Chiusa la Porta Santa in Laterano, Reina: la prossimità, eredità del Giubileo
Isabella Piro - Città del Vaticano
“Oggi, chiudendo la Porta Santa, eleviamo al Padre l’inno di ringraziamento per tutti i segni del suo amore per noi, mentre custodiamo nel cuore la consapevolezza e la speranza che rimane aperto per tutti i popoli il suo abbraccio di misericordia e di pace”. La preghiera del cardinale arciprete Baldassare Reina risuona nell’atrio della Basilica di San Giovanni in Laterano. Stamani, 27 dicembre, il rito di chiusura della Porta Santa nella "Madre di tutte le Chiese" si compie in modo solenne. Il porporato sale i gradini in silenzio, poi si inginocchia sulla soglia, in preghiera. Quindi si rialza e chiude l'ampio battente, chinando il capo in segno di venerazione. Dopo di lui, tanti fedeli si accostano alla soglia e vi poggiano sopra le mani, in un gesto di preghiera e raccoglimento.
Portare il Signore tra le strade di Roma
Era il 29 dicembre 2024 quando quella stessa Porta veniva aperta. Allora, era la festa della Santa Famiglia, oggi è la memoria liturgica dell’Apostolo evangelista, “il discepolo divenuto l’amico più caro di Gesù”, sottolinea il porporato durante la successiva Messa. Giovanni aveva “camminato con Gesù, aveva ascoltato la sua voce, anche quella senza parole, del suo cuore, poggiando l’orecchio sul suo petto”, prosegue. Seguendo il suo esempio, dunque, i fedeli presenti - tra i quali il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e il prefetto Lamberto Giannini - sono invitati ad essere “ministri della misericordia di Dio”, lasciando che il Signore “trovi il suo inveramento in una città in cui molti hanno perso la speranza”.
Il peso dell'assenza
Non si può – è il monito del cardinale arciprete – professare la fede cristiana senza preoccuparsi di quanti, “per i pesi che devono portare, per il dolore che patiscono, per le ingiustizie che subiscono”, non riescono a percepire altro che l’assenza. L’assenza che Reina declina in tutte le sue drammatiche sfaccettature, ovvero come mancanza “di solidarietà nel divario tra periferia e centro; di attenzione alle miserie economiche ed esistenziali; di fraternità in cui ci rassegniamo, anche nel presbiterio, a rimanere soli o a lasciarci da soli”. E ancora: “L’assenza in cui le famiglie si disperdono, i legami si infragiliscono, le generazioni si oppongono, le dipendenze diventano catene”; la carenza di “giustizia che non risponde all’altissima vocazione della politica di rimuovere gli ostacoli perché ognuno possa trovare uguale opportunità per realizzarsi, dare forma ai propri sogni, sostanza alla propria dignità, con il lavoro e giusti salari, avere una casa, essere difeso e curato nelle proprie fragilità”.
Vincere l'inerzia per trasfigurare la città
Il cuore di tanti, prosegue il porporato, è appesantito dalla privazione “di visione e pensiero in un tempo in cui le passioni si sono intristite, i giudizi divengono sommari, le informazioni hanno perso il contatto con la ricerca della verità, e la cultura non ha più maestri credibili”. Senza dimenticare “l’assenza di pace in un mondo in cui prevale la logica del più forte”. Tutta questa mancanza di profezia “rende muto Dio”, sottolinea ancora l’arciprete, esortando i fedeli a contrastare “ogni inerzia, perché si possa incontrare il Signore” e trasfigurare “la nostra città”, in tutti i suoi luoghi “sociali ed esistenziali”.
Riconoscere tutti come fratelli
È questa, aggiunge il porporato, “la speranza che ha mosso i tantissimi pellegrini che hanno lasciato sulle nostre strade le impronte dei passi gravati dai pesi che premevano nel loro cuore” ed hanno impresso sulla Porta Santa “le loro carezze”, cercando Dio e la sua misericordia. Ed è questo l’insegnamento che il Giubileo lascia ad ogni fedele: “Un sacramento diffuso della prossimità del Dio delle sorprese”. Perché, anche se ora la Porta Santa è chiusa, “il Risorto vi passa attraverso e non si stanca di bussare, per offrire e trovare misericordia”. D’altronde, ricorda Reina, alla fine dei tempi “saremo giudicati dall’Amore”, dal poter riconoscere tutti come fratelli, inclusi “anche coloro che riteniamo nemici”.
La Chiesa dell'Urbe sia laboratorio di sinodalità
Nel “tempo nuovo” che inizia ora per la diocesi di Roma, dunque, l’invito del cardinale vicario è a unire “le preghiere e le forze per essere luogo che rivela la presenza del Signore, che testimonia la sua prossimità divenendo prossimi gli uni gli altri, senza dimenticarci di nessuno”. Solo così – rimarca Reina, citando Leone XIV e il suo discorso pronunciato il 19 settembre alla diocesi dell’Urbe – la città potrà divenire un “laboratorio di sinodalità capace di realizzare il Vangelo”.
Resti accesa la fiamma della speranza
La preghiera per una Chiesa “sempre più santa e feconda” si eleva anche durante l’orazione universale. Nell’Anno giubilare, si prega anche affinché “la fiamma della speranza” che si è riaccesa nei cuori dei fedeli “continui ad ardere nelle comunità, sostenga i passi incerti e dubbiosi, consoli chi è nella prova e renda ciascuno testimone gioioso del Vangelo”. Una intenzione particolare viene infine elevata perché il Signore dissolva “le tenebre del male che ancora avvolgono il mondo e diriga i passi dei popoli sulla via della pace”.
Carità e accoglienza
Prima di impartire la solenne benedizione conclusiva, il cardinale Reina rivolge il suo ringraziamento a tutti coloro che hanno operato in questo 2025. Ricorda la vicinanza del Papa, saluta l'arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione del Giubileo, presente alla Messa; esprime gratitudine alle autorità civili e militari che hanno garantito la sicurezza in questo Anno Santo; ringrazia i tanti volontari e fedeli della diocesi che hanno praticato "carità e accoglienza" nei confronti dei numerosi pellegrini. E, come già annunciato nei giorni scorsi, invita i giovani all'incontro con Leone XIV, in programma il 10 gennaio in Aula Paolo VI. Infine, l'augurio che il nuovo anno sia "ricco della pace del Signore e tra i popoli". La celebrazione si conclude con il tradizionale canto natalizio Tu scendi dalle stelle, intonato dal coro della diocesi di Roma, diretto da monsignor Marco Frisina.
La Porta Santa
Nella storia dei Giubilei, la Porta Santa della Basilica Lateranense – collocata nel lato destro del portico – è la prima ad essere stata aperta, durante l’Anno Santo del 1423. Fu Papa Martino V, sepolto davanti all’altare maggiore, a individuare nell’attraversamento della Porta quello che divenne da allora il segno per eccellenza del pellegrinaggio giubilare: passare attraverso la vera soglia, che è Cristo, per accogliere il dono della sua grazia. L’attuale Porta Santa è stata realizzata dallo scultore Floriano Bodini in occasione del Giubileo del 2000. L’opera raffigura la Madonna con il bambino, il Cristo Crocifisso e lo stemma di san Giovanni Paolo II. La madre protegge il Bambino che si protende verso la Croce, per affermare con il sacrificio la propria Divinità eterna.
Gli altri riti di chiusura
La Porta Santa di San Giovanni in Laterano è stata la seconda, tra quelle delle Basiliche papali, ad essere chiusa. Nel pomeriggio del 25 dicembre, solennità del Natale del Signore, è stata la volta di Santa Maria Maggiore, con il rito presieduto dal cardinale arciprete Rolandas Makrickas. Domani, domenica 28 dicembre, festa della Santa Famiglia, toccherà a San Paolo fuori le Mura. A presiedere la celebrazione sarà cardinale arciprete James Michael Harvey. Infine, il prossimo 6 gennaio, solennità dell’Epifania del Signore, Leone XIV chiuderà la Porta Santa della Basilica Vaticana.
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