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50 migranti arrivati a Lanzarote nel mese di maggio 50 migranti arrivati a Lanzarote nel mese di maggio  (ANSA)

Migranti, quella traversata mortale che passa per l’Atlantico

La “rotta del Mediterraneo occidentale” è una delle più pericolose al mondo: secondo i dati dell’ong spagnola Caminando Fronteras, soltanto nel 2025 sono morti oltre 3.000 migranti, provenienti dai Paesi dell’Africa nord-occidentale. Altri vivono, invece, negli affollati campi dislocati alle Canarie, arcipelago che accoglierà Papa Leone XIV l’11 e 12 giugno, a conclusione del viaggio apostolico in Spagna

Beatrice Guarrera - Città del Vaticano

«Senza documenti numero 3, morto a Órzola il 17 giugno 2021»: così è scritto a Lanzarote su un semplice cartello che indica una persona migrante deceduta in un naufragio al largo delle isole Canarie mentre cercava di raggiungere l’Europa attraverso quella che è definita “rotta del Mediterraneo occidentale” o “rotta atlantica”. Si tratta di una delle più pericolose, lungo la quale — secondo i dati dell’ong spagnola Caminando Fronteras — soltanto nel 2025 sono morti oltre tremila migranti, provenienti dai Paesi dell’Africa nord-occidentale. Altri vivono, invece, negli affollati campi dislocati alle Canarie, arcipelago che accoglierà Papa Leone XIV l’11 e 12 giugno, a conclusione del viaggio apostolico in Spagna. Anche il suo predecessore, Francesco, aveva espresso il desiderio di visitare le Canarie, dopo che nel 2024 aveva ricevuto delle lettere di migranti, testimoni di traversate mortali lungo la rotta atlantica.

Un tragico bilancio

Oggi a essere testimoni silenti di quelle tragedie sono anche le lapidi presenti sull’arcipelago, come appunto quelle della zona musulmana del cimitero di Teguise, sull’isola di Lanzarote. Raccontano la scomparsa di intere esistenze, addirittura del nome di coloro che viaggiavano su quel gommone capovolto in mezzo al mare il 17 giugno 2021. Quella notte gli abitanti del villaggio si precipitarono a soccorrere i 47 naufraghi, salvando molte vite. Il tragico bilancio fu di quattro annegati, tra cui un bambino di 8 anni, e un disperso. A raccontarlo è Laetitia Marthe, che fa parte della Rete di solidarietà per i migranti nata a Lanzarote dopo che nel 2019 e nel 2020 le imbarcazioni avevano iniziato ad arrivare in massa sulle coste delle isole Canarie. L’obiettivo del collettivo è stato fin da subito «fornire assistenza concreta, materiale, emotiva, legale e medica ma anche monitorare le violazioni dei diritti umani da parte delle autorità e denunciare la risposta del sistema». Il naufragio del giugno 2021 è avvenuto sette mesi dopo che lo stesso villaggio aveva assistito alla morte di otto giovani marocchini in circostanze simili. Ancora prima, nel 2019, dieci giovani avevano perso la vita nel capovolgimento della loro imbarcazione al largo del villaggio di Caleta Caballo. Il più recente naufragio, invece, è avvenuto al largo di El Hierro, appena un anno fa. «Tutti coloro che vi hanno assistito lo ricordano con infinito dolore», spiega Marthe: «Sette persone, quattro donne e tre bambine, sono morte durante le operazioni di salvataggio». La loro imbarcazione si è rovesciata nel porto, lasciandole intrappolate sotto lo scafo fino a quando non sono annegate. «Questi sono i naufragi di cui siamo a conoscenza — continua la volontaria — ma sappiamo anche che le rotte atlantiche sono causa di numerose sparizioni di intere imbarcazioni che non raggiungono mai le nostre coste. Ne sono la prova le canoe ritrovate nei Caraibi con a bordo solo alcuni corpi mummificati».

Le difficoltà continuano

Migranti in attesa di assistenza dalla Croce Rossa dopo essere sbarcati da una nave della guardia costiera spagnola nel porto di Arguineguin
Migranti in attesa di assistenza dalla Croce Rossa dopo essere sbarcati da una nave della guardia costiera spagnola nel porto di Arguineguin

Una volta che le persone riescono a raggiungere le coste delle Canarie, però, le difficoltà continuano: dopo essere passati per le strutture del Cate (Centro de atención temporal para extranjeros), infatti, i migranti dovrebbero essere trasferiti in vari centri di accoglienza, destinati a donne, famiglie o minori. «Tuttavia la maggior parte, che sono uomini in viaggio senza le loro famiglie, viene collocata nei campi», spiega Marthe: «Il Piano Canarie, attuato nel 2024, ha portato alla costruzione di enormi campi (quello di Las Raíces, a Tenerife, a esempio, ha una capienza di 3000 persone, ndr), spesso situati lontano dai centri urbani e in condizioni climatiche estremamente rigide». In ciascuna di queste strutture di accoglienza, riferisce la volontaria della Rete di solidarietà con i migranti, sono state riscontrate gravi carenze: alimentazione inadeguata, mancanza di accesso all’assistenza sanitaria, condizioni igienico-sanitarie precarie e, in alcuni casi, violenze e abusi. Senza considerare i centri dove vengono collocati i minori stranieri, spesso sovraffollati. Un calvario infinito, dunque, che assomiglia a quello vissuto da chi percorre le altre rotte migratorie del Mediterraneo e che deve scontrarsi anche con una narrazione spesso fuorviante su molti mezzi di informazione.

La realtà dietro l'immigrazione

«Vorrei che i media mostrassero di più la realtà umana che si cela dietro alla migrazione», afferma Boli Ismael Ouattara, un cittadino ivoriano sopravvissuto a un viaggio sulla rotta atlantica: «I migranti vengono spesso descritti come un gruppo omogeneo o come semplici statistiche. Eppure ogni persona ha una storia unica, una famiglia, sogni e difficoltà. Durante il mio viaggio, ho incontrato uomini, donne e bambini che si erano lasciati tutto alle spalle. Molti erano fuggiti dalla povertà, dai conflitti, dalla violenza. Ho visto persone perdere i propri cari lungo il cammino, ammalarsi o vivere in condizioni estremamente precarie. Vorrei che le persone capissero che la maggior parte dei migranti non lascia il proprio Paese per scelta ma perché spera di sopravvivere e di offrire un futuro migliore ai propri figli. Dietro ogni viaggio si celano immensi sacrifici e a volte tragedie di cui non si parla mai». La sua stessa storia può testimoniarlo. Partito dalla Costa d’Avorio per portare in salvo la sua famiglia da una situazione di pericolo, aveva nel cuore la speranza di costruire un futuro migliore. «Lasciare il mio Paese è stata una delle decisioni più difficili della mia vita», confida Ouattara: «Ho lasciato i miei parenti e amici, i luoghi a me familiari e parte della mia identità. Come molte persone che intraprendono la via dell’esilio, non sono partito per piacere o avventura». Con sua moglie e sua figlia è riuscito, attraverso diverse tappe, ad arrivare in Marocco, con l’obiettivo poi di raggiungere l’Europa per iniziare una nuova vita. «Tuttavia — prosegue — la realtà del viaggio migratorio si è rivelata molto più difficile di quanto avessimo immaginato. Abbiamo trascorso più di due anni in Marocco. Quel periodo è stato segnato da attesa, difficoltà e incertezza ma, nonostante tutto, non abbiamo mai perso la speranza. Credevamo che un giorno saremmo riusciti a raggiungere la nostra meta».

Contribuire allo sviluppo sociale

Quando finalmente sono riusciti a salpare per le isole Canarie, si sono trovati davanti una traversata durata diciassette giorni in condizioni estremamente dure: «Abbiamo sofferto per la mancanza d’acqua, di cibo, per la stanchezza e per la costante paura di non arrivare mai a destinazione. Il ricordo più doloroso di quel viaggio — racconta con angoscia — rimane la perdita di mia moglie e di mia figlia. Sono morte durante la traversata». Poi, dopo quel male straziante, è arrivato il tempo della ricostruzione: «Oggi sono sposato e vivo in una situazione stabile. Nonostante le difficoltà che ho affrontato, sono riuscito a trovare un equilibrio e a guardare al futuro con maggiore serenità». Il desiderio di Boli Ismael è quello di dare un contributo positivo alla società che lo ha accolto, continuare ad apprendere e a sviluppare le sue competenze, sia a livello personale che professionale: «Il mio obiettivo è costruire un futuro basato sul duro lavoro, sul rispetto, sulla dignità e sull’integrazione. Spero di poter sostenere la mia famiglia e di essere un esempio di perseveranza per coloro che si trovano ad affrontare difficoltà simili a quelle che ho vissuto io», conclude. 

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05 giugno 2026, 16:44