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Don Darwin Rivas aiuta una persona migrante arrivata all'isola di El Herrio, nell'arcipelago delle Canarie Don Darwin Rivas aiuta una persona migrante arrivata all'isola di El Herrio, nell'arcipelago delle Canarie

Canarie, don Rivas: "I migranti non sono numeri, dirò al Papa che sono felice di aiutarli"

Il racconto del prete venezuelano che accoglie, con la ong Corazón Naranja, chi da Senegal, Gambia, Marocco arriva nell'isola più piccola dell'arcipelago spagnolo dove lui vive, El Hierro. A Tenerife, nell'incontro con le realtà di integrazione dei migranti, offrirà la sua testimonianza a Leone. "So cosa vuol dire dover fuggire da casa, essere umiliati. C'è qualcosa che non va nella società, bisogna tornare a una sana convivenza che non si oppone alle regole ma le umanizza"

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Ha una voce brillante, piena di energia e solarità, di chi ha vissuto sulla propria pelle l'umiliazione e l'esilio dal proprio Paese e, proprio in forza di questa amara esperienza, si è rimboccato le maniche per dare agli scartati un'opportunità di vita dignitosa. È don Darwin Rivas, sacerdote venezuelano, parroco a La Restinga, la parte sud dell'isola El Herrio, la punta più a Sud dell'Europa. Con una ventina di persone del posto, cerca di sostenere la ong Corazon Naranja, che aiuta i migranti che approdano sulle coste di frontiera. Il 12 giugno, al termine del viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna, parteciperà a Tenerife, in Plaza del Cristo de La Laguna, all'incontro con le diverse organizzazioni umanitarie impegnate in questo servizio di prossimità. 

Don Rivas, lei avrà l’occasione di parlare con il Papa a Tenerife. Con quali sentimenti si appresta a offrire la sua testimonianza? Cosa rappresenta per lei l’arrivo del Successore di Pietro in questo piccolo angolo di terra in mezzo all’oceano?

L’attesa è inevitabilmente accompagnata dall’entusiasmo, dalla speranza e dalla gioia di poterlo salutare e raccontargli un po’ dell’esperienza e del lavoro che svolgiamo sempre come famiglia, lì, a El Hierro. È una ventata di gioia per le nostre vite.

In cosa consiste il vostro servizio?

Quello che facciamo è molto semplice. È un lavoro di accompagnamento. Una volta che le persone migranti arrivano al CATE (Centro di Accoglienza Temporaneo per Stranieri, ndr), si identifica ogni gruppo: da dove vengono, se appartengono a comunità vulnerabili, se vengono da soli, se sono accompagnati, se ci sono bambini soli, famiglie complete... Sono operazioni espletate dalla Croce Rossa e dalla polizia nazionale, con cui sviluppiamo un lavoro molto importante di ‘umanizzazione’. Spesso, infatti, si impongono prima degli stereotipi, noi invece cerchiamo di eliminare i pregiudizi sociali. Noi li aiutiamo nelle piccole cose. Ho sempre detto che conosco dieci parole in francese e sono proprio quelle che uso per dare una mano alla polizia in tutte le pratiche burocratiche: quando li registrano, quando li accompagnano alla sezione scientifica, quando li portano in infermeria dai medici e dalle infermiere, nelle varie strutture sanitarie. Siamo lì a fare da interpreti. E poi diamo loro da mangiare, indichiamo dove sono i bagni, dove andranno a dormire e li tranquillizziamo un po'. Ho imparato un discorso in francese per dire loro che qui la polizia è diversa, che sono in buone mani, che continueremo a prenderci cura di loro.

Don Rivas con alcuni compagni della Ong Corazón Naranja
Don Rivas con alcuni compagni della Ong Corazón Naranja

Ci sono minori non accompagnati?

Sì, di solito arrivano molti minori non accompagnati ed è tragico perché a volte non parlano francese, parlano solo i loro dialetti. In quei casi dobbiamo cercare un traduttore, chiedere con chi sono venuti. Abbiamo avuto casi di bambini che sono saliti sulle barche o sui cayucos perché una loro amica stava arrivando lì, ma l’amica è morta… Sono situazioni in cui non sappiamo chi siano i genitori, è una tragedia.

E gli altri? Chi sono le persone che sono arrivate fino ad oggi a El Hierro? Chi di loro arriva poi a Tenerife? Qual è la loro sorte?

Una volta che sono lì con noi a El Hierro, vengono condotti a Tenerife, alcuni al centro di Las Raíces, che sarà visitato anche dal Papa. Alcuni vanno anche a Gran Canaria, non tutti, e poi le famiglie iniziano a distribuirsi nei luoghi gestiti dalle ong. Di solito i nuclei familiari completi seguono questa via. Col passare del tempo, se hanno dichiarato di avere amici o parenti in Francia, in Belgio, in qualsiasi parte del mondo, si cerca di ricollocarli, ma è un processo lungo.

Si porterà dentro tante storie, tanti drammi…

Sono tante le storie, sì, ma ce n’è una che ho sempre raccontato. Riguarda la morte di una famiglia, una famiglia cristiana. Li avevo identificati perché il padre aveva un crocifisso sul petto; quando arrivarono lì, al molo, con noi cominciò a piangere e gli chiedemmo perché. Ci disse che era venuto con sua moglie, il suo bambino piccolo, suo cognato e un altro bambino, e che durante il viaggio era morta prima la moglie, dopo qualche giorno il cognato, e al quarto o quinto giorno il figlio maggiore di 11 anni. Lui era sopravvissuto con il suo bambino di 4 anni. Una tragedia così forte che ci commosse tutti. Diceva che avrebbe voluto lui morire al posto di suo figlio ma poi: “Non voglio morire, proprio per mio figlio, per il bambino che avevo e che mi dava la speranza di poter un giorno arrivare, perché mi ha dato la vita. Lotterò per mio figlio che mi è rimasto”. Quella storia non la potrò mai dimenticare. Venivano dal Senegal. Era il 2022, il periodo più duro per le migrazioni.

Cayucos, le imbarcazioni dei pescatori africani usate per arrivare alle coste d'Europa
Cayucos, le imbarcazioni dei pescatori africani usate per arrivare alle coste d'Europa

Com’è la situazione adesso?

Ora la situazione è, diciamo, normale, ne arrivano pochi; sì, ora partono anche da altre zone, arrivano pochi senegalesi, arrivano più gambiani e maliani. Sono pochissimi: siamo a circa 12 o 13 barconi dall’inizio dell’anno, quelli di cui siamo a conoscenza, e 5 a Tenerife. In totale più o meno una ventina. L'anno scorso in questo periodo erano già arrivate più di 90 barche. E comunque si ritrovano nella stessa situazione, distrutti. Eppure sorridono sempre, è impressionante, fisicamente arrivano distrutti, e poi il secondo giorno si sono già ripresi, stanno già giocando a calcio, perché vogliono dimenticare il dolore. Il viaggio pieno di angoscia, di disperazione, durante il quale avrebbero potuto morire, vogliono lasciarselo alle spalle, e parlano di quello che vogliono o sperano che accada in futuro, nel presente che stanno vivendo.

Lei, originario dal Venezuela, un giorno si è ritrovato sulla più piccola delle isole Canarie e si è reso conto che la sua missione di sacerdote non poteva non rispondere ai bisogni di queste persone migranti. Ci racconta meglio la sua storia?

Alla fine del 2019, prima della pandemia, il mio vescovo mi disse: «Beh, puoi restare un altro anno». Rimasi nove mesi a La Laguna, nella cattedrale, e pensai: «Beh, forse qui funziona meglio, posso servire di più qui, hanno più bisogno di sacerdoti su quest’isola, e ho chiesto il permesso per un altro anno, e allora mi hanno mandato a El Hierro, nel sud dell’Europa, a San Juan de la Restinga. E beh, lì è iniziata la storia. Arrivavano i migranti e alla Messa parlavamo alla gente per cominciare a sensibilizzare, dicendo che quelli che arrivavano erano persone, con un colore della pelle diverso, e che ogni Paese ha il diritto di stabilire un ordine, ma che bisogna trattarli come esseri umani. E, come diceva Papa Francesco, accoglierli, proteggerli, integrarli. Questo è stato il compito che abbiamo iniziato a svolgere noi, tre sacerdoti. Dicevamo alla gente: «Ehi, dobbiamo essere solidali». E abbiamo iniziato. La Caritas non ci permetteva di intervenire perché non avevamo abbastanza risorse economiche per soddisfare i bisogni di queste persone, e allora siamo diventati volontari della Croce Rossa. Questa era già in piena attività con molti volontari, e allora decidemmo di diventare volontari di Corazón Naranja. Da quel momento è cominciata questa bellissima avventura.

Quante persone siete in questa ong?

Circa venti persone.

Un numero sufficiente?

Pochi, pochi, pochi, sono pochi, però va bene così. sono per la maggior parte giovani, professionisti. C’è medico, un giornalista, ci sono padri di famiglia… È un gruppo composito.

I suoi parrocchiani, la gente del posto, come reagiscono di fronte a tutti questi nuovi arrivati? Sono stanchi?

Un mix… Dicono: «E cosa possiamo fare per queste persone? Perché forse non possiamo risolvere le loro vite, perché poi la burocrazia dei documenti qui per poterli integrare è estremamente complicata, no?» E te lo dicono anche loro: «E adesso cosa ne sarà della mia vita?». Dicono: «No, io voglio fare l’autista di autobus», mi diceva uno, oppure «Io ho frequentato l’università e voglio continuare i miei studi, voglio imparare lo spagnolo per poi mandare soldi a casa». E io continuo a pensare: «Anch’io in fondo ho fatto lo stesso, ma io sono un prete, ho il sostegno della Chiesa…». Pertanto, a volte si prova un senso di impotenza da tutte le parti.

Alla luce della sua esperienza, quali richieste sente di rivolgere ai leader politici in Europa?

Quando perdiamo la speranza, diamo per scontato che le responsabilità siano sempre degli altri, no? In questo caso, certo, dico alla gente: noi non parliamo di politica, parliamo del Vangelo, ma il Vangelo è giustizia, il Vangelo è parlare di uguaglianza, il Vangelo è parlare e trattare tutti come fratelli, anche se sono per lo più musulmani. Sono persone, sono esseri umani. Allora, quando un politico usa la migrazione come un numero, cosa sta succedendo? C'è qualcosa che non va nella società, per cui bisogna tornare alle origini, alla sana convivenza che non si oppone alle regole, ma cerca di umanizzarle. Questo, a poco a poco, si è perso. E fa male, perché siamo noi a vedere quel dramma per le strade; in questo momento mi trovo a Madrid, abbiamo appena visto delle persone per strada che lavoravano in nero, e mi chiedevo: «Come mai queste persone sono finite qui?». Questo suscita un'opinione contraria nella società, perché quelle persone le vedi vagare per le strade. Cosa possiamo fare? Non per cercare colpevoli, ma affinché le responsabilità diventino la motivazione che spinge la tua vita ad aiutare l'altro. Papa Francesco diceva che è una delle sfide più belle del mondo, poter aiutare i poveri. Ho una vicina che una volta mi ha detto, in modo sprezzante: «Se vuoi tanto i neri, portali a casa tua».

Don Darwin Rivas e alcuni volontari che aiutano i migranti
Don Darwin Rivas e alcuni volontari che aiutano i migranti

Ma cosa dirà al Papa?

Che sono un uomo felice di poter aiutare qualcuno che, di fatto, ha aiutato di più me. Perché tutto ciò che sto facendo lo faccio perché l'ho ricevuto, gratuitamente. Sono stato accolto, sono stato protetto, mi hanno integrato in una società, e io devo fare lo stesso; altrimenti non sarei una persona… non so, non sono il migliore, ma cerco di cogliere la bontà dell’altro, che mi dà molto di più. Basta un sorriso, basta che mi dica, che so, «Tu es très gentil» [sei tanto gentile], e già mi basta questo. Insomma, stiamo facendo qualcosa di buono.

Lei stesso, infatti, è stato un migrante…

Sì, e lo dico a loro. Anch’io sono un migrante, so cosa significa lasciare la propria casa, la propria famiglia, so cosa significa lasciare i sogni a casa, perché un giorno vorrai riprenderli. E questo lo spiego a loro, per poter dare un po’ di tranquillità… So cosa significa andarsene perché ti perseguitano politicamente, perché per pensare in modo diverso ti costringono ad andartene, per difendere ideali normali di libertà, di amore, per cercare un mondo migliore per i tuoi cari e per te stesso, ti costringano ad andartene. So cosa significa questo. Il fatto è che siamo stati maltrattati e umiliati per 25 anni dai nostri stessi connazionali… È una cosa difficile da capire: quando ero a Messa, nel mio Paese, c'erano persone del regime che registravano le omelie, quello che dicevamo, e poi ti perseguitavano e ti dicevano: «Ehi, stai attento a dove vai, sappiamo che vai in bicicletta…». Queste cose ti spaventano… È una forma di umiliazione quando durante la settimana stai 8 ore senza elettricità, è anche una forma di umiliazione, quando devi andare a comprare da mangiare e non c'è cibo, quando vedi morire la gente di fame è anche una forma di umiliazione, quando non puoi parlare liberamente è anche una forma di umiliazione.

Come guarda al destino del suo Venezuela?

Con la speranza che un giorno possa cambiare. Ho sempre sostenuto che la speranza abbatte i muri, i muri fittizi che sono esistiti. Sono cambiamenti lenti…

La presenza del Papa nelle Canarie servirà, secondo lei, a costruire un’Europa solidale, accogliente, aperta?

Sinceramente, spero di sì, spero che questo smuova i cuori, cosa che sta già accadendo. È dovere di tutti. Non siamo numeri. Siamo persone.

Ascolta l'intervista a don Darwin Rivas

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05 giugno 2026, 08:00