Gran Canaria, "l’isola che c’è" e che accoglie Papa Leone
Salvatore Cernuzio - Inviato a Las Palmas de Gran Canaria
Un po’ Miami, coi suoi porti esclusivi, un po’ Los Angeles, con le dune a coprire i paesaggi desertici di Maspalomas. Un po’ i piccoli paeselli dell’entroterra peruviana, con le case bianche, i balconi intagliati di legno, le strade acciottolate. Un po’ Rio de Janeiro con le palme a puntellare la spiaggia dorata e anche Barcellona per i quartieri dallo stile coloniale. Las Palmas di Gran Canaria è una mezcla, un mix, un connubio di quartieri storici e paesaggi naturali, un’architettura con grande personalità, come lo è pure l’offerta gastronomica e la movida cosmopolita divisa tra mare e pub della Vegueta, il barrio storico che comprende gli edifici più emblematici (tra tutti, la Casas Consistoriales e la Casa Regental) e i musei più importanti. Non per nulla questa che è la terza isola più grande delle sette dell’arcipelago (poi ci sono altre isolette minori) viene definita un “continente in miniatura” per la sua straordinaria varietà.
Il maltempo nei giorni della preparazione
Il Marocco sta lì, a 150 km dalla costa nell’Oceano Atlantico. E il caldo africano giunge qui prepotente, toccando picchi anche di 40 gradi ad agosto. Lo raccontano gli abitanti, tutto l’anno – specie da settembre ad aprile – alle prese con il turismo massiccio che proviene in particolare da Francia e Germania. È tuttavia un cielo grigio-biancastro, definito “panza de burro” (pancia d’asino), a precedere le ore prima della visita di Papa Leone XIV, penultima tappa dell’intenso viaggio apostolico in Spagna.
Fino a qualche giorno fa c'erano anche vento, pioggia e una nebbia fitta, diradata solo dai colori pastello delle casupole di stile rinascimentale, assembrate lungo colline e marciapiedi. Non proprio il clima che ci si aspetterebbe andando alle Canarie. “Non so perché… È da una settimana così. Ma ora che arriverà il Papa sarà meglio”, assicura Natalia, inserviente di una casa religiosa.
Prima volta assoluta
Il maltempo non ha frenato in alcun modo i preparativi dei giorni scorsi per il Papa, salutato con cartelli e pannelli bianchi e blu di Bienvenido e il motto del viaggio apostolico Alza la mirada. Tombini saldati, muri ridipinti, quasi tutte le strade cerradas, chiuse al traffico già di per sé congestionato, specie intorno alle 15 quando la gente esce da scuole e uffici. L’atmosfera è di “massimo rigore” e “frenetica attività”, spiega ai media vaticani Enélida Hernández. Per le Canarie è la prima volta assoluta di una visita papale e la gestione tecnica e della sicurezza di un tale evento comporta qualche tensione e incertezza. “Tantissimi dettagli di cui occuparsi. Ma affrontiamo tutto con immensa gioia perché il Santo Padre è in mezzo a noi”.
Più o meno sulla stessa linea il tassista José, impegnato a divincolarsi tra transenne e vie alternative. “Il Governo ha detto di lavorare oggi in smart working, di rimandare le visite mediche. Già qua è difficile, vabbè è solo un giorno… Però siamo contenti che arriva il Papa. È storico, no? È il primo Papa in assoluto, no?”.
Sì, è il primo. L’unica “autorità” venuta dal Vaticano nella capitale è Pio XII ma quando da segretario di Stato, nel settembre 1934, fece una breve tappa prima di dirigersi come legato pontificio al Congresso Eucaristico di Buenos Aires.
Una carezza ai migranti e alle realtà di accoglienza
Una tappa fortemente voluta da Papa Leone, questa a Gran Canaria insieme a Tenerife, per incontrare la locale Chiesa che vedrà tutta nella Cattedrale di Sant’Anna dove gli operai hanno sudato per ore per issare e fissare sulla facciata una targa commemorativa della visita. Visita che ha come priorità quella di portare una carezza che ha la forma di un incontro e una parola di gratitudine e incoraggiamento alla popolazione di queste isole che, da meta turistica per antonomasia, sono divenute nel giro di cinque anni teatro di tragedie migratorie con l’approdo di migliaia di persone lungo la famigerata “Rotta Atlantica”.
Molti sono morti lungo il tragitto: fame, sete, freddo, imbarcazioni che non riuscivano a sostenere il peso dei passeggeri e quindi annegamento. Gli altri sono arrivati in tarda notte e in condizioni disumane. Tragedie, alle quali tuttavia ha fatto da contrappeso la solidarietà di gente buttatasi pure in acqua – a cominciare dai locali pescatori - per i salvataggi o prodigatasi per offrire cibo, vestiti, case. In fin dei conti la popolazione di Las Palmas ha fatto quello che - una volta ripresasi dal saccheggio e la distruzione dei pirati olandesi del 1599 – ha fatto nei secoli Settecento e Ottocento. E cioè accogliere numerosi migranti provenienti, oltre che dalla Spagna, anche da Portogallo, Italia e altri Paesi europei. Una “tradizione”, chiamiamola così, o forse meglio dire “vocazione” che si è riaccesa nel 2020 quando, a causa della pandemia di coronavirus e di tutte le disastrose conseguenze, un flusso enorme di migranti si è riversato su queste coste dall’acqua che assomiglia a una colata di cristallo.
Nel porto di Arguineguín, dalla “vergüenza” alla “esperanza”
Oltre 3 mila i migranti arrivati sei anni fa in meno di una settimana al Porto di Arguineguín, a sud dell’isola. Una Lampedusa spagnola, la meta più facile per realizzare il sogno di oltrepassare le porte dell’Europa. Il “muelle de la vergüenza”, “il molo della vergogna”: così è stato ribattezzato Arguineguín per le condizioni di sovraffollamento e precarietà in cui versavano gli immigrati arrivati a bordo di cayucos e pateras, imbarcazioni di fortuna, da Senegal, Mali, Mauritania, Gambia e tutta l’Africa sub-sahariana. Senza contare i latinoamericani, Venezuela e Cuba in primis. “Abbiamo un forte legame con Cuba, molti abuelos sono cubani emigrati qui” spiega Sergio, giovane studente di diritto che arrotonda guidando macchine a noleggio.
In quel momento di pandemia globale ed emergenza locale, solo la Caritas è riuscita ad attrezzarsi in poco tempo per soccorrere i naufraghi, portando cibo e materiale sanitario. Poi il lavoro di accoglienza è divenuto un vero e proprio lavoro, appunto, con alberghi e strutture abbandonate trasformate in centri profughi, l’azione di Cruz Roja, Policia Nacional, Guardia Civíl e altre forze di sicurezza, famiglie o coppie anziane che hanno “adottato” ragazzi senza meta né obiettivi, se non di vivere in condizioni migliori di quelle lasciate nei propri Paesi.
Oggi dalla “vergüenza” si è passati alla “esperanza”, la speranza. Proprio questa, Muelle de la esperanza, è la scritta che si legge su cartelloni bianchi e blu allestiti nel porto di Arguineguín, dove tra poche ore il Papa incontrerà le realtà di accoglienza dei migranti in quello che si prevede essere il momento più emozionante della visita a Gran Canaria. Un evento dall’impronta anche interreligiosa con la presenza di uomini e donne musulmani o di altre religioni, come pure non credenti, attratti dal messaggio universale di questo “leader morale” che seguiranno anche nel tardo pomeriggio allo Stadio per la Messa conclusiva.
Flussi in calo...
Nel porto di questa che a tutti gli effetti è una cittadina, con le sue botegas e i ristoranti con l’odore di pescado che assale le narici, ieri era tutto un via vai di uomini e donne della sicurezza che ripassavano la logistica, di sedie bianche da sistemare, di operatori con cavi, trapani e pure una Madonna in braccio da posizionare sul palco dalla forma di un’onda o una prua. O comunque qualcosa che richiama l’oceano sullo sfondo. Sui muri sono affissi pannelli che raccontano storie di dolore ma anche di redenzione e integrazione. Tra tutti, colpisce il profilo di una donna di origine africana che in poche righe racconta la sua storia: a 16 anni violada, buttata per strada, fuggita, oggi una persona nuova. Una storia come tante incrociatesi tra i migranti arrivati ad Arguineguín attraverso l’Atlantico. Oltre 3180 quelli registrati nel 2026. Sembrano tanti ma non sono nulla rispetto ai 46.843 del 2024 e i 17.788 del 2025. Il numero è andato scemando perché - spiega José Luis Vidales Colinas, direttore di uno dei centri accoglienza di Cruz Blanca, fondazione di matrice religiosa attiva nelle Canarie – “sono stati intensificati i controlli nei Paesi di provenienza e i flussi sono calati. Poi quest’anno abbiamo avuto tormente e nubifragi che hanno scoraggiato le partenze”.
... ma l'emergenza continua
Più netto e dettagliato il parere del gesuita José Antonio Buades, membro della Delegazione diocesana di Migrazioni delle Canarie, portavoce del rapporto annuale presentato a Las Palmas dal Servizio dei Gesuiti per i Migranti (SJM) proprio alla vigilia della visita del Papa. Due mari, una rotta il titolo del report dedicato all’accompagnamento e alla difesa dei migranti sulla frontiera sud dell’Europa, che non risparmia un atto di dura accusa contro le politiche europee con l’entrata in vigore del Patto UE su migrazione e asilo. Per Buades l’andamento degli arrivi dipende da fattori climatici, crisi politiche ed economiche nei Paesi di origine e transito, poi conflitti e politiche di esternalizzazione delle frontiere. “Istituzioni e opinione pubblica tirano un sospiro di sollievo perché i numeri diminuiscono. Ma qual è il prezzo del nostro sollievo? Quante persone stanno morendo? Quante restano senza carburante, alla deriva, vengono intercettate o finiscono vittime delle mafie?”, domanda padre Buades. Per lui e per il Servizio dei Gesuiti per i Migranti, “non possiamo parlare di altra priorità nazionale che non sia quella dell’umanità e della dignità umana”. Che, in sostanza, è lo stesso appello reiterato da Papa Leone XIV.
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