Musei Vaticani, un libro su Bernini, scultore che fece parlare il marmo
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
È un ritratto a tutto tondo di Bernini quello tracciato nel volume scritto da Giovanni Morello e pubblicato dalle Edizioni Musei Vaticani. Frutto di oltre quarant’anni di studi, il libro scaturisce da un’attenta analisi dell’epistolario: non solo le lettere scritte o ricevute dal “gigante” del Barocco, ma anche quelle di vari personaggi che di lui parlano. Testi dai quali emerge l’aspetto più vivo, concreto e autentico dell’artista. A partire dal nome: Giovan Lorenzo e non Gian Lorenzo, come è spesso ricordato, facendo forse derivare il suo nome dal francese Jean Laurent. “Si firma Gio. Lorenzo”, precisa Morello riproponendo la dizione suggerita da Maurizio Fagiolo.
Padron del mondo
“Padron del mondo”, lo aveva definito, non in senso encomiastico, la madre Angelica Galante in una lettera al cardinale Francesco Barberini. La missiva si riferiva all’arroganza del figlio dopo la violenta lite con il fratello Luigi per via dell'amante Costanza Bonarelli. “Padron del mondo”, così Bernini verrà riconosciuto dai contemporanei per il suo talento, l’estro e la genialità mostrati in ottant’anni di attività al servizio di otto Pontefici. Fin da giovanissimo.
I capolavori della Galleria Borghese vedono la luce quando non aveva ancora compiuto vent’anni. Sono vertici inarrivabili: “Se pensiamo alla statua di Proserpina, con il dio che affonda le dita nella carne… nessuno è arrivato a fare qualcosa del genere”. Rese il mamo parlante, tenero. “Nessuno come lui, né ai suoi tempi né dopo”, scrive Giovanni Morello, “riuscirà a maneggiare i blocchi inerti di marmo trasformandoli in figure quasi spiranti, come se parlassero”.
Bernini e Michelangelo
Giovan Lorenzo era consapevole del proprio valore: “Era il padrone del mondo”, ricorda Morello, “perché parlava a tu per tu con sovrani e Papi. Viveva da gran signore e a Parigi fu accolto come un principe. “Durante la prima udienza con il re non esitò a dire: Parlatemi solo di cose grandi!”. Non è un caso se i Papi lo considerarono il Michelangelo dei suoi tempi. All’autore della Pietà, Bernini guardò con grande ammirazione, come un punto d’arrivo ma anche un termine di confronto. Ambizioso nella tecnica, profondamente credente nella vita: “Partecipava anche due o tre volte alla Messa. Non per forma, ma per fede”, aggiunge l’autore del volume. “D’altra parte la Basilica di San Pietro è stata il suo principale campo di attività: dal Colonnato al Baldacchino, recentemente restaurato”. Opere per le quali non guardò a spese, mostrando il celebre “bel composto”, lodato dal biografo secentesco Baldinucci. Quella capacità, cioè, di fondere pittura, scultura e architettura.
Un artista a tutto tondo
“Il cardinale Maffeo Barberini, poi divenuto Urbano VIII, seguì la sua formazione e lo inviò a copiare, come modello di perfezione, le sculture antiche del Cortile delle Statue”, nucleo fondativo dei Musei Vaticani. “Se con una punta di perfidia Borromini definì il suo rivale ignorante in architettura, Bernini creò anche in quest’ambito opere uniche”.
Perfezionista, infaticabile, attento a ogni aspetto, versatile, dotato in ogni disciplina.“Spaziava nei molteplici campi dell’arte”, osserva Morello svelando anche un aspetto meno conosciuto dal grande pubblico:
“Giovan Lorenzo ogni anno nel periodo di Carnevale metteva in scena commedie. Era l’autore del testo, il regista, lo scenografo, l’interprete principale. A Roma si attendeva il Carnevale per andare a vedere le commedie di Bernini!”.
Nel IV centenario della dedicazione di San Pietro
Il volume, dotato di un elegante apparato fotografico, vede la luce “in un anno speciale”, osserva il direttore dei Musei Vaticani Barbara Jatta: nel 2026, infatti, si celebrano i quattrocento anni dalla dedicazione della Basilica Vaticana, durante il pontificato di Urbano VIII, un Papa “che ben comprese la genialità del padron del mondo”.
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