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Tristan Harris: “La vera minaccia è la corsa all’IA più potente”

In occasione del convegno internazionale “Custodire voci e volti umani”, in Vaticano la proiezione del docufilm "The AI Doc". In un colloquio con i media vaticani, il co-fondatore del Center for Humane Technology e tra i protagonisti del documentario, mette in guardia dai rischi per dignità umana e pensiero critico e guarda a Papa Leone XIV come possibile promotore di un confronto globale sull’IA

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Nel dibattito globale sull’intelligenza artificiale, sempre più segnato da interrogativi etici, politici e antropologici, il Vaticano prova ad aprire uno spazio di confronto che affianchi alla riflessione accademica anche quella culturale e narrativa. Alla vigilia del convegno internazionale Custodire voci e volti umani, promosso il 21 maggio alla Pontificia Università Urbaniana dal Dicastero per la Comunicazione, la Filmoteca Vaticana ha ospitato infatti una proiezione a porte chiuse del documentario The AI Doc: Or How I Became An Apocaloptimist, diretto dai registi Daniel Roher e Charlie Tyrell e prodotto da Daniel Kwan, già premio Oscar per Everything Everywhere All at Once. Presentato in anteprima mondiale nel gennaio scorso al Sundance Film Festival e successivamente anche in Europa, il documentario raccoglie le voci di protagonisti, studiosi e critici del mondo dell’intelligenza artificiale.

Il regista Daniel Roher, in procinto di diventare padre, intraprende un viaggio per comprendere cosa significhi la rivoluzione dell'IA, intervistando oltre 40 esperti tra cui i CEO di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind. Il documentario esplora i pericoli esistenziali e le promesse straordinarie legate agli algoritmi, bilanciando ansia apocalittica e speranza per capire quale mondo erediterà suo figlio. Attraverso questa indagine personale, Roher cerca di rispondere alla domanda fondamentale: è un atto di follia o di ottimismo mettere al mondo un bambino in un'era dominata dall'intelligenza artificiale? "Questo è l'ultimo errore che potremo mai commettere". Questa frase sintetizza perfettamente il tema centrale del documentario: con l'intelligenza artificiale superintelligente, l'umanità si trova di fronte a una tecnologia così potente che un singolo errore nel suo sviluppo potrebbe essere irreversibile e fatale.

Tra i protagonisti del film c’è anche Tristan Harris, cofondatore e presidente del Center for Humane Technology, tra le voci più ascoltate a livello internazionale sul rapporto tra tecnologia, attenzione umana e democrazia. In occasione della proiezione in Vaticano, Harris ha rilasciato un’intervista a Radio Vaticana – Vatican News.

Trovare una terza via

Alla domanda sul significato dell’“apocalottimismo” evocato dal titolo del documentario, Harris spiega che il punto non è scegliere tra ottimismo e pessimismo, ma interrogarsi sulla capacità di agire davanti a un rischio concreto. Il riferimento, racconta, è al film "The Day After", che negli anni Ottanta contribuì a rendere tangibile nell’immaginario collettivo il pericolo di una guerra nucleare. “Quel film introdusse nella coscienza collettiva la possibilità di un esito che nessuno desiderava”, osserva Harris, ricordando come quel clima contribuì anche a preparare il terreno ai primi colloqui sul controllo degli armamenti. Secondo Harris, proprio questa analogia aiuta a comprendere la sfida dell’intelligenza artificiale: “È perfettamente in sintonia con i temi che il Vaticano ha storicamente affrontato, ovvero come trovare una terza via ed evitare l’escalation della corsa agli armamenti”.

Tristan Harris: l’IA, i rischi per l’umanità e il ruolo del Papa

Le minacce della corsa all'IA generativa

Quanto ai rischi immediati dell’intelligenza artificiale generativa, Harris ne elenca diversi: dalla sostituzione di posti di lavoro ai deepfake, dalle frodi al furto della proprietà intellettuale e dell’identità vocale. “Il problema dell’IA generativa è che rappresenta molteplici minacce contemporaneamente”, afferma. Ma la questione più profonda, secondo lui, è un’altra: “la corsa agli armamenti” per arrivare per primi alla cosiddetta AGI, l'intelligenza artificiale generale (n.d.r. tipo ipotetico di intelligenza artificiale capace di comprendere, apprendere ed eseguire qualsiasi compito intellettuale che un essere umano può svolgere). Secondo Harris, aziende e governi stanno vivendo questa competizione come una sfida esistenziale, in cui ogni danno collaterale rischia di apparire giustificabile pur di non restare indietro. “Le persone della Silicon Valley guardano a questa corsa agli armamenti come a una questione esistenziale. Devono arrivare primi”. È questa dinamica, sostiene, a generare molte delle altre minacce: disoccupazione di massa, appropriazione indebita di volti e voci umane, destabilizzazione sociale.

Nataša Govekar e Paolo Ruffini, con Tristan Harris nella Filmoteca Vaticana
Nataša Govekar e Paolo Ruffini, con Tristan Harris nella Filmoteca Vaticana

I danni dei social media

Harris richiama poi l’attenzione sugli effetti già visibili delle piattaforme digitali. A suo giudizio, non esiste ancora piena consapevolezza del danno provocato dal modello economico dei social media. “È come un pesce che nuota nell’acqua e gli si chiede cosa pensa dell’acqua”, osserva. Quel sistema, spiega, è progettato per massimizzare attenzione, frequenza d’uso e coinvolgimento, con conseguenze che includono compulsività, isolamento e deterioramento cognitivo. Richiamando alcuni studi, Harris sottolinea l’aumento delle difficoltà di concentrazione e apprendimento, e mette in guardia anche da un uso acritico dell’intelligenza artificiale nei processi cognitivi.

La locandina del docufilm proiettato in Vaticano
La locandina del docufilm proiettato in Vaticano

Il ruolo del Papa

Infine, Harris guarda al possibile ruolo della Chiesa e di Papa Leone XIV nel dibattito globale sull’intelligenza artificiale. “Papa Leone è stato un leader straordinario nel richiamare l’attenzione su ciò che dobbiamo proteggere: la dignità umana, la creatività umana, il pensiero critico”, afferma. Ma, secondo lui, resta un passaggio decisivo: nominare esplicitamente la corsa globale all’intelligenza artificiale come una minaccia sistemica. Il riferimento è esplicito a Giovanni XXIII e alla Pacem in terris, pubblicata nel pieno della Guerra fredda, quando la Santa Sede richiamava il mondo alla necessità di sostituire la logica dell’escalation con quella del dialogo. Harris richiama anche il linguaggio con cui il Concilio Vaticano II avrebbe poi definito la corsa agli armamenti una minaccia per l’umanità. “Credo che la corsa agli armamenti dell’IA debba essere considerata un pericolo”, afferma. Da qui il suo auspicio rivolto al Pontefice: “Mi piacerebbe vedere Papa Leone riunire qui i leader mondiali e dire loro: non ve ne andrete finché non avrete trovato una soluzione”, evocando idealmente lo spirito di Reykjavik. Per Harris, la sfida non può essere lasciata alla sola competizione economica o geopolitica: riguarda il futuro stesso dell’umanità.

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22 maggio 2026, 18:03