Il vescovo di Sion: la Chiesa accanto alle famiglie delle vittime di Crans-Montana
Delphine Allaire - Città del Vaticano
«Di fronte a un dramma che ha profondamente scosso la comunità locale, la Chiesa è chiamata anzitutto a una presenza silenziosa e condivisa». Così Jean-Marie Lovey, vescovo di Sion, commenta ai media vaticani le ore successive alla tragedia avvenuta la notte del primo gennaio a Crans-Montana, in Svizzera, che ha provocato per ora più di 40 morti e centinaia feriti. Ieri sera, una messa in suffragio delle vittime è stata celebrata nella chiesa del comune svizzero dal vescovo, alla presenza di oltre 400 persone che, al termine della funzione, si sono poi recate sul luogo dell’incendio per deporre dei fiori. In questa intervista, Monsignor Lovey si sofferma proprio sul fatto che «la chiesa era gremitissima», segno di una risposta pastorale nata dal bisogno diffuso della comunità «di riunirsi, di ritrovarsi, di vivere insieme», perché «la solitudine, specie in momenti come questo, è troppo pesante da portare». Una presenza che, spiega, coincide con il cuore stesso della fede: «Essere con colui che è solo, consolare chi si trova solo, assicurare una presenza: questo è l’essere stesso di Dio».
Monsignor Lovey, che atmosfera regna nella diocesi dopo questo dramma?
Il clima è pesante e carico. Ci sono molte emozioni, incomprensione e interrogativi. Giovedì sera ero a Montana per la celebrazione eucaristica. La gente si interroga: come è potuto accadere? Che cosa è successo? Ci sono molte attese, richieste di chiarimento, incomprensione rispetto a ciò che si è vissuto. È talmente terribile.
Come riesce a rendersi presente in mezzo a questa disperazione?
Ho preso immediatamente contatto con il parroco per vedere che cosa si stesse organizzando sul piano pastorale. Non si tratta di recarsi subito fisicamente sul luogo, bisogna lasciare spazio alla polizia, ai pubblici poteri, al mondo della sanità, agli ospedali, alle famiglie. Ma la prima iniziativa realizzata è stata quella della messa, giovedì sera alle 18. Ho quindi partecipato a questa celebrazione, in una chiesa gremita. La gente ha bisogno di riunirsi, di ritrovarsi, di vivere insieme l’emozione e forse il conforto che può offrire la presenza. Al termine della celebrazione, alla presenza del pastore della Chiesa riformata di Montana, del presidente del Sinodo svizzero e del Consiglio sinodale della Chiesa vallesana, abbiamo predisposto un secondo momento che si svolgerà questa domenica a Montana, nella seconda chiesa della località, alla presenza della comunità riformata. Nel frattempo, oggi e domani le parrocchie di Montana garantiscono anche un percorso all’interno dei luoghi di culto, affinché le persone che desiderano venire a firmare un libro d’oro, prendere un tempo di preghiera, deporre dei fiori o una candela, trovare un cuore attento e aperto all'ascolto, possano farlo. E poi, giovedì sera, dopo la celebrazione, il vicario generale ha raggiunto il centro del comune dove, soprattutto, i giovani si sono riuniti per deporre anche lì il loro dolore, i loro interrogativi, il loro turbamento, con il gesto di lasciare un fiore, una candela, in un silenzio impressionante.
Avverte nei fedeli un profondo bisogno di consolazione?
Sì, perché la solitudine è troppo pesante da portare e troppo pesante da vivere in casi come questi. Il ministero specifico del cristianesimo è precisamente quello della comunione, della comunità: essere con chi è solo, consolare chi si trova da solo. Assicurare una presenza, questo è l’essere stesso di Dio. Dio si definisce come colui che è con. E c’è qui un’attesa molto forte, anche se non sempre esplicitamente formulata. Ma c’è un’attesa reale da parte delle persone più immediatamente colpite, delle famiglie ferite. C’è un’attesa molto forte di poter essere riconosciuti nella loro sofferenza. Condividere una parola, un momento, un gesto, uno sguardo, un silenzio.
Per chi non conosce questa località, qual è la radiografia spirituale e religiosa di Crans-Montana?
È una stazione sportiva e di villeggiatura, abitata in piena stagione, come accade ora, da una popolazione molto eterogenea. Ci sono persone che vengono da tutti i Paesi. Ci sono parecchi turisti italiani che frequentano Montana. Molte famiglie italiane saranno realmente e profondamente colpite. Ci sono persone che arrivano da più lontano, da diversi Paesi. Mi è capitato più volte di celebrare a Montana e ci sono molti partecipanti alle celebrazioni liturgiche. Il contesto delle vacanze permette anche a persone che forse non hanno l’abitudine di una pratica regolare nella vita quotidiana, di ritrovare un tempo di preghiera, un tempo di silenzio, un tempo di nutrimento della Parola. Anche la comunità protestante è ben presente sull’altopiano. C’è qualcosa di molto universale in ciò che accade e si vive a Montana. È una bella immagine della Chiesa.
Che cosa dire dell’aiuto e della solidarietà in atto nella regione, ma anche di quella che arriva dall’esterno?
È qualcosa di assolutamente indispensabile. I responsabili politici, i responsabili della polizia, i responsabili sanitari degli ospedali testimoniano questa magnifica solidarietà e la competenza e il senso di responsabilità con cui le persone si stanno impegnando. La solidarietà non si manifesta solo all’interno del Canton Vallese o della Svizzera: è visibile anche dall’esterno. Un certo numero di feriti gravi è stato evacuato verso diversi ospedali della Svizzera, della vicina Francia, dell’Italia. C’è davvero qualcosa di meraviglioso che sta accadendo. È confortante, perché tutto questo è vissuto con spontaneità e professionalità.
Che cosa vorrebbe dire alle famiglie colpite dal lutto?
All’inizio di questo nuovo anno, vorrei poter trasmettere un messaggio di speranza che è al cuore della missione cristiana e del messaggio cristiano, al di là del dramma. E Dio sa quanto sia terribile. Al di là di queste nubi scure e nere, dell’incendio di questo bar e di ciò che rappresenta come peso nella vita delle famiglie, vorrei dire che una luce è possibile. Il messaggio cristiano, il messaggio del Natale, il messaggio dell’Epifania che vivremo tra due giorni, è proprio questo: sulla terra delle tenebre e su coloro che vivevano nell’ombra della sofferenza e del dolore, una luce risplende. Dio può entrare nel cuore di coloro che sono colpiti. Lo ha fatto attraverso Suo Figlio. Lo ha fatto per sua natura: conformarsi al più piccolo, al più povero e a chi è nel dolore. Vorrei che le famiglie potessero credere che la luce è possibile.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui