Addio ad Angelo Gugel, al servizio di tre Papi
L'Osservatore Romano-Vatican News
Con discrezione e riservatezza per mezzo secolo, tra la fine del ventesimo e l’alba del nuovo millennio, aveva servito tre Papi come Aiutante di Camera Angelo Gugel, morto ieri sera a Roma, all’età di novant’anni, accompagnato dall'affetto della sua famiglia. Dal breve pontificato del veneto Giovanni Paolo I, che chiamò tra suoi collaboratori laici l’allora giovane corregionale, a quello lunghissimo di Giovanni Paolo II, di cui è stato testimone silenzioso per quasi ventisette anni, fino all’inizio di quello di Benedetto XVI, con cui ormai settantenne aveva concluso il suo servizio.
Nato il 27 aprile 1935 a Miane (Treviso), sposato con Maria Luisa Dall’Arche dal 1964, padre di quattro figli, Raffaella, Flaviana, Guido e Carla Luciana Maria, Gugel era rimasto uno degli ultimi, ad aver vissuto da molto vicino - gli Aiutanti di Camera sono parte integrante della Famiglia pontificia - la breve stagione di Luciani sul soglio del Successore degli apostoli, deponendo poi al processo che ne ha consentito la beatificazione; quella ben più lunga con Wojtyła al timone della barca di Pietro, trovandosi al suo fianco anche al momento dell’attentato del 13 maggio 1981; e anche nel primo periodo in cui al Papa polacco era succeduto Ratzinger.
Di famiglia contadina con alle spalle anche un’esperienza di due anni in seminario, nel 1955 fu arruolato come gendarme in Vaticano. Ammalatosi di tubercolosi, dopo una lunga convalescenza era stato trasferito al Governatorato, fino a che Luciani, suo antico vescovo a Vittorio Veneto che conosceva sua madre e la sua consorte, avendo ordinato sacerdote il fratello di lei don Mario Dall’Arche, non lo volle al suo fianco. Del resto già durante il Concilio Vaticano II, gli aveva fatto da autista a Roma ed era anche stato a cena a casa sua.
Sempre impeccabile nell’abbigliamento, di quell’eleganza sobria che non è ostentazione, Angelo Gugel ha mantenuto il riserbo che il delicato ruolo affidatogli imponeva anche dopo essersi ritirato in pensione. Di rado ha concesso interviste. In occasione del centenario della nascita di san Giovanni Paolo II aveva voluto affidare alcuni ricordi al numero speciale preparato dall’Osservatore Romano per celebrare l’anniversario. “Mi sono tremate le gambe quando sono stato richiamato in Appartamento dopo la morte di Giovanni Paolo I” scrisse nella circostanza descrivendo la chiamata nel Palazzo Apostolico da parte del Papa “venuto da molto lontano”. “Ma il clima di fiducia instaurato dal Santo Padre” e “anche da monsignor Stanislao e dalle suore, mi ha fatto sentire “a casa”, ha scritto riferendosi al segretario particolare di Wojtyła, oggi cardinale Dziwisz, e alle religiose polacche che lo assistevano.
Raccontando i 27 anni trascorsi con Giovanni Paolo II, pieni di attività, incontri e viaggi, rievocò quelli internazionali nei cinque continenti ma anche quelli più intimi, come nei pochi giorni di vacanze, in Cadore o in Valle d’Aosta, durante i quali anche Gugel toglieva l’immancabile abito scuro con cravatta e indossava maglioni e pantaloni da montagna. “Mantenere la riservatezza sul mio lavoro anche in famiglia era normale. Quando uscivamo con il Santo Padre in forma privata anche i miei familiari lo venivano a sapere dai giornali”, aveva aggiunto. E dell’attentato del 13 maggio 1981 continuava a ricordare ogni momento, dal foro della pallottola, al Papa adagiato per terra all’ingresso del palazzo dei Servizi di sanità in Vaticano, fino alla lunga corsa verso il policlinico Gemelli.
In una intervista rilasciata nel 2018 al Corriere della Sera, Gugel raccontò due aneddoti: «Trascorsi due giorni dall’elezione, il sostituto della Segreteria di Stato, Giuseppe Caprio, telefonò alle 11.30 in Governatorato dicendo: “Il signor Gugel si presenti nell’appartamento privato del Papa così com’è vestito”. Salii all’ultimo piano del Palazzo Apostolico. Le gambe mi tremavano. C’erano solo prelati polacchi, ero l’unico a parlare italiano». Una caratteristica utile per aiutare il nuovo Papa nella corretta pronuncia dei primi discorsi. «Rimasi interdetto quando la mattina del 22 ottobre 1978, prima di recarsi in piazza San Pietro per l’inizio solenne del pontificato, il Santo Padre mi chiamò nel suo studio e mi lesse l’omelia che avrebbe pronunciato di lì a poco: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!”. Mi chiese di segnalargli le pronunce sbagliate e con la matita si appuntava dove far cadere gli accenti. Due mesi dopo, incontrando i miei ex colleghi della Gendarmeria, se ne uscì con una frase che mi lasciò di stucco: “Se sbaglio l’accento di qualche parola, il 50 per cento è colpa di Angelo”, e mi sorrise».
Sempre in quella intervista, ricordò quando sua moglie Maria Luisa aspettava la quarta figlia, che avrebbero chiamato Carla Luciana Maria in onore di Papa Luciani e Papa Wojtyła: durante la gravidanza, racconta, «insorsero gravissimi problemi all’utero. I ginecologi del Policlinico Gemelli, Bompiani, Forleo e Villani, escludevano che la gravidanza potesse proseguire. Un giorno Giovanni Paolo II mi disse: “Oggi ho celebrato la messa per sua moglie”. Il 9 aprile Maria Luisa fu portata in sala operatoria per un parto cesareo. All’uscita, il dottor Villani commentò: “Qualcuno deve aver pregato molto”. Sul certificato di nascita scrisse “ore 7.15”, l’istante in cui la messa mattutina del Papa era al Sanctus. A colazione, suor Tobiana Sobotka, superiora delle religiose in servizio nel Palazzo Apostolico, informò il Pontefice che era nata Carla Luciana Maria. “Deo gratias”, esclamò Wojtyła. E il 27 aprile volle essere lui a battezzarla nella cappella privata».
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