Giornata del malato, Czerny: accogliere e curare con il "linguaggio del cuore"
Lorena Leonardi – Città del Vaticano
Se "curare è compito della medicina", qui si parla di "guarigione", qualcosa di "più ampio e profondo del semplice curare le malattie". E "ci vuole coraggio", serve "leggere con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto", perché "non ti lascia come eri prima". Così il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale (Dssui) ha presentato stamani, 20 gennaio, nella Sala stampa della Santa Sede, il messaggio per la 34.ma Giornata mondiale del malato, che si celebra l’11 febbraio.
L'importanza dell'incontro
"Come trattiamo i malati, gli anziani, i disabili, i poveri tra noi?" è la domanda di fondo, cui risponde un testo, quello pontificio, che non solo "riporta alle basi", ha rimarcato il porporato gesuita, ma che davvero è "per tutti", cristiani e non. Ne ha illustrato dunque la struttura tripartita: sull’incontro, "importante non solo per i malati ma per tutti", sulla compassione, "senza la quale non c’è guarigione", e sul vero amore. Mai come nell’attuale "mondo iperconnesso" si è parlato tanto di "isolamento, solitudine, mancanza di speranza", ha riflettuto il prefetto del Dssui, e quindi, dell’importanza dell’incontro: se tutti hanno bisogno di "un orecchio che ascolti", con i malati l’incontro deve essere "reale, non sentimentale, fugace, elettronico". Un incontro "vero", "coraggioso", "inclusivo", sul modello del buon samaritano proposto dal Papa, esempio "non da ammirare ma da imitare".
Un'unica umanità
Anche se tradizionalmente rivolto agli operatori sanitari e pastorali cattolici, il messaggio quest’anno, ha continuato il porporato, "si rivolge a tutti, perché siamo un solo corpo, un’unica umanità di fratelli e sorelle, e quando qualcuno è malato e soffre, tutte le altre categorie — che tendono a dividere — svaniscono nella loro insignificanza". Infine, la sezione dedicata al "vero amore" e alle sue tre dimensioni "essenziali e inseparabili": l’amore di Dio, l’amore del prossimo e l’amore di sé. Se la prima è "misteriosa" e la terza "sfuggente", amare il prossimo — inteso come chiunque abbia bisogno di noi — è "alla portata di tutti", ha concluso Czerny.
L'esperienza della vicinanza a Lourdes
Della propria esperienza al santuario di Nostra Signora di Lourdes, per eccellenza luogo di preghiera e speranza per i malati, ha parlato il rettore monsignor Michel Daubanes, riferendo come il messaggio "risuona profondamente" con quanto vivono i cappellani ogni giorno ricevendo i pellegrini, specialmente "quanti sono stati feriti nel cammino della vita". Accoglierli — ha garantito — "è una gioia", così come "è per loro una gioia arrivare ai piedi della Madonna, alla roccia della grotta di Massabielle".
Il "miracolo dell'accoglienza"
Se a Lourdes le ferite sono "numerose ed evidenti", non c’è parimenti "alcun tentativo di nasconderle: chi ne è segnato non se ne vergogna; sono autentiche". Ma d’altra parte, malati o no, "ci scopriamo tutti feriti e quindi, allo stesso tempo, tutti guariti da Cristo, il divin samaritano", ha proseguito il sacerdote francese che dal 2022 guida il santuario mariano, dove una rete "antichissima" continua a espandersi e rinnovarsi. E dove ogni giorno avviene "il miracolo dell’accoglienza, dell’ascolto e della fraternità autentica", anche per mano di molti giovani, che a Lourdes frequentano "una magnifica scuola di umanità e di cristianesimo": tutti "samaritani gioiosi e contagiosi, i cui cuori non cessano mai di aprirsi, sempre di più". Le condizioni mediche non contano, lingue e nazionalità sono barriere fragili, perché "il linguaggio utilizzato è quello della carità", il modello economico, ha concluso Daubanes, è basato su "generosità", "volontariato" e "servizio disinteressato".
"Accogliere è già curare"
Vive della stessa gratuità anche il Poliambulatorio della Caritas diocesana di Roma, ispirato dal motto "Accogliere è già curare". A raccontarlo è Giulia Civitelli, medico e missionaria secolare scalabriniana, responsabile della struttura che all’interno della Stazione Termini si rivolge a persone in condizioni di estrema marginalità sociale, senza dimora, stranieri privi di permesso di soggiorno. Voluto nel 1983 da don Luigi Di Liegro, oggi esso funziona grazie a 150 volontari, che nel 2025 hanno aiutato 2500 persone provenienti da oltre 100 Paesi. Donne e uomini per i quali, spesso, il diritto alla salute non è pienamente accessibile, ma che al Poliambulatorio trovano ascolto e supporto: la malattia, ha detto Civitelli, "spesso si intreccia con storie drammatiche e marginalità sociale, discriminazioni e sfruttamento, violenze e fughe, traumatizzazioni e ritraumatizzazioni, passate detenzioni".
Le storie di sofferenza e relazione
Un carico di dolore, sofferenza, mortificazione e umiliazione, "aggravato dall’indifferenza di chi incontrano", ha continuato il medico, sottolineando che il più grande bisogno che hanno tutti è quello di "entrare in relazione". La responsabile del Poliambulatorio ha quindi condiviso la storia di una donna albanese malata terminale che negli ultimi mesi di vita, accompagnata dal marito peruviano conosciuto al dormitorio Caritas, ha chiesto i sacramenti dell’iniziazione cristiana e di potersi sposare in chiesa.
"Stare", anche nei giorni peggiori
Ha infine preso la parola Marina Melone, della commissione carità e accoglienza della parrocchia romana di San Gregorio VII e volontaria della Casa "Il gelsomino", che dal 2017 ospita genitori e piccoli in cura all’Ospedale pediatrico "Bambino Gesù". Una "casa lontano da casa" nata grazie a un progetto comunitario e ai volontari della parrocchia impegnati in un’accoglienza che significa prima di tutto "stare", anche quando, ha commentato Melone, "in una giornata nera" per le brutte notizie dall’ospedale, "nessuno esce dalla sua stanza e ha voglia di parlare". Un impegno che, rimarca la volontaria, non è facile specialmente quando qualche bambino non ce la fa, e allora la rabbia e il dolore dei genitori diventano quasi incontenibili. In quei momenti, come in quelli altrettanto forti di gioia per una guarigione, "sentiamo di far parte di un corpo unito e più grande".
Le domande dei giornalisti
Al termine degli interventi, rispondendo alle domande dei giornalisti, il cardinale Czerny ha chiarito che il messaggio non chiede semplicemente "alle persone sane di aiutare quelle malate, perché tanti di noi soffrono in modo diverso", quindi la gerarchia dell’amore non impedisce di aiutare gli altri. A proposito delle situazioni di violenza in cui farsi prossimi potrebbe essere difficile, il cardinale ha detto che "ogni singolo cittadino può dare sostegno, e noi possiamo sperare che tanti gesti da samaritani si traducano in politiche migliori". A un quesito in merito al suicidio assistito come reazione compassionevole, il prefetto del Dssui ha risposto che "la compassione è qualcosa di diverso", esortando a "consentire alle nostre azioni di parlare piuttosto che sostenere le cose a livello teorico". Gli ha fatto eco padre Daubanes, rimarcando che "la compassione è esserci fino all’ultimo respiro, semplicemente. L’abbandono — ha ribadito — non è mai compassione".
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