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Jesús Bel, cappellano del carcere Brians a Barcellona Jesús Bel, cappellano del carcere Brians a Barcellona

L’attesa del Papa nel carcere Brians, il cappellano: la Chiesa segua la via della misericordia

Tra le tappe di Leone in Catalogna, quella nel penitenziario di custodia cautelare dove due detenute offriranno una breve testimonianza. Il padre mercedario Jesús Bel, da 40 anni impegnato nella pastorale carceraria in diversi istituti di pena, sottolinea il valore della visita: "Una volta, mentre celebravo in una prigione in Venezuela, si scatenò una sparatoria e furono proprio due detenuti a salvarmi. Se non si recupera l’uomo, è molto difficile che la persona possa andare avanti"

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Anche di fronte al totale fallimento, quando tutto crolla, proprio a partire dal punto più profondo del pozzo in cui siamo sprofondati, si può trovare una via per riemergere. A testimoniarlo ai media vaticani è padre Jesús Bel Gaudó, dell’Ordine dei Mercedari, cappellano del carcere Brians 1 della Generalitat de Catalonia, nel Comune di Sant Esteve Sesrovires, a Barcellona, dove il Papa sarà in visita mercoledì 10 giugno, inaugurando così la sua seconda giornata nella capitale della Catalogna.

La via della misericordia

Ancora vivide sono le immagini del precedente viaggio di Leone in Guinea Equatoriale, con il commovente incontro nel carcere di Bata, uno dei più duri d’Africa. Tornare a visitare un istituto penitenziario, nell’ambito di un viaggio apostolico, è sottolineare la direttrice che la Chiesa dovrebbe sempre seguire: la misericordia. Lo evidenzia il religioso, compiaciuto di come il Successore di Pietro voglia recarsi proprio là dove “ci sono persone che portano una croce molto pesante”. È la Chiesa che entra nelle stanze di chi vive ai margini, di chi sconta per i propri errori cercando di raddrizzare la propria strada sviata.


Vivere in attesa di giudizio

Brians 1 è un carcere di custodia cautelare, con detenuti e detenute in attesa di giudizio. Ce ne sono un migliaio, di uomini, e 150 donne. Inaugurato nel 1991 ha una superficie edificata di oltre 6 mila metri quadrati. Circa la metà dei prigionieri è composta di stranieri. Molti provengono dall'America Latina, dal Maghreb e anche dall'Africa subsahariana, alcune persone sono originarie dell'Europa dell'Est. I reati per lo più vanno dal traffico di droga ai furti. Tutti sono nel limbo ansiogeno dell'attesa del processo. Offrire assistenza spirituale qui vuol dire anche aiutare a riallacciare i contatti con le famiglie di origine, cercare una via per trasformare il rifiuto sociale in riscatto che porta a operare il bene. “Persone che hanno passato quasi tutta la vita in un istituto, senza dei genitori alle spalle, senza cura e attenzione, sono sprofondate in un baratro da cui, tuttavia, sono riuscite a uscire anche grazie al sostegno spirituale". E in alcuni casi si sono rifatte una vita più che dignitosa. “In realtà, non ho mai conosciuto una persona che fosse così cattiva, così cattiva, da non avere davvero nulla di buono”, osserva padre Jesús.

La scoperta della forza trasformante di Dio

Padre Bel ha all’attivo un’esperienza quarantennale di cappellano in carcere, in diversi istituti in Spagna e anche in tre prigioni in Venezuela, dove ha trascorso ben 24 anni. Contesti molto diversi dove il comun denominatore è sempre la gioia di vedere quanto la scoperta di Dio in queste persone abbia un reale potere trasformante. “Bisogna avere molta pazienza. E una volta che la persona scopre quella misericordia di Dio, allora comincia a cambiare, a trovare una speranza e un nuovo modo di essere e di vivere, e cambia tutto. Anche in Venezuela accadeva. Certo, là lo scenario è senza dubbio più pericoloso rispetto a qui, molto più complicato, con molta corruzione, molta violenza, ma in fondo noi esseri umani non siamo così diversi da un posto all'altro, e alla fine è questo che conta”.

Quando al fondo della malvagità si annida il bene

“Le persone che sono in carcere hanno dei valori. Ci sono stati episodi che mi hanno confermato che spesso l’umanità non si perde, nonostante le difficoltà. Ricordo una volta in Venezuela, andavo a celebrare la Messa in un centro penitenziario; ce n'era un altro lì accanto, che si chiamava Tocorón, dove non c'era un cappellano. Ci andava un gruppo di volontari a officiare, a fare la catechesi, a incoraggiare i detenuti. Furono loro a chiedermi se potevo andare a celebrare almeno una volta al mese e così decisi di impegnarmi in questo”. Il sacerdote racconta di quando celebrò in un campo da basket dentro il carcere con più di cento detenuti alla funzione. Scoppiò uno scontro tra due bande che scatenò una sparatoria. “Dovemmo buttarci a terra, i proiettili ci passavano sopra la testa. A un certo punto, due detenuti si trascinarono per terra, e si misero accanto a me dicendomi: «Tranquillo, padre, oggi ne uscirà vivo da qui…». Beh, io ho sempre detto che per me Cristo ha dato la vita. E loro erano disposti a sacrificarsi. Hanno fatto da scudo umano affinché a me non succedesse nulla”. Nonostante la struttura applichi dei protocolli tali da prevenire i casi di suicidio, lo stesso cappellano ammette che episodi estremi ci sono stati. Del resto, studi condotti in questo penitenziario, come nelle carceri in Francia, Norvegia e Germania, mostrano che essere in detenzione preventiva è proprio uno dei principali fattori di rischio.

L’attesa del Papa, sentire di essere persone amate

“Lo aspettano con entusiasmo, con desiderio, lo accoglieranno con tutto il loro affetto”, dice ancora padre Jesús alla vigilia dell’arrivo di Leone XIV. È previsto che due detenute offrano una loro breve testimonianza. Bisogna neutralizzare il rischio di disumanizzarci, conclude il cappellano, ricordando un tema che sta molto a cuore al Pontefice. “La disumanizzazione che si sta verificando in questo mondo crea dei vuoti che si cerca di colmare con molte cose, e a volte si perde un po’ l’orizzonte, l’alto orizzonte della persona. Se non si recupera l’uomo, è molto difficile che la persona possa poi andare avanti”.

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09 giugno 2026, 08:16