Il Papa abbraccia Montse, detenuta del Centro penitenziario Brians 1 Il Papa abbraccia Montse, detenuta del Centro penitenziario Brians 1

Le carcerate al Papa: nella fede abbiamo trovato la libertà dal nostro rancore

Le testimonianze di due detenute al centro “Brians 1” di Barcellona, portate al Papa nel quinto giorno del suo viaggio apostolico in Spagna, raccontano il paradosso di una reclusione fisica che, attraverso i percorsi della pastorale penitenziaria, dona un senso alle incomprensioni interiori, restituendo il sonno perduto e creando sana impazienza per quando “riprenderà la vita”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

"Hola, Santo Padre, voglio ringraziare il Signore perché, tra tutto ciò che ha fatto per me, mi ha anche fatto il dono di poter dormire". Nel portare questa riconoscenza poco convenzionale dinanzi al Papa il volto di Montse, detenuta al centro penitenziario "Brians 1" di Barcellona, tradisce ancora i segni della stanchezza. Se il riposo presume la quiete, gli occhi rigonfi sono quelli di chi ha passato notti a scontrarsi con il "silenzio di Dio", a non capire, al pari di Josefina, anch'ella detenuta, "perché avesse dovuto portare via" i loro figli. La rabbia, il senso di colpa, diventano allora le celle interiori paradossalmente ben più soffocanti di quelle fisiche. Dove, anzi, attraverso un'opera di pastorale penitenziaria che accompagna, si riaccende il desiderio e ridona respiro. E restituisce il sonno, per non farsi trovare stanca quando la vita "riprenderà". 

Le testimonianze di Montse e Josefina si uniscono a quella di padre Jesús Bel Gaudó, dell'Ordine dei Mercedari, cappellano del penitenziario situato nel Comune di Sant Esteve Sesrovires, a Barcellona, visitato questa mattina, 10 giugno, da Papa Leone XIV, nel quinto giorno del suo viaggio apostolico in Spagna.


“Non lo dimenticheremo mai”

A dare il benvenuto al Pontefice è il direttore del carcere di custodia cautelare che ad oggi conta un migliaio di uomini e 150 donne in attesa di giudizio. Tuttavia, per l'arrivo del vescovo di Roma sono presenti anche alcuni detenuti dei centri Brians 2 e Wad Ras, una piccola rappresentanza della comunità cristiana dell'insieme delle detenute e dei detenuti della Catalogna, accompagnati dai cappellani delle carceri e dalle volontarie e dai volontari della pastorale penitenziaria. "Non sa l'onore che significa per tutti noi che abbia trovato il tempo per farci visita. Non lo dimenticheremo mai".

Il Papa saluta i detenuti del centro penitenziario
Il Papa saluta i detenuti del centro penitenziario   (@Vatican Media)

“Conversare sulle nostre preoccupazioni e desideri”

Dell'importanza di questa visita in un posto dove "ci sono persone che portano una croce molto pesante", aveva già parlato ai media vaticani don Bel Gaudó, che rivolgendosi a Leone in qualità di delegato diocesano della pastorale penitenziaria, spiega in cosa essa concretamente consiste: celebrazione settimanale dell'Eucarestia, preparazione e impartizione dei Sacramenti, incontri per approfondire la Bibbia o, più semplicemente, "conversare sulle nostre preoccupazioni e sui nostri desideri". Un accompagnamento che è quindi comunitario, ma che non trascura la dimensione personale. "Grazie per guardarci con occhi di misericordia e per dire al mondo che esistiamo, che soffriamo, che vogliamo rialzarci e andare avanti".


“Attendo la libertà”

Anche Montse si sofferma sulla gioia che la visita di un Pontefice può portare a persone che "molto spesso si sentono dimenticate". La storia della detenuta risiede tutta nell'aver trovato dentro il carcere la via della fede. "Per molto tempo avevo cercato di credere in Dio e non ci ero riuscita. In realtà la vita non me lo aveva permesso". La perdita di persone care aveva portato a uno "scontro" con quell’appiglio che proprio esse le avevano trasmesso, "e mi ci è voluta una vita intera per capire che Dio non ha la colpa". Oggi, Montse è libera dal fardello del rancore, e quello spazio libero è riempito di "cose che non sapevo di avere dentro di me". Oggi, Montse riposa bene, dopo avere sofferto di un'insonnia così grave che né farmaci né ricoveri riuscivano a placare. "Una notte, tenendo in mano una croce, sono riuscita a dormire. So che è stato Gesù ad aiutarmi". Infine, oggi, Montse vive non una, ma due attese: "ricongiungermi con mio figlio in cielo", ma "anche la libertà" fuori dal carcere.

Una preghiera tra le mani di un detenuto
Una preghiera tra le mani di un detenuto   (@Vatican Media)

“Non so come avrei potuto resistere”

La storia di Josefina ricalca in molti aspetti quella della sua compagna detenuta. Un'educazione alla fede cristiana, poi un incidente occorso al figlio e un carattere per sua stessa ammissione impulsivo che mette in discussione tutto, persino Dio, "al quale chiedevo spiegazioni su ogni cosa". Vedere un figlio soffrire scuote anche la fede meglio costruita, ma con il tempo Josefina si convince di "non voler chiedere spiegazioni". "Mio figlio è sopravvissuto ed è oggi un miracolo. E io crederò sempre che è stato Dio. È sempre Dio; altrimenti non so come avrei potuto resistere". "Passerà", il tempo della resistenza, ma Josefina rimarrà "unita a Dio".

L'abbraccio tra il Papa e Josefina
L'abbraccio tra il Papa e Josefina   (@Vatican Media)
Guarda il video integrale della visita al Centro Penitenziario BRIANS

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10 giugno 2026, 11:20