Custodire l’umano nell’era delle macchine intelligenti
Fabio Colagrande - Città del Vaticano
Il messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dedicato al valore profondamente umano della comunicazione nell’era dell’intelligenza artificiale, ha trovato eco ben oltre i confini ecclesiali. Lo si è percepito negli interventi dei 14 relatori internazionali del convegno “Custodire voci e volti umani”, promosso all’Urbaniana dal Dicastero per la Comunicazione con la collaborazione del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Giornalisti, docenti, manager tecnologici ed esperti di etica digitale provenienti da Europa, Stati Uniti, America Latina e Africa hanno affrontato una stessa domanda: come preservare la dignità della persona in un ecosistema informativo e relazionale sempre più modellato dagli algoritmi?
Algoritmi nuovi custodi dell’informazione?
Ad aprire il confronto è stata Marijana Grbeša Zenzerović, docente di comunicazione politica all’Università di Zagabria, che ha descritto un ecosistema mediatico radicalmente mutato: i media tradizionali perdono centralità, mentre gli algoritmi diventano nuovi “gatekeeper” dell’informazione. Se la televisione mantiene un ruolo in alcune fasce della popolazione, tra i giovani prevalgono i social e cresce l’autorevolezza attribuita a creator, influencer e “journo-influencer”. Il rischio, ha osservato, è una disinformazione di massa aggravata dall’IA generativa, capace di creare immagini, video e identità sintetiche credibili, fino a una vera “politica sintetica”.
Quando i chatbot entrano nelle relazioni umane
La giornalista del New York Times Kashmir Hill ha spostato l’attenzione sull’impatto dei chatbot nelle vite personali. Questi strumenti possono apparire empatici e rassicuranti, fino a diventare confidenti simbolici. Ma proprio la progettazione orientata all’engagement può renderli pericolosi, soprattutto quando tendono a compiacere l’utente invece di correggerlo. Hill ha richiamato il caso del sedicenne Adam Raine, morto dopo conversazioni prolungate con un chatbot, sottolineando che il rischio riguarda chiunque deleghi a queste tecnologie il bisogno di ascolto e conferma.
Innovazione, verità e responsabilità nel giornalismo
Più focalizzato sulle opportunità l’intervento di Vineet Khosla, Chief Technology Officer del Washington Post, che ha illustrato come l’IA venga integrata nei processi editoriali: automazione di compiti ripetitivi, ricerca documentale, strumenti interattivi per i lettori e contenuti audio generati artificialmente. Obiettivo: rafforzare, non sostituire, il lavoro giornalistico. Ma a una condizione: mantenere la verità come criterio distintivo e la fiducia del pubblico come capitale decisivo.
Eli Pariser, co-direttore di New_ Public, ha riflettuto sulla qualità della vita digitale. Le piattaforme, ha osservato, promettono connessione ma spesso producono solitudine, essendo progettate per massimizzare attenzione e ricavi. Anche l’IA può diventare “parassitaria”, orientata alla dipendenza dell’utente, oppure “prosociale”, se pensata per favorire relazioni autentiche e benessere collettivo.
Disuguaglianze e colonialismo digitale
Nel panel dedicato alle disuguaglianze, Paola Ricaurte Quijano, accademica messicana esperta di etica dell’IA, ha denunciato il carattere “estrattivo” di questo modello tecnologico, che concentra ricchezza e potere sfruttando lavoro invisibile, risorse dei Paesi più poveri e perfino dati, paure e desideri degli utenti. I modelli algoritmici, ha detto, rischiano di perpetuare logiche coloniali e razziste, cancellando culture e lingue marginali.
Il volto oscuro dell’IA: empatia simulata e discriminazioni
Il sudafricano Benjamin Rosman ha riconosciuto la sorprendente capacità dei modelli linguistici di simulare empatia e presenza umana, tanto che alcuni giovani li usano come psicologi. Ma proprio questa credibilità apre interrogativi etici profondi, soprattutto se strumenti progettati per massimizzare il coinvolgimento imparano a sfruttare paura, indignazione o tribalismo identitario. Per Rosman, però, il Sud globale non deve subire queste tecnologie, ma contribuire a plasmarle.
A chiudere la seconda sessione mattutina, Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League, che ha denunciato i pregiudizi razziali e di genere incorporati nei sistemi di riconoscimento facciale, già responsabili di errori e arresti ingiusti. L'attivista e poeta ha evocato il rischio di una società sorvegliata, in cui l’IA cancelli identità, creatività e perfino vite umane, soprattutto con lo sviluppo delle armi autonome. Il suo appello finale è stato netto: regole internazionali, controllo umano e diritti chiari prima che la velocità dell’innovazione superi la capacità etica di governarla.
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