Ebola in RD Congo, superate le 3 mila vittime. L’allarme dei vescovi
Federico Tonini – Città del Vaticano
È una disgrazia senza precedenti nella storia del Paese africano quella che sta devastando la Repubblica Democratica del Congo, in piena lotta contro la seconda ondata di ebola, la peggiore di sempre dal punto di vista della trasmissione. Il grave contagio in corso è il diciassettesimo nella storia dell’Africa, che ad ora ha superato i 3mila morti, e circa 6.200 contagi. Nei giorni scorsi, la Conferenza episcopale del Paese, ha chiesto un intervento d’urgenza per applicare provvedimenti più efficaci per combattere l’epidemia con maggiore impegno. Sono state evidenziate, inoltre, chiare carenze di strumenti di protezione individuale e di forniture mediche di vario genere. Lo stesso personale sanitario è spesso retribuito inadeguatamente. Una serie di gravi lacune denunciate dalla Chiesa che intende intensificare il suo sostegno.
L'azione dell'Oms
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’organizzazione no-profit svedese Flowminder, attraverso una decisione innovativa dalla nascita della malattia, si stanno avvalendo dei dati anonimi delle reti telefoniche per tracciare, all’interno del Paese, gli spostamenti dei cittadini e prevedere prossimi eventuali focolai del virus. In questo modo, nella città fluviale di Kisangani sarebbe stata anticipata la diffusione di ulteriori casi. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha lanciato un appello alla comunità internazionale per la raccolta di 1,3 miliardi di dollari per sostenere il governo di Kinshasa. “Sappiamo – sono state le parole di Ghebreyesus – di avanzare questa richiesta in un momento in cui i finanziamenti per gli aiuti umanitari si sono ridotti, ma come imparato dalle precedenti epidemie di Ebola, possiamo controllare anche questa se lo vogliamo".
La variante Bundibugyo
Il profilo appare ancora più complesso a causa della variante in circolazione, denominata Bundibugyo, contro la quale non sono ancora stati trovati rimedi specifici o soluzioni ufficialmente approvate. Malgrado ciò, si procede con la vaccinazione del personale sanitario con dosi di emergenza, nel tentativo di tamponare la situazione, offrendo una prima protezione. Le autorità, nel frattempo, hanno confermato la decisione di riaprire gli istituti scolastici, per evitare che un’intera generazione di bambini resti indietro con il programma. All’interno degli edifici sono stati installati kit per l’igiene primaria e prodotti disinfettanti, con la norma di evitare il contatto fisico tra compagni, rispettando il distanziamento sociale. Nel caso in cui si dovesse comunque verificare un episodio di contagio, il singolo istituto si vedrebbe costretto a chiudere, deviando sull’insegnamento via radio.
I conflitti armati sul territorio
Dalle iniziali tre aree di contagio, l’epidemia si è velocemente estesa a ben sessanta zone sanitarie, collocate in sei provincie diverse. Un’evoluzione repentina, dovuta anche agli attacchi dei gruppi ribelli, ai danni delle forze governative; scontri che hanno causato continui spostamenti degli sfollati, con il 60% di decessi avvenuti al di fuori dei centri medici specializzati. “Il virus ci sta esaurendo, è un calvario e non sappiamo quando finirà”, commenta sfinito Jeannot Kriekeija, operatore sanitario schierato in prima linea a Bunia, capoluogo della provincia dell’Ituri, nella zona est del territorio. Un sentimento d’impotenza che riassume il peggior incubo sanitario che, dal 1976, tormenta i Paesi del centro e dell’ovest del continente africano.
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