Il supporto e la vicinanza della Chiesa agli “squatters” filippini Il supporto e la vicinanza della Chiesa agli “squatters” filippini  (ANSA)

Filippine, nelle baraccopoli gli sforzi della Chiesa per restituire dignità agli ultimi

Tra gli oltre quattro milioni di persone che vivono negli insediamenti informali della capitale filippina, sacerdoti e religiosi scelgono di abitare negli slum per condividere la vita della popolazione e offrire ascolto, aiuti concreti e speranza

di Paolo Affatato

Li si vede accampati sotto i portici o nelle piazze, anche nel distretto finanziario di Makati, cuore economico di Metro Manila, la metropoli composta da 17 unità amministrative (16 città e un comune), con una popolazione di circa 14 milioni di abitanti, con una delle densità abitative più alte al mondo. Sono i cosiddetti “squatters”, persone che vivono nel tessuto urbano (secondo le stime oltre due milioni) senza un indirizzo preciso, dunque difficili da censire.

Vivere nelle baraccopoli

Sono persone che sbarcano il lunario con lavori informali o occasionali, o che sopravvivono grazie agli aiuti assistenziali come quelli della Caritas. Il fenomeno degli squatters nella Metro Manila si è andato ingrossando negli anni fino a generare insediamenti e slum di milioni di persone: oltre il 35 per cento della popolazione metropolitana risiede in insediamenti informali o baraccopoli, il che significa circa quattro milioni di persone ammassate in quartieri di fortuna. La situazione è drammatica nel distretto di Tondo, ma anche in aree come Quezon City e Kalookan, divenute simbolo della povertà urbana filippina. L’ampia presenza di popolazione in questi insediamenti, generati dall’urbanizzazione e dalla migrazione dalle campagne verso le città, rappresenta una delle sfide più evidenti della capitale filippina, la “città dei contrasti”, come la definiscono i sociologi.

Nelle Filippine l'inflazione ha superato il 6 per cento, rappresentando così un altro fardello sui più poveri
Nelle Filippine l'inflazione ha superato il 6 per cento, rappresentando così un altro fardello sui più poveri   (ANSA)

Una megacity con due facce: da un lato la crescita economica e il rapido sviluppo, simboleggiati dai grattacieli e dagli hotel di lusso; dall’altro il deficit abitativo e una povertà urbana sempre più diffusa. Ben presto il visitatore può accorgersi e toccare con mano la “povertà ambientale”, che riguarda quanti lavorano ogni giorno come operai, commessi, autisti, addetti ai servizi o nel commercio informale, percependo salari che oscillano tra i due e i quattro dollari al giorno. Queste famiglie, riuscendo a malapena a provvedere al sostentamento quotidiano e non potendo permettersi abitazioni in affitto, costruiscono baracche lungo i canali, vicino alle ferrovie, sotto i ponti o ai margini delle discariche. Vivono in aree continuamente esposte ad alluvioni, incendi e tifoni, senza acqua potabile, elettricità o servizi igienici. In queste condizioni la malnutrizione infantile raggiunge livelli altissimi, mentre i giovani lottano a fatica per sottrarsi alla criminalità e alla droga. Tra le strette viuzze del “Paradise Village”, una baraccopoli della periferia nord di Manila, il cui nome stesso è un paradosso — perché la vita è invece un inferno, tra case di lamiera, rifiuti, disoccupazione e scarsa igiene — il missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), padre Stefano Mosca, porta un barlume di speranza: «La missione parte dall'Eucaristia: nutrendosi del Corpo di Cristo, i fedeli si fortificano di fronte alle avversità della vita con la fede, la carità e la speranza».

Le stazioni missionarie urbane

A poca distanza, nel quartiere di Kaunlaran, il gesuita padre Wilfredo Samson vive nella stazione missionaria del Sacro Cuore, in una zona segnata dalla violenza, dalla criminalità e dallo spaccio di droga. «La presenza della Chiesa consiste nell’essere una comunità che accompagna, ascolta e restituisce dignità», racconta. Sono queste le “stazioni missionarie urbane”, una delle esperienze pastorali più originali nate nella grande metropoli filippina: piccole case, spesso ricavate da un magazzino o da una stanza in affitto, dove sacerdoti e religiosi scelgono di vivere condividendo la quotidianità della popolazione degli slum. Non sono semplici cappelle, ma autentici punti di luce nel cuore delle periferie. Nella diocesi di Kalookan il cardinale Pablo Virgilio David ha promosso cinque anni fa un progetto pastorale che ha portato alla nascita di 17 stazioni missionarie urbane nelle baraccopoli. Sacerdoti, religiosi e catechisti vi si sono trasferiti stabilmente «con l’idea di ripartire dagli ultimi». Oltre alla preghiera, queste realtà offrono ascolto, distribuzione di alimenti, sostegno scolastico, accompagnamento delle famiglie segnate dalla droga e iniziative di promozione della pace. Attraverso questa rete, Caritas e numerose congregazioni religiose organizzano programmi alimentari, borse di studio, corsi professionali e cliniche mobili, diventando spesso l'unico punto di riferimento per migliaia di famiglie.

Restituire identità agli invisibili

Tra le emergenze più gravi vi è quella dei filippini privi di documenti, senza identità e senza diritti. Molti bambini delle baraccopoli nascono in casa e, nonostante l'obbligo di legge, non vengono registrati all'anagrafe. Diventano così invisibili: non possono iscriversi a scuola, accedere ai servizi pubblici né esercitare i diritti fondamentali. Anche qui passa la missione della Chiesa. I missionari aiutano le famiglie a ottenere i documenti ufficiali per bambini, ragazzi e adulti, consentendo loro di accedere ai sussidi sociali, all'istruzione, al lavoro e persino al diritto di voto. «Sono preziosi, sono figli di Dio e hanno la loro dignità. Li aiutiamo a riconoscerla», conclude padre Victor Sandoval, missionario messicano che vive negli slum di Kalookan.

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11 luglio 2026, 09:19