancora diffusi nel Paese. I media statali iraniani parlano di 168 morti e almeno 95 feriti, cifre che le testate internazionali citano con cautela ma che descrivono comunque l’episodio come il più grave evento con vittime di massa civili dall’inizio dell’attacco. Alle cifre si affiancano poi i racconti, drammatici, di chi ha vissuto quel momento. Una madre, ostetrica nella città, ha raccontato a «NBC News» di aver ricevuto una telefonata urgente dalla scuola che la invitava a tornare a prendere il figlio perché «la guerra era iniziata». Quando ha raggiunto l’edificio, però, era troppo tardi: gli attacchi aerei avevano colpito la scuola, facendola crollare sulle classi. «Quando siamo arrivati», ha raccontato, «l’intera scuola era collassata sopra i bambini». Secondo le verifiche condotte dal «Guardian», l’edificio scolastico si trovava nelle immediate vicinanze di un complesso dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), che comprende strutture di supporto come una clinica e altri edifici amministrativi. Tuttavia, non vi sono indicazioni che la scuola fosse utilizzata per scopi militari: il parco giochi e le aule risultavano separati e recintati rispetto al resto del complesso; inoltre, l’istituto era frequentato anche da molti bambini della comunità locale, spesso provenienti da famiglie che non potevano permettersi le rette delle scuole private. Anche la sequenza temporale dell’attacco rimane oggetto di interrogativi. Le autorità iraniane avevano iniziato a ordinare la chiusura delle scuole poco dopo l’inizio dei bombardamenti, ma secondo fonti del sindacato degli insegnanti citate dal «Guardian» il tempo tra l’annuncio della chiusura e l’esplosione sarebbe stato troppo breve perché i genitori riuscissero a raggiungere la scuola e portare via i figli.

Le reazioni di Stati Uniti e Israele

Nel frattempo, mentre i funerali collettivi delle vittime si svolgevano nella città costiera di Minab, nessuna delle parti coinvolte ha rivendicato direttamente la responsabilità dell’attacco. A fronte delle dichiarazioni del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che ha descritto l’atto come «selvaggio» e «inumano», Washington ha dichiarato di essere a conoscenza delle segnalazioni di vittime civili e di aver avviato verifiche sull’accaduto, ribadendo che le forze statunitensi «non colpirebbero deliberatamente una scuola». «Siamo a conoscenza delle segnalazioni riguardanti danni ai civili derivanti dalle operazioni militari in corso. Prendiamo queste segnalazioni seriamente e le stiamo esaminando», ha dichiarato inizialmente il capitano Tim Hawkins del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), che supervisiona le operazioni Usa nella regione, che poi ha aggiunto: «La protezione dei civili è di fondamentale importanza e continueremo a prendere tutte le precauzioni disponibili per ridurre al minimo il rischio di danni non intenzionali». Più tardi, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato ai giornalisti che il Pentagono sta esaminando le segnalazioni sull’accaduto: «Tutto ciò che so è che stiamo indagando su quanto accaduto. Naturalmente non prendiamo mai di mira i civili, ma stiamo esaminando la questione e conducendo verifiche». Anche il segretario di Stato, Marco Rubio, ha affermato che gli Stati Uniti «non colpirebbero deliberatamente una scuola», aggiungendo che il dipartimento della Difesa «indagherà se si è trattato di un nostro attacco». Nadav Shoshani, portavoce delle Forze di difesa israeliane (IDF), ha dichiarato ieri che l’esercito israeliano «non è a conoscenza di alcuna operazione delle IDF in quell’area» dove si trova la scuola. Nelle ultime ore l’agenzia Reuters, citando due funzionari statunitensi, ha riferito che gli investigatori militari statunitensi ritengono «probabile» che l’attacco alla scuola sia stato condotto da forze degli Stati Uniti, pur precisando che l’indagine è ancora in corso e che non è stata raggiunta una conclusione definitiva.

Il dramma dei bambini uccisi in guerra

È però proprio questa zona grigia — una struttura civile situata accanto a un obiettivo potenzialmente militare — che rende l’episodio di Minab emblematico delle guerre contemporanee. Nei conflitti ad alta intensità, soprattutto quando si combattono campagne di bombardamenti su larga scala, la distinzione tra obiettivi militari e spazi civili sta diventando sempre più fragile. Scuole, ospedali e quartieri residenziali finiscono spesso per trovarsi nella prossimità immediata di infrastrutture strategiche, trasformando la geografia urbana in un campo di battaglia indistinto. È successo a Gaza: nei 23 mesi di guerra che hanno ucciso oltre 50.000 bambini (dati Unicef), nell’aprile 2025 un attacco aereo israeliano ha colpito la Yaffa School di Gaza City, dove si erano rifugiate famiglie sfollate. Nel maggio 2025 era stata la volta della Fahmi AlJarjaoui, nel quartiere Aldaraj di Gaza City, che ospitava un centinaio di sfollati, 30 dei quali – tra cui alcuni bambini – sono rimasti uccisi nel raid che ha causato anche una sessantina di feriti. Situazioni simili si sono verificate anche nella guerra in Ucraina. Secondo un rapporto dell’Unicef, più di 1.300 scuole sono state distrutte o gravemente danneggiate dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, mentre le Nazioni Unite hanno documentato centinaia di attacchi contro scuole e ospedali e numerosi casi di bambini uccisi o mutilati durante il conflitto. Pure in Sudan, dove dal 2023 è in corso la più grave crisi umanitaria al mondo causata da una guerra civile tra esercito regolare e Forze di supporto rapido (Rsf), l’organizzazione mondiale della Sanità ha riferito che nel dicembre 2025 un attacco che ha colpito un asilo ha ucciso oltre cento persone, tra cui 63 bambini, nello Stato del South Kordofan.

Non ci sono morti di serie A e di serie B

Perché? Cosa c’entrano i bambini con la guerra? Se è vero che spesso le scuole o gli ospedali vengono vigliaccamente scelte dai terroristi o dal nemico come riparo, è mai possibile che non esista una logica morale e umana per evitare di bombardare quei luoghi? Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, della geolocalizzazione, dei droni e dei missili balistici, che fine hanno fatto gli occhi, umani e soltanto umani, che devono valutare e autorizzare operazioni simili? «Non ci sono morti di serie A e di serie B, né persone che hanno più diritto di vivere di altre solo perché nate in un continente piuttosto che in un altro o in un determinato Paese», ha detto in un’intervista ai media vaticani il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, richiamando poi «l’importanza del diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici».

Una vergogna per l'umanità

Parole che si affiancano a quelle pronunciate da Papa Leone XIV fin dall’inizio del suo pontificato e ben rappresentate dal suo discorso ai partecipanti all’assemblea plenaria della riunione delle opere per l’aiuto alle Chiese orientali (Roaco), in cui disse che «questo è indegno dell’uomo, è vergognoso per l’umanità e per i responsabili delle nazioni. Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte? Come si può pensare di porre le basi del domani senza coesione, senza una visione d’insieme animata dal bene comune? Come si può continuare a tradire i desideri di pace dei popoli con le false propagande del riarmo, nella vana illusione che la supremazia risolva i problemi anziché alimentare odio e vendetta? La gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte e con le quali si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!».

L'ombra di una voragine irreparabile

Eppure, proprio come la tragedia della scuola iraniana di Minab, parole simili sembrano trovare sempre meno spazio nel dibattito pubblico internazionale. Parole che, come quelle di molti altri leader religiosi, non contestano soltanto la legittimità o l’efficacia della guerra, ma ricordano soprattutto ciò che spesso scompare nel linguaggio strategico e analitico di cui tutti oggi si fanno promotori: le vite che vengono spezzate. Bambini, famiglie, comunità intere che pagano il prezzo più alto di decisioni prese altrove. È forse questo il paradosso più evidente delle guerre contemporanee. Non solo la guerra in sé. Piuttosto, il fatto che, nonostante intere generazioni abbiano visto e vissuto le immani conseguenze della guerra contemporanea portata avanti con i mezzi tecnologici e militari più avanzati, nonostante le immagini in diretta e disponibili persino sullo smartphone delle città bombardate e delle scuole distrutte, il discorso pubblico globale e le scelte politiche sembrano sempre più orientate a discutere non se la guerra debba fermarsi, ma come debba continuare. E i bambini diventano così le prime vittime non solo delle armi, ma anche di questa assurda logica che sta diventando una «voragine irreparabile». 

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06 marzo 2026, 11:05