Lateranense, un confronto su "Magnifica humanitas": discernere e riscoprirsi umani
Fabio Colagrande ed Eugenio Murrali - Città del Vaticano
“Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?”. È partito da queste domande presenti nell’introduzione di Magnifica humanitas il convegno dedicato alla prima lettera enciclica di Leone XIV, svoltosi martedì 9 maggio presso la Pontificia Università Lateranense. “L’incontro di questa mattina – ha osservato aprendo i lavori il cardinale Baldassare Reina, vicario del Papa per la diocesi di Roma – ci offre l’occasione per fermarci a riflettere su queste domande e ci offre gli strumenti per un discernimento personale e comunitario”. Non una riflessione soltanto sull’intelligenza artificiale, ma un'indagine piena di senso sull’uomo. È stato questo il filo conduttore del confrontro tra teologi, filosofi, esperti di etica e studiosi di tecnologia, che hanno offerto letture diverse, benché convergenti, del documento pontificio.
Irriducibilmente umani
Al centro degli interventi, l’idea che la questione tecnologica non possa essere affrontata esclusivamente sul piano dell’innovazione o della regolamentazione, ma richieda anzitutto una riflessione antropologica. La vera domanda, hanno sottolineato più relatori, non è infatti che cosa possa fare l’intelligenza artificiale, ma che cosa renda irriducibilmente umano l’essere umano.
Verso una cultura dell’amore
Con l’intervento L’architettura e il linguaggio di Magnifica humanitas, il rettore della Pontificia Università Lateranense, l’arcivescovo Alfonso Amarante, ha illustrato la struttura dell’enciclica, definendola un testo rivolto "a tutti gli uomini di buona volontà". Il fondamento dell’intero documento è il principio, ripreso dalla costituzione conciliare Gaudium et spes, secondo cui l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. Da questa premessa si sviluppa una riflessione che attraversa i cinque capitoli dell’enciclica e culmina nella proposta di una "cultura dell’amore" come risposta alla sfida tecnologica.
La dignità come pietra angolare
Secondo Amarante, che ha richiamato i principi della dottrina sociale della chiesa, “la pietra angolare” del testo - da lui letto attraverso l'allegoria di un "cantiere dell'umano" - è la dignità ontologica della persona. L’enciclica costruisce il proprio discorso attraverso immagini simboliche contrapposte: da una parte la Torre di Babele, paradigma di una costruzione affidata soltanto all’uomo e quindi priva di fondamento, dall’altra la Gerusalemme che cresce nella relazione con Dio e nella comunione tra gli uomini. In questa prospettiva viene posta anche la distinzione tra l’intelligenza umana e quella artificiale. Se la coscienza morale rappresenta il luogo nel quale l’uomo ascolta la voce di Dio e orienta liberamente le proprie decisioni verso il bene comune, l’intelligenza artificiale, pur elaborando enormi quantità di dati, resta priva di coscienza e affettività e non possiede la capacità di valutare il bene morale.
Una pace giusta
Tra le opposizioni descritte da monsignor Amarante, quella fra transumanesimo – che considera il corpo umano come un semplice hardware da migliorare tecnologicamente – e l’umanesimo cristiano, che vede nella tecnica uno strumento al servizio della dignità della persona.
Il primo affonda le radici nel postumanesimo e porta a una cultura della potenza, che produce guerre combattute con i droni e riduce le vittime a semplici “danni collaterali”, allontanando dal volto concreto dell’uomo. Per questo l’enciclica invita a "disarmare" l’intelligenza artificiale, rompendo i monopoli tecnologici, rendendo gli algoritmi contestabili e ponendo al centro la tutela dei più vulnerabili e il bene comune. L’umanesimo cristiano, invece, mira alla civiltà dell’amore, nella quale non si parla più di “guerre giuste” e si inizia a pensare a una “pace giusta”.
L’importanza della scelta
Don Francesco Cosentino, docente di Teologia Fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, con una lettura strettamente teologica - Babele o Gerusalemme? Il pensiero antropologico di Magnifica Humanitas -, ha interpretato l'enciclica come una grande riflessione sull'uomo prima ancora che sulla tecnologia. A suo giudizio, Papa Leone compie una scelta decisiva in una società segnata dalla cosiddetta "post-verità", nella quale ciascuno tende a costruire una propria lettura del reale senza un riferimento comune capace di offrire un orizzonte di senso. "Abbiamo più opzioni che in passato – ha osservato – ma spesso ci manca una visione di fondo". Per questo il rischio antropologico più grave della cultura contemporanea è, paradossalmente, quello di scegliere di non scegliere, rinunciando a un'opzione fondamentale che orienti la vita. Ed è tornato, citando l’enciclica, sulla necessità di decidere tra l’elevazione della Torre di Babele e la ricostruzione di Gerusalemme. Il Papa, ricorda Cosentino, non chiede ai cristiani di limitarsi a osservare criticamente le crisi del presente, ma di diventare protagonisti: “non semplici commentatori delle rovine”, bensì uomini e donne impegnati a edificare una società nuova.
Res novae di oggi
La digitalizzazione, l'intelligenza artificiale e la robotica rappresentano certamente delle res novae, ha proseguito il teologo, e la tecnica non è di per sé antagonista della vita umana: al contrario, ne ha migliorato molti aspetti. Tuttavia, essa non è mai neutrale, come ricordava il filosofo Heidegger, perché modifica il modo stesso di abitare il mondo e produce conseguenze antropologiche, sociali, economiche e persino spirituali. Per questo il Papa richiama con forza la necessità del discernimento, cioè della capacità di ascoltare la realtà e di governare il progresso senza subirlo.
La vera misura, l’umanità di Gesù
Il cuore della risposta cristiana è però ancora più profondo: l'umanità di Gesù Cristo costituisce, secondo Magnifica humanitas, la vera misura dell'umano. La dignità della persona non deriva dalle sue prestazioni, dalla sua efficienza o dalle sue capacità tecnologiche, ma è un dono che la precede e la supera. Da qui anche la critica alle visioni postumaniste e transumaniste che immaginano di eliminare il limite e la fragilità dell'uomo attraverso la tecnica. “È per questo che la magnifica umanità di Cristo è davvero magnifica, perché ci fa vedere un uomo scavato dal dolore, il volto sofferente della sua passione, sfigurato nella sua bellezza, ci fa vedere che i limiti e la fragilità fanno parte dell’umano. Noi dobbiamo certamente lottare per una migliore qualità della vita, ma non dobbiamo togliere la debolezza dallo spazio dell’umano”. L'invito conclusivo di Cosentino, riprendendo il messaggio dell'enciclica, è stato semplice quanto radicale: “Restiamo umani”, custodendo quella libertà, quella capacità di amare e quella relazione con Dio che nessuna macchina potrà mai sostituire.
Superare opacità e bias
Don Andrea Spizzichini, docente dell’Accademia Alfonsiana e ingegnere, con L'intelligenza artificiale, sfida o opportunità ha approfondito la dimensione etica, concentrandosi sui problemi posti dalle nuove tecnologie, a partire dalla cosiddetta opacità degli algoritmi, spesso così complessi da rendere impossibile comprenderne il funzionamento interno. A ciò si aggiunge la questione dei bias, cioè dei pregiudizi incorporati nei dati di addestramento, che finiscono per deformare la rappresentazione della realtà e influenzare le risposte dei sistemi di intelligenza artificiale.
La responsabilità
Un altro nodo riguarda la responsabilità: quando una decisione automatizzata provoca un danno, chi ne risponde? Questo punto dell’accountability mostra come gli strumenti tecnologici possano diventare anche mezzi di dominio, se non sono governati da criteri etici e giuridici adeguati. Da qui la provocazione lanciata dal relatore: "Se un’intelligenza artificiale ci dicesse che Dio non esiste, cosa ci renderebbe ancora umani?". La vera domanda dell’enciclica, ha concluso, non riguarda le macchine ma l’uomo stesso.
Una IA fondata sull'etica
Sulla possibilità di Costruire una AI disarmata è intervenuto infine Francesco Cicione, presidente e fondatore di Entopan. Secondo il suo intervento, le attuali forme di IA sono già "ontologicamente armate" perché riflettono i criteri e gli obiettivi con cui vengono progettate e addestrate. Per questo diventa decisivo costruire nuovi modelli fondativi nei quali l’etica non sia un elemento aggiunto successivamente, ma sia incorporata fin dall’origine nell’architettura dei sistemi.
Il progetto Colnissar
L’esperienza del progetto italiano Colnissar, presentato come una piattaforma di intelligenza artificiale "human first", è stata proposta come esempio di un approccio orientato a integrare dimensione tecnica e riflessione sapienziale. Anche in questo caso il punto di arrivo coincide con quello dell’intero convegno: l’intelligenza artificiale rappresenta certamente una delle grandi sfide del nostro tempo, ma può diventare anche l’occasione per interrogarsi più profondamente su ciò che rende unica la persona umana agli occhi di Dio e sulla responsabilità di custodirne la dignità.
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