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Il Papa con gli assistiti dell'ospedale De La Croix durante il suo viaggio apostolico in Libano Il Papa con gli assistiti dell'ospedale De La Croix durante il suo viaggio apostolico in Libano

Giornata del malato, Leone XIV: l'amore non è passivo, si prende cura dell'altro

Nel suo messaggio per la 34.ma edizione della ricorrenza che si celebrerà a Chiclayo, in Perù, il Papa ricorda gli anni lì trascorsi come missionario e vescovo, dove ha toccato con mano misericordia e compassione verso quel dolore che “ci commuove” e perciò non è “estraneo”: contro la cultura “della fretta” necessaria una vicinanza che trascenda le “norme rituali”, anche per una rinnovata visione dell’autostima, non basata su stereotipi di successo o carriera

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

La passività implica un’estraneità che stride con lo struggimento che riempie il pianto, quando una persona si ammala. Eppure, travolti dall’urgenza continua di fare in “fretta”, anche l’amore, la vicinanza, diventa “decisione” da compiere rompendo le “norme rituali”. Si fa stare bene non soltanto il prossimo, ma anche sé stessi, perché si dischiude una nuova forma di “autostima”, fondata nella misura della compassione e non negli stereotipi del successo, della carriera o della posizione sociale. Nel messaggio per la 34.ma Giornata Mondiale del Malato, pubblicato oggi, 20 gennaio, Papa Leone XIV attinge direttamente alla propria esperienza di missionario e vescovo, a quella Chiclayo in Perù dove la ricorrenza sarà celebrata, per invitare ad “amare portando il dolore dell’altro”, sulle orme del Buon Samaritano.

LEGGI IL MESSAGGIO INTEGRALE DI PAPA LEONE XIV

La piaga della cultura "della fretta"

È la parabola raccontata nel Vangelo di Luca il filo conduttore del messaggio per la Giornata che ricorrerà il prossimo 11 febbraio. Un testo che, scrive il Pontefice, è “sempre attuale” e necessario per riscoprire “la bellezza della carità” e la “dimensione sociale della compassione”. Un valore che, riprendendo i concetti espressi nell’Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, non si riduce a un “mero sforzo individuale”, ma trova il suo compimento nella relazione.

Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano.

La "decisione di amare"

Rievocando il testo evangelico, Leone XIV ricorda che il Buon Samaritano, vedendo un uomo ferito lungo la strada verso Gerico, non è “passato oltre”, ma si è fermato, offrendogli “vicinanza umana e solidale”. Soprattutto, come scriveva Papa Francesco, gli ha donato “il proprio tempo”. La morale, dunque, non risiede tanto nell’identificazione del prossimo, quanto nel farsi prossimi. Una chiave di lettura già affermata da sant’Agostino, il quale scriveva che “nessuno è prossimo di un altro finché non gli si avvicina volontariamente. Perciò si è fatto prossimo colui che ha avuto misericordia”.

L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita.

Partecipare alla sofferenza altrui

La compassione non può ridursi a semplice “filantropia”, scrive il Pontefice, ma deve tradursi in segni di partecipazione “personale” alla sofferenza altrui, andando oltre i propri bisogni, fino a fare in modo – come sostenevano Benedetto XVI nell’Enciclica Deus caritas est e san Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Salvifici doloris – “che la nostra persona sia parte del dono”.


Scoprire l'amore attraverso i malati

Parlando del suo incontro con i lebbrosi, san Francesco d’Assisi raccontava, infatti, come fosse stato il Signore stesso a condurlo da loro perché, scrive Leone XIV, “attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare”. Anche sant’Ambrogio sottolineava che il dono dell’incontro nasce “dal legame con Gesù Cristo, che riconosciamo come il Buon Samaritano che ci ha portato la salvezza eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito”.

Essere uno nell’Uno, nella vicinanza, nella presenza, nell’amore ricevuto e condiviso, e godere, come San Francesco, della dolcezza di averlo incontrato.

La cura di familiari e operatori sanitari

Un’altra postura del Buon Samaritano evidenziata dal Papa è la “compassione”: un’emozione “profonda che spinge all’azione”, che nasce dall’interiorità e genera “impegno verso la sofferenza altrui”. Non è né teorica né semplicemente sentimentale, ma si traduce in gesti concreti che Leone XIV elenca con chiarezza: “si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura”. Tutto questo, sottolinea il Pontefice, non avviene in modo isolato: il samaritano, infatti, affida l’uomo ferito a un albergatore, chiamato anch’egli a prendersene cura, “come noi siamo chiamati a incontrarci e a costruire un ‘noi’ più forte della somma delle singole individualità”.

Io stesso ho constatato, nella mia esperienza di missionario e vescovo in Perù, come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale.

La "salute" di una società

I riferimenti alla cura del malato ricorrono anche nell’Esortazione apostolica Dilexi te, firmata dallo stesso Leone XIV, dove essa viene indicata come parte essenziale della missione ecclesiale e come autentica “azione ecclesiale”. Il Pontefice richiama, in proposito, gli scritti di san Cipriano sul diffondersi della peste nel suo tempo, per mostrare come proprio in tali circostanze si misuri la “salute” di una società, anche di quella odierna:

Questa epidemia, questa peste, che sembra orribile e funesta, mette alla prova la giustizia di ognuno, ed esamina i sentimenti del genere umano: se i sani servano i malati, se i parenti amino con rispetto i loro congiunti, se i padroni abbiano compassione dei servi che stanno male, se i medici non abbandonino i malati che chiedono aiuto.

"Il dolore che ci commuove"

“Essere nell’Uno”, ribadisce il Papa, significa aderire all’essere “membra di un solo corpo”, nel quale ciascuno, secondo la propria vocazione, porta la compassione divina per la sofferenza universale.

Il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti.


Amori inseparabili    

Nel riflettere ulteriormente sulla vicinanza al malato, il Pontefice richiama nuovamente il Vangelo di Luca: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Un duplice comandamento che riconosce il primato dell’amore per Dio e la sua diretta conseguenza sul modo di amare e di relazionarsi dell’uomo in tutte le sue dimensioni. Due affetti “distinti” e tuttavia “inseparabili”.

Il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo è amare Dio nei fatti.

Le relazioni realizzano l'uomo

Questa prospettiva consente anche di riscoprire il vero significato dell’amore verso sè stessi, liberando l’autostima da stereotipi di successo, carriera, posizione sociale o discendenza, e recuperando la giusta collocazione personale davanti a Dio e al fratello. Come scriveva Benedetto XVI nell’Enciclica Caritas in veritate:

La creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali. Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza sè stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio.

La dimensione "samaritana"

Il Papa conclude con l’auspicio di uno stile di vita che non manchi di una dimensione “samaritana”, inclusiva e coraggiosa, impegnata e solidale, con le radici nell’unione con Dio.

Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti.

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20 gennaio 2026, 11:30