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Il Papa prega il Santo Rosario per invocare il dono della pace l'11 aprile 2026 Il Papa prega il Santo Rosario per invocare il dono della pace l'11 aprile 2026

Leone e gli oltre 400 appelli alla pace, "fiore selvatico" tra le macerie del mondo

In un anno di pontificato, il Papa ha esortato centinaia di volte a una riconciliazione “disarmata e disarmante”. Ai “signori della guerra” che fanno del loro potere “l'idolo muto, cieco e sordo”, ha contrapposto l’ascolto di una “melodia più grande di noi”. Quell’armonia su cui danzare quando il mondo sembra dimenticare persino “la luce”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

"Disarmata e disarmante". Così, al tramonto dell'8 maggio 2025 che segnava insieme l'alba del suo pontificato, Papa Leone XIV ha dipinto la sua idea di pace. Non il silenzio delle armi che scaturisce da "un cessate-il-fuoco", ha specificato la mattina del Natale del Signore, levandosi ancor più marcatamente contro i fragili accordi della geopolitica internazionale. Quelli che rischiano di far suonare disarmante – nel senso negativo di privare della volontà di reagire, replicare, o opporsi – ogni appello alla riconciliazione. Quella "grande stanchezza" che minaccia di insinuarsi nei cuori e di svuotare le parole. E allora ecco l’orizzonte di "pace selvatica", ispirato dal poeta Yehuda Amichai, sempre durante la Benedizione Urbi et Orbi del 25 dicembre. Riconciliazione che germoglia "all'improvviso", come i "fiori" selvatici, quelli che ostinatamente, con apparente ingenuità, crescono tra le crepe del cemento. "Che venga" quell’armonia, aveva esortato Leone, "perché il campo ne ha bisogno".

Il Papa tra i fiori allestiti in Piazza San Pietro per la Pasqua
Il Papa tra i fiori allestiti in Piazza San Pietro per la Pasqua   (@Vatican Media)

Più di 400 volte “pace”

Dal calore di queste parole ai freddi, ma pur sempre significativi, numeri: la parola "pace" compare oltre 400 volte nei discorsi pronunciati dal vescovo di Roma nel suo primo anno di pontificato; applicata in contesti diversi a partire da quello dei media, i cui operatori sono stati protagonisti del primo incontro del Papa in Aula Paolo VI. "Voi siete in prima linea" nel narrare le guerre e scovare le ambizioni di riconciliazione intrinseche in esse”, aveva affermato il Pontefice, incoraggiando a promuovere una comunicazione "capace di farci uscire dalla 'torre di Babele' in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi". Perché la pace non riposa sotto bandiere. Soprattutto, la pace non è ingenua. Ed è quindi inutile che "i signori della guerra" fingano "di non sapere che basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire". Che fingano, ancora, "di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare". Inutile quindi dissimulare, poiché, "la gente è sempre meno ignara della quantità di soldi che vanno nelle tasche dei mercanti di morte", aveva affermato Leone incontrando i partecipanti alla plenaria della Riunione delle Opere per l’Aiuto alle Chiese Orientali (ROACO), portando alla luce il paradosso per il quale, con quel denaro "si potrebbero costruire ospedali e scuole; e invece si distruggono quelli già costruiti!"


Le conseguenze della guerra

Dalle prime menzioni della pace in Vaticano a queste ultime, pronunciate invece meno di un mese fa nel cuore dell'Africa, a Bamenda, in Camerun, durante l'incontro nella cattedrale di san Giuseppe per promuovere proprio la riconciliazione con la comunità locale. A dimostrazione che il messaggio di comunione di Leone si dilata in diverse dimensioni: temporale, spaziale. Ma specialmente, l’armonia evocata dal Papa si estende in profondità: oltre le altezze dei palazzi dove i già citati "signori della guerra” deliberano “azioni di morte”, è china sui corpi, devastati e impotenti, di quanti "si nutrono solo di disperazione, lacrime e miseria". Queste parole sono risuonate nella sede della FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, a memoria di uno dei numerosi, drammatici effetti collaterali dei conflitti: la fame. Profondità, vicinanza: il ginocchio si piega offrendo, come tratteggiata nell’ omelia della Messa in Coena Domini del Giovedì Santo, l’immagine di un Dio onnipotente nel servizio.

Il Papa lava i piedi di alcuni sacerdoti nella Messa vespertina del Giovedì Santo
Il Papa lava i piedi di alcuni sacerdoti nella Messa vespertina del Giovedì Santo   (@Vatican Media)

Gli idoli che alimentano i conflitti

Proprio la Settimana Santa ha rappresentato uno dei culmini degli appelli per la pace del vescovo di Roma. La mattina della Domenica delle Palme aveva ribadito che nessuno può giustificare la guerra nel nome di Dio: Egli “non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’”. Il Papa, in quanto successore di Pietro, si china così sulle ferite della guerra: guarda dal basso verso l’alto, ma al tempo stesso elevandosi al di sopra, chi è “asservito alla morte” perché ha voltato “le spalle al Dio vivente per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo”. Così, come attraverso le sue parole copre tutto lo scibile della pace, Leone non tralascia nessuno degli idoli che alimentano i conflitti odierni. Se non è la brama di autorità, è spesso quella del denaro, come ricordato durante il suo viaggio nel Principato di Monaco.

La leggerezza della riconciliazione

Alle parole pesanti come macigni mosse durante la Settimana Santa dopo il Rosario per invocare il dono della pace, fa da contraltare un’idea di armonia che è anche leggerezza. Che la terra non calpesta, se non per danzare a ritmo di musica, come aveva ricordato il Papa in terra libanese. "È come un movimento interiore che si riversa verso l'esterno, abilitandoci a lasciarci guidare da una melodia più grande di noi stessi, quella dell'amore divino", aveva rassicurato, in un Paese che come pochi altri percepisce i gemiti della guerra. Tra danza e cammino, quindi, la pace è da raggiungere, con la certezza che un giorno vi si arriverà. Altrimenti si svuoterebbe di senso il tema scelto dal Pontefice per la 59.ma Giornata Mondiale della Pace: "verso", orientati a una pace, appunto "disarmata e disarmante".


L’audacia del disarmo

Gli appelli, anche in questo testo, ritornano a terra, toccando con mano la concretezza dei conflitti e uno dei loro inneschi più evidenti: la corsa al riarmo che ha visto, come ricordato dallo stesso vescovo di Roma, le spese militari a livello mondiale aumentare del 9,4% nel corso del 2024, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. “Metti via la spada!”, così il Papa aveva esortato i potenti del mondo, riprendendo le parole di Gesù e invitandoli ad avere “l’audacia nel disarmo” nella Veglia mariana per la pace dell’ottobre 2025. Oggi gli armamenti sono cambiati: dalle spade ai droni che distorcono l’immagine della guerra nello "scenario di un videogioco". Ma essa è drammatica realtà a cui non ci si deve abituare, come chiesto a gran voce alla fine dell’udienza generale del 18 giugno 2025.

Il Papa libera una colomba, simbolo di pace, a Bamenda, in Camerun
Il Papa libera una colomba, simbolo di pace, a Bamenda, in Camerun   (@Vatican Media)

Sport e cultura, strumenti di riconciliazione

È necessario, al contrario, trovare modi creativi per schivare "l'indifferenza per il diritto". Parole che provengono da una lettera del Papa scritta proprio per identificare uno di questi veicoli di comunione: il valore dello sport, che insegna come in una gara, ma soprattutto nella vita, "la caduta non è mai l'ultima parola". I cristiani stessi, aveva affermato Leone nell’udienza generale del 3 settembre 2025, non vincono il male con la forza, “ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore”. La comunione, inoltre, passa attraverso la contemplazione e il valore dello studio, promuovendo, come chiesto ai vescovi italiani, “percorsi di educazione alla nonviolenza”. Parlando di pace, il Pontefice aveva riconosciuto la necessità di "un riallineamento delle politiche" legate all’istruzione che incoraggi una "cultura della memoria" custode delle "consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime". “Come si può credere, dopo secoli di storia, che le azioni belliche portino la pace e non si ritorcano contro chi le ha condotte?”, si era chiesto, rivolgendosi ancora alla ROACO. Perché si può dimenticare tutto, persino "la luce", aveva ammesso il Pontefice. E allora venga la "pace selvatica", il fiore testardo in mezzo al cemento. Di una bellezza disarmante.

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07 maggio 2026, 14:00