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Leone XIV: costruire speranza e giustizia superando vecchie divisioni e corruzione

Alla Messa nella spianata di Kilamba, commentando il brano di Vangelo sui discepoli di Emmaus, il Papa invoca per gli angolani, in un Paese ferito da una lunga guerra civile, una Chiesa che li accompagni e che raccolga "il grido dei suoi figli". Poi raccomanda di non mescolare con la fede “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”

Daniele Piccini – Città del Vaticano

La musica che accoglie Leone XIV, giunto nella spianata di Kilamba, a una trentina di chilometri dalla capitale dell'Angola, per presiedere la Messa, è piena di gioia, sebbene abbia perso l’insistenza ritmica della marimba. Ha acquistato la passionalità della tradizione sonora portoghese, europea: le percussioni hanno ceduto il passo all'armonia e alla coralità. Algeria e Camerun, prime due tappe del viaggio apostolico del Pontefice in Africa, sono musicalmente lontane. Ora a dominare il pentagramma c'è sacralità mista a dramma. È la musica giusta per raccontare due storie di dolore e di amore. Quella di Gesù che accompagna due discepoli verso casa, a Emmaus, e li consola riaprendo i loro occhi alla speranza. E quella della Chiesa che affianca l’Angola e si prende cura delle sue cicatrici, tracce dolorose della sua storia recente.

In papamobile tra i fedeli a Kilamba
In papamobile tra i fedeli a Kilamba   (@Vatican Media)

Scompaiano l'odio e la violenza

Il sobborgo di Kilamba, che tutti chiamano la "città fantasma", è un luogo dove le multinazionali cinesi hanno costruito appartamenti costosi, che pochi angolani possono permettersi di abitare. Festoso il benvenuto dei fedeli, quando il Vescovo di Roma attraversa in papamobile i settori in cui la spianata è suddivisa, salutandoli e benedicendoli.

LEGGI L'OMELIA INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV

Nell’omelia della Messa di stamani, 19 aprile, la prima che presiede in Angola, il Papa - dall'enorme tenso-struttura semisferica allestita come altare - parla ad un Paese diviso e ancora ferito da quasi trent’anni di guerra civile e porta al suo popolo la speranza che viene dalla “grazia di Cristo Risorto”.

Possiamo e vogliamo costruire un Paese dove siano superate per sempre le vecchie divisioni, dove scompaiano l’odio e la violenza, dove la piaga della corruzione venga guarita da una nuova cultura della giustizia e della condivisione. Solo così sarà possibile un futuro di speranza, soprattutto per i tanti giovani che l’hanno perduta.

Un Paese bellissimo e ferito, che ha fame di speranza

Nella terza domenica di Pasqua, il Vangelo del giorno, proclamato in lingua portoghese davanti a circa 100 mila fedeli, descrive il ritorno di due discepoli di Gesù da Gerusalemme al loro villaggio, Emmaus. Il loro cuore, spiega ancora Leone XIV, è “ferito e triste”: avevano confidato nel loro Maestro, lo avevano seguito” e l’hanno visto morire. Si sentono “delusi e sconfitti”. Nel cammino di ritorno verso casa, ne parlano ancora, rielaborano la perdita, condividono quanto hanno vissuto, “col rischio però di restare imprigionati nel dolore, chiusi alla speranza”, aggiunge il Papa. Nel brano dell’evangelista Luca, il Pontefice vede “rispecchiata la storia dell’Angola”, un “Paese bellissimo e ferito, che ha fame e sete di speranza, di pace e di fraternità”.

La folla di persone alla Messa
La folla di persone alla Messa   (@Vatican Media)

Ottenuta l’indipendenza dal Portogallo nel 1975, l’Angola non è divenuto una nazione stabile. I vari gruppi militari che avevano combattuto contro il potere coloniale – tra tutti il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola, di ispirazione marxista, e l’Unita, sostenuta da Stati Uniti e Sudafrica - hanno iniziato una lunga guerra civile, terminata solo nel 2002 dopo aver mietuto circa 500 mila vittime. Un dolore che ha segnato il Paese, condannandolo ad uno “strascico di inimicizie e divisioni, di risorse, sperperate e di povertà”. Come è accaduto ai due discepoli di Gesù, di ritorno sulla via verso Emmaus: si può perdere la speranza e rimanere “paralizzati dallo scoraggiamento”, “quando per lungo tempo si è immersi in una storia così marchiata dal dolore”.

Guardare oltre il dolore

La soluzione, per il popolo dell’Angola, come per i due discepoli di Emmaus, non scaturisce dall’attuazione di una propria strategia: è un dono, che viene dall’Alto.

Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore (…). Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede.

La vicinanza del Signore la “sperimentiamo” con forza nella preghiera e nell’Eucaristia: queste sono le dimensioni spirituali in cui “incontriamo Dio”. Per questo “occorre sempre vigilare”, avverte il Papa, sulle “forme di religiosità tradizionale” che pur appartenendo “alle radici della vostra cultura”, rischiano di confondere, con una rischiosa mescolanza di “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”. Il Pontefice invita i cattolici dell’Angola a “fidarsi dei vostri Pastori” e a tenere lo sguardo “fisso su Gesù” e li incoraggia all’”impegno generoso” che lenisce le ferite e riaccende la speranza.

La spianata di Kilamba gremita di fedeli e, in fondo, la tenso-struttura dove il Papa ha presieduto la Messa.
La spianata di Kilamba gremita di fedeli e, in fondo, la tenso-struttura dove il Papa ha presieduto la Messa.

Una Chiesa che si fa pane e si spezza per i suoi figli

Nelle conseguenze di una storia di violenza, dentro le “problematiche sociali ed economiche” e “le diverse forme di povertà”, la Chiesa, sottolinea il Vescovo di Roma, ha il compito di accompagnare il Paese, “raccogliere il grido dei suoi figli” e donarsi come pane spezzato, proprio come Gesù si è affiancato ai due discepoli delusi e disorientati.

L’Angola ha bisogno di vescovi, preti, missionari, religiose e religiosi, laiche e laici che abbiano in cuore il desiderio di spezzare la propria vita e donarla gli uni agli altri, di impegnarsi nell’amore e nel perdono vicendevoli, di costruire spazi di fraternità e di pace, di compiere gesti di compassione e di solidarietà verso chi ha più bisogno.

Le parole finali di Leone XIV, al termine della sua omelia, sono pronunciate per scuotere un Paese arenato e rimetterlo in cammino verso il domani.

Fratelli e sorelle, oggi c’è bisogno di guardare al futuro con speranza e di costruire la speranza del futuro. Non abbiate paura di farlo!

Anche la preghiera dei fedeli chiede al "Dio della speranza e della pace" di sostenere la Chiesa e i suoi pastori, e "quanti si dedicano al bene pubblico e servono i più poveri e i malati".

Lavorare ogni giorno nel “cantiere” della pace

Parole che nutrono la “ragione” e ispirano la “volontà” di continuare a fare il bene, come sottolinea nel discorso di ringraziamento al termine della Messa, l’arcivescovo di Luanda, monsignor Filomeno do Nascimento Vieira Dias. “Grazie per averci ricordato che dobbiamo essere un popolo unito nel bene, nella verità e nella giustizia – dice il presule - un popolo di fratelli, mano nella mano, impegnato nella felicità e nel benessere dell’altro, senza lasciare nessuno ai margini, nessuno indietro, nessuno dimenticato, nessuno ferito”.

Monsignor Vieira Dias ricorda infine le parole del Pontefice in Libano, quando, in occasione del suo primo viaggio apostolico, invitava a considerare il “desiderio di riconciliazione e di pace” come “un cantiere aperto”, cui bisogna lavorare con “tenacia” e “perseveranza”. Un ricordo che ha il sapore di un impegno quotidiano per tutto il popolo dell’Angola. Poi l’arcivescovo di Luanda dona al Papa un calice per l’Eucaristia. Il segno di una presenza, che incoraggia ogni operatore di pace a non considerarsi mai solo nella sua fatica.

Guarda il video della Messa presieduta da Papa Leone XIV

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19 aprile 2026, 12:57