San Paolo, chiusa la Porta Santa. Harvey: la speranza non elude le crisi del mondo
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
La speranza cristiana non elude le guerre, le crisi, le ingiustizie, lo smarrimento che vive oggi il mondo. Così il cardinale arciprete della Basilica papale di San Paolo Fuori le Mura, James Michael Harvey, nell’omelia della concelebrazione eucaristica con il rito di chiusura della Porta Santa, presieduta questa mattina, 28 dicembre. Evadere, fuggire la realtà dei propri limiti e delle proprie imperfezioni, la storia collettiva ferita dell’oggi. Oppure restare, incatenati nelle proprie prigioni interiori, lasciando che la rassegnazione si faccia abitudine e poi ferita. Due movimenti opposti e complementari, come l’apertura e la chiusura di una Porta Santa. Eppure, in questi ultimi due, si custodisce la memoria di una misericordia che non si consuma, di una “salvezza già donata” che, una volta introdotta nella storia, diventa seme capace di germogliare senza appassire. È questo l’orizzonte di senso evocato dal porporato.
La pace e l’unica speranza
Il sole alto che sovrasta la statua di San Paolo, al centro del quadriportico della Basilica, riscalda i fedeli accorsi, mitigando le rigide temperature invernali. La Porta Santa è situata sulla destra della facciata, sotto la cui croce campeggia l’iscrizione “Spes unica”. E “l’unica speranza”, come ricorderà il porporato statunitense alla Messa, risiede nella “Croce di Cristo”: un auspicio “pasquale” che germoglia dal dono incondizionato di sé e “fiorisce nella nuova vita della risurrezione”. Invece, la frase incisa sulla Porta Santa che ha accompagnato i pellegrini durante tutto l’anno – “Ad sacram Pauli cunctis venientibus aedem – sit pacis donum perpetuumque salus” – si fa costante auspicio affinché il “dono della pace” possa davvero diffondersi in un mondo segnato da “guerre, crisi, ingiustizie e smarrimento”.
La chiusura della Porta Santa
Il rito di chiusura è scandito da un silenzio contemplativo che accompagna il cardinale Harvey verso la Porta Santa, le cui tre formelle richiamano gli altrettanti anni preparatori all’Anno Santo del 2000, voluti da san Giovanni Paolo II e dedicati al Padre, ricco di misericordia, allo Spirito Santo, agente principale dell’evangelizzazione, e al Figlio redentore. Il cardinale si inginocchia di fronte ad essa e, dopo alcuni istanti di raccoglimento in preghiera, ne chiude i battenti.
Gli auspici nella “fatica del vivere”
Ad arrivare a una conclusione “è sempre un tempo”, sottolinea il porporato nell’omelia, “mentre la misericordia di Dio rimane perennemente aperta”. L’invito è volto proprio a proseguire il cammino di “conversione e speranza” ispirato dall’Anno Santo. Nel luogo affidato alla memoria di san Paolo risuonano con particolare forza le parole tratte dalla Lettera ai Romani: «la speranza non delude», che hanno accompagnato l’intero Giubileo. Un “motto” che è molto di più: una vera “professione di fede”. L’apostolo delle genti consegna infatti queste parole alla storia nella consapevolezza della “fatica del vivere”, avendo sperimentato il carcere, la persecuzione e l’“apparente fallimento”. Eppure la speranza non viene meno, perché non si fonda sulle fragili capacità umane, ma “sull’amore fedele di Dio”.
Entrare nello spazio della misericordia
La Porta Santa non è quindi una mera soglia materiale, ma un varco da attraversare lasciando indietro “ciò che appesantisce il cuore”, per entrare “nello spazio della misericordia”. Superarla significa, aggiunge il cardinale arciprete, rinunciare a ogni “pretesa di autosufficienza” e affidarsi con umiltà a “Colui che solo può dare senso pieno alla nostra vita”. Il varco è inoltre legato al cammino penitenziale, in quanto luogo “del rientro nella comunione” e “segno del ritorno alla casa del Padre”. Un gesto che, nel corso degli anni, non ha perso la sua forza simbolica: “Dio non chiude mai la porta all’uomo; è l’uomo che è chiamato ad attraversarla”.
Attendere la salvezza già donata
Speranza, ma anche fede e carità, sono state definite da Papa Francesco come il “cuore della vita cristiana”. La virtù legata al Giubileo 2025, afferma il cardinale Harvey, va ben oltre “l’ottimismo ingenuo” e ogni “fuga dalla realtà”. Come egli stesso aveva ricordato in occasione dell’apertura della Porta Santa, lo scorso 5 gennaio, non si tratta di una “parola vuota” o di un “vago desiderio che le cose vadano per il meglio”. Sperare significa piuttosto attendere con fiducia la “salvezza già donata” e ancora in cammino verso il suo compimento. Un completamento che si dispiega nella storia dell’uomo, da attraversare con lo sguardo “fisso su Cristo”, affrontando il dolore nella certezza che “l’ultima parola appartiene alla vita e alla salvezza”.
Il coraggio di scendere in profondità, liberi dalle catene
Auspici, dunque, tutt’altro che astratti, veicolati attraverso la “conversione del cuore” e l’esperienza liberante del perdono vissuta nel sacramento della Riconciliazione. Su questo aspetto ha insistito Papa Francesco, ed è tornato il suo successore, Leone XIV, come ricorda Harvey, spiegando che la speranza si alimenta trovando il coraggio di “scendere in profondità”, scavando “sotto la superficie della realtà” e rompendo la “crosta della rassegnazione”. Una virtù fragile, ma dal potenziale immenso: quello di “cambiare il mondo”.
Il porporato rievoca ancora la figura di san Paolo che, fatta esperienza della propria debolezza, affermava nella Seconda Lettera ai Corinzi che proprio in essa, attraverso l’incontro con Cristo, attingeva la sua forza. Le catene delle prigioni in cui fu rinchiuso – da Filippi a Gerusalemme, da Cesarea fino a Roma – non hanno soffocato il suo anelito di fiducia, consolazione e speranza. “Nessuna prigione può spegnere la libertà interiore di chi vive in Cristo”.
La speranza più grande
Alla speranza, ricorda il cardinale arciprete, Papa Benedetto XVI ha dedicato l’enciclica Spe salvi, nella quale sottolineava come l’uomo abbia bisogno di “molte speranze” per illuminare il suo cammino: piccole e grandi, tutte però confluenti nell’unico grande auspicio, Dio stesso, nel suo “volto umano”, manifestato come “realtà viva e presente” che abbraccia l’intera storia dell’umanità. Un amore che sostiene la perseveranza nel quotidiano, anche in un mondo segnato da “dall’imperfezione e dal limite”, perché garantisce l’esistenza di ciò che l’uomo desidera in ultimo: “la vita che è veramente vita”.
La responsabilità del pellegrino
Attraversare la Porta Santa diventa così un invito a “tornare nel mondo”, testimoniando nell’ordinario il dono ricevuto. Un cammino insieme interiore e concreto, che passa dal riconoscimento dei propri limiti e dell’“incompletezza dello sguardo”, affidandosi alla guida del Signore. Un procedere passo dopo passo, come nella preghiera, nella fiducia che ogni passo sia sufficiente. Ogni pellegrino, sottolinea Harvey, porta con sé la responsabilità di essere testimone credibile di quanto ha ricevuto, segno “umile ma luminoso della presenza di Dio” in un mondo segnato da “divisioni e paure”.
Le porte aperte del cuore
Un onere che i santi hanno assunto, rimanendo fedeli al posto loro affidato nella storia e vivendo la speranza del quotidiano, come la Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, ricordata nella liturgia odierna: una vita ordinaria fatta di lavoro silenzioso, “cura reciproca” e ascolto della volontà di Dio nelle pieghe dell’esistenza. Gesti ripetuti con amore, e per questo capaci di risplendere, sostenuti da una fiducia che “persevera anche nell’oscurità”. “Mentre la Porta Santa si chiude”, è l’auspicio finale del porporato, “rimanga aperta nei nostri cuori la porta della fede, della carità e della speranza. Rimanga aperta la porta della missione, perché il mondo ha bisogno di Cristo”.
La Porta Santa della Basilica di San Paolo Fuori le Mura è stata la terza, tra quelle delle Basiliche papali, ad essere chiusa. La prima è stata quella di Santa Maria Maggiore, nel giorno di Natale. La mattina di sabato 27 dicembre è stata la volta di San Giovanni in Laterano. Sarà invece Leone XIV a chiudere la Porta Santa della Basilica di San Pietro il prossimo 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore.
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