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In Sudan si contano 8,6 milioni di sfollati interni e 4,5 milioni fuggiti negli Stati limitrofi In Sudan si contano 8,6 milioni di sfollati interni e 4,5 milioni fuggiti negli Stati limitrofi 

Sudan, il volto del Paese martoriato da tre anni di guerra

Quella che si sta consumando sotto gli occhi di un mondo troppo spesso distratto è la più vasta crisi di sfollamento in corso oggi sul pianeta. I numeri raccontano una catastrofe di proporzioni bibliche: oltre 13 milioni di persone sono state strappate alle proprie radici

Enrico Casale - Città del Vaticano

Il vento soffia forte, sollevando una polvere ocra che si insinua sotto le palpebre e tra le pieghe dei vestiti logori. È una carezza ruvida, impietosa, che sferza i volti di uomini anziani, donne e bambini, costretti a cercare riparo dietro fragili pareti di legna di recupero e teli di plastica che il calore del sole ha reso deboli e pronti a spezzarsi. In questo lembo di terra arida, la dignità umana sembra essersi persa tra le dune, abbandonata insieme ai pochi averi che migliaia di profughi sono riusciti a portare con sé. È il volto del Sudan di oggi, un Paese martoriato da una guerra civile che, dalla primavera del 2023, vede le Forze armate sudanesi (Saf) e le Forze di supporto rapido (Rsf) impegnate in un conflitto fratricida che non risparmia nulla: né le case, né le scuole, né il futuro di intere generazioni.

La più grave crisi umanitaria al mondo

Quella che si sta consumando sotto gli occhi di un mondo troppo spesso distratto è la più vasta crisi di sfollamento in corso oggi sul pianeta. I numeri raccontano una catastrofe di proporzioni bibliche: oltre 13 milioni di persone sono state strappate alle proprie radici. Di queste, 8,6 milioni vagano all’interno dei confini nazionali, cercando in altre province una sicurezza che appare sempre più effimera, mentre 4,5 milioni hanno varcato le frontiere verso Ciad, Egitto, Etiopia e Repubblica Centrafricana. In questo scenario, anche il vicino Sud Sudan rappresenta un paradosso geografico e umano: un Paese già strutturalmente fragile che ha accolto oltre 810.000 nuovi arrivati, trasformandosi nell’epicentro di una disperazione che non trova sfogo.

Mancano cibo, medicinali e acqua pulita

Recenti rapporti dell’Unhcr (l’agenzia Onu per i rifugiati) descrivono una realtà in cui la sopravvivenza è un esercizio quotidiano di resistenza. Mancano cibo, medicinali e acqua pulita. Ma la minaccia non è solo la carestia. Per chi fugge dalla violenza dei proiettili, il rischio è quello di cadere in una nuova, subdola forma di prevaricazione. La violenza di genere non è un tragico effetto collaterale dei combattimenti, ma una piaga sistemica utilizzata come strumento di terrore. Le donne e le ragazze, che insieme ai bambini costituiscono fino all’86% della popolazione in fuga nei campi del Ciad, sono esposte a stupri di gruppo, schiavitù sessuale e sfruttamento. Secondo il report “Gender-based violence - Sudan Situation”, persino la raccolta della legna per cucinare un pasto misero diventa un pericolo mortale a causa della scarsa illuminazione dei campi e della mancanza di servizi essenziali. Nonostante l’impegno profuso — con oltre 214.000 sopravvissute assistite legalmente e psicologicamente nell'ultimo anno — la risposta umanitaria si scontra con una realtà finanziaria drammatica. Nel 2025, i programmi contro la violenza di genere hanno operato con un vuoto di fondi pari all’86%.

Il destino dei più piccoli

È un dato che grida vendetta, specialmente se si guarda al destino dei più piccoli. Sono circa 42.000 i bambini identificati come non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Soli, in un mondo che sembra averli dimenticati, questi minori diventano facili prede per il reclutamento forzato, il lavoro minorile o i matrimoni precoci. In Egitto, più della metà dei piccoli rifugiati ha confessato di aver dovuto ridurre i pasti o iniziare a lavorare per non morire di fame. Il sistema di protezione dell'infanzia ha tentato di arginare l'orrore creando 119 spazi a misura di bambino e supportando 329.000 piccoli a rischio, ma la pressione è divenuta insostenibile. La fame sta diventando un’arma silenziosa quanto i proiettili, e le previsioni per l’anno in corso sono fosche. L’imminente stagione delle piogge rischia di isolare intere comunità, rendendo vano ogni tentativo di rifornimento. Il Piano regionale di risposta ai rifugiati (Rrp) per il 2026 stima una necessità di 1,6 miliardi di dollari per assistere circa 6 milioni di persone, ma la risposta internazionale rimane timida, quasi reticente.

Il calo delle "risorse flessibili"

Marie-Helene Verney, rappresentante dell’Unhcr a Juba (Sud Sudan), ha lanciato un allarme che scuote le coscienze. In un’intervista rilasciata all’agenzia Xinhua, Verney ha ammesso con amara onestà che l’organizzazione non è più in grado di garantire i livelli di assistenza minimi. Le razioni alimentari sono state ridotte, la sanità e l’istruzione operano ormai ben al di sotto degli standard di dignità. Il problema centrale risiede nel calo delle «risorse flessibili», quei fondi che permettevano interventi rapidi nelle zone di crisi più acuta. I dati aggiornati a dicembre 2025 disegnano una mappa della disperazione nel Corno d’Africa. Il Sud Sudan ospita attualmente 605.062 rifugiati, in gran parte sudanesi (571.071), ma anche profughi dalla Repubblica Democratica del Congo, dall’Etiopia e dall’Eritrea. È un mosaico di sofferenza dove donne e bambini rappresentano il 76% della popolazione, la fascia più esposta a malnutrizione e abusi. A questo si aggiunge un clima impazzito: inondazioni devastanti alternate a ondate di calore che annientano i raccolti. Secondo la Classificazione integrata della sicurezza alimentare (Ipc), più della metà della popolazione sud sudanese versa in uno stato di grave insicurezza.

Una flebile speranza

Esiste, tuttavia, un tenue filo di speranza. Verney guarda con favore al nuovo corso dei finanziamenti internazionali, con l’impegno della Banca mondiale e della Banca africana di sviluppo nel sostenere progetti a lungo termine. L’obiettivo è ambizioso: passare dall’assistenza emergenziale a un modello di integrazione economica. Tuttavia, la velocità della burocrazia finanziaria globale rischia di arrivare fuori tempo massimo per chi, oggi, non sa come sfamare i propri figli nei campi di Juba o di Renk. Il Sudan e le nazioni confinanti non chiedono solo una solidarietà di facciata, ma la certezza di risorse che non costringano gli operatori umanitari a compiere la scelta più atroce: decidere a chi tagliare l’unico pasto quotidiano. 

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11 aprile 2026, 14:02