Canarie, nel Centro migranti della Cruz Blanca dove l’unica legge è la “dignità umana”
Salvatore Cernuzio e Alexandra Sirgant – Inviati a Las Palmas de Gran Canaria
Un tappeto di mozziconi di sigarette si estende fuori dal cancello verde. Due guardie fanno avanti e indietro, mentre dai cespugli escono quattro o cinque galline che zampettano verso la “vía” principale, incuranti di macchine e motorini. L’impatto è di un ambiente di sorveglianza, di chiusura, proibizione. “No foto”, “no se puede humear”. Varcandolo quel cancello verde, quando davanti agli occhi appaiono donne incinte con bimbi in braccio, scritte in spagnolo, francese, arabo e, sullo sfondo, il presepe di case e casette tutte colorate e destinate a diverse funzioni, si capisce che nel Centro León per l’accoglienza dei migranti sbarcati alle Canarie, gestito da Cruz Blanca a Las Palmas de Gran Canaria, nessuno sorveglia nessun altro e non si proibisce niente. Semplicemente si chiede “rispetto” per il prossimo, tenendo conto che questo prossimo è, il più delle volte, un uomo rimasto oltre una settimana in mare senza la certezza di arrivare a destinazione, una donna che ha subito stupri o tratta, un bambino o una bambina che hanno dovuto salutare fratellini e sorelline più piccole e lasciare la propria casa. E allora rispetto, ma soprattutto “amore” verso chi ne ha ricevuto troppo poco dalla vita, insieme ad alcune norme di convivenza sociale per costruire un ambiente sano e pulito. Sempre in nome di quella “dignità umana” che Papa Leone XIV ha indicato come priorità durante i suoi discorsi del viaggio alle Canarie.
"Di famiglia"
È l’hermano Jair Falon (“significa pieno di grazia, sai?”), volto simpatico dalle fattezze colombiane, sangue libanese da parte di madre e buona pronuncia italiana dopo gli studi alla Gregoriana, a condurre i media vaticani in questa che è, a tutti gli effetti, una piccola ciudad con il polo medico, la mensa, la lavanderia, le stanze, le classi per la escuela, l’area baby dove giocare, colorare costruire puzzle. Nessuno lo chiama “centro”, così come nessuno si percepisce come ospite bensì come “uno di famiglia” all’interno di questo villaggio che, pensato per 700 usuarios (il termine per indicare i residenti), al momento accoglie circa 220 persone. Cento sono famiglie e una cinquantina minorenni. Un numero più esiguo rispetto al passato, a motivo anche del calo degli sbarchi “dovuto – spiega il direttore José Luis Vidales Colinas – all’intensificazione dei controlli nei Paesi di provenienza e al fatto che le tormente dei mesi scorsi hanno scoraggiato le partenze. Per ora è così, domani chi lo sa…”.
Una piccola ciudad
Il León è il più grande dei sette centri delle Canarie gestito dalla Fundación Cruz Blanca, progetto nato anni fa in seno all’omonima congregazione di francescani, tra le più valide e capillari risorse in terra canaria. L’iniziativa è sostenuta da fondi UE e dal Ministero dell’Inclusione, della Previdenza sociale e delle Migrazioni del Governo centrale spagnolo che collabora con le autorità locali della Comunità autonoma delle Canarie. Nel Centro León, che solo due anni fa ha preso la forma di una piccola cittadina, c’è un po’ di tutto: volontari, medici, guardie, cuoche, insegnanti di spagnolo, sacerdoti. Ogni giorno con abnegazione si mettono a servizio dei migranti arrivati sui cayucos da Mali, Mauritania, Senegal, Gambia. Restano qui dai sei mesi a un anno, a seconda dei documenti.
Supporto di ogni tipo
Nel Centro di Vegueta, a pochi passi dalla Cattedrale di Sant’Anna, ci sono invece esperti che quotidianamente hanno a che fare “con donne vittime di tratta, donne che hanno subito sfruttamento sessuale, collettivi Lgbt, persone con HIV”, spiega padre Jair che è, invece, coordinatore di tutti i centri. “La mia vocazione nasce dal servizio all’interno del Cammino Neocatecumenale. Volevo fare il medico, sono psicologo. L’esperienza con bambini malati e situazioni difficili mi ha segnato. Ho conosciuto Cruz Blanca in Costa Rica e poi sono arrivato in Spagna”.
“È tutto un processo, un accompagnamento”, racconta ancora il frate in riferimento all’opera svolta nelle diverse strutture. “Si trova supporto psicologico, giuridico, assistenti sociali, educatori e una formazione integrale per queste persone. Molti di loro vanno nella penisola, continuano il percorso per ottenere la documentazione, la formazione e per potersi integrare nell’iter sociale e lavorativo. I più piccoli, invece, stanno nella scuola materna, i bambini vanno nella scuola pubblica, i più grandi fanno sport e imparano il castigliano”, spiega l’hermano.
La Chiesa che collabora con lo Stato
Che ci tiene a sottolineare come questo “grande lavoro”, seppur in collaborazione con le istituzioni, viene portato avanti “all’interno della Chiesa”, la quale “non sostituisce lo Stato, ma collabora con esso”. La direzione, anzi, le quattro direzioni sono i “verbi” con cui Papa Francesco declinava l’azione per la sfida migratoria: “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. “Sì, questo è il linguaggio che usiamo noi qui”, chiosa padre Jair.
Nessuna distinzione di provenienza e religione
Tutto è gratuito, naturalmente, e aconfessionale. “Ci mancherebbe… Non tutti sono cattolici, molti sono musulmani o di altre religioni, ma la nostra realtà è assistere chiunque arrivi qui. A questo siamo chiamati: ascoltare, accogliere, senza distinzione. Apriamo le nostre porte con due concetti che sono casa e famiglia e cerchiamo di far sì che si sentano in casa e in famiglia”. Anche il personale “cerca di condividere gli stessi valori” per lavorare con gli utenti. “Siamo 150 lavoratori della Fundación Cruz Blanca, ci sono anche volontari e aziende che si uniscono a noi”. E pure lì, mica sono tutti cattolici ma tutti si ritrovano a predicare lo stesso “Vangelo” che è “il Vangelo dell’amore che non solo si dice ma si vive, si esprime ogni giorno”.
Oltre a questo, non vi è alcun tipo di restrizione della libertà religiosa: “I musulmani pregano durante il Ramadan, i cattolici vanno alle celebrazioni”. E il catering che fornisce il cibo quotidiano cerca di seguire “adattamenti culturali” per far sentire gli usuarios a proprio agio anche col menù.
Sfide e diversità
A descriverlo così, sembra il Paradiso. Padre Jair sorride. Le sfide sono molteplici e non sono mancate in passato, specie all’inizio, anche tensioni a motivo, ad esempio, delle diverse appartenenze. Mai, per fortuna, episodi di violenza sulle donne, nonostante la convivenza mista. “Con il lavoro tutte le differenze si riducono. Ci possono essere piccoli conflitti, come in ogni contesto, ma vengono gestiti”, assicura il frate. “Le persone qua pensano soprattutto ad uscire, ad andare avanti, a sostenere le famiglie”.
Il lavoro per le donne vittime di tratta
La sfida principale è accompagnare i minori, il passaggio ai 18 anni e la continuità del percorso. Una delle maggiori complessità è, invece, il lavoro sulle donne vittime di abusi di vario genere. “Quando arrivano non vogliono parlare di ciò che li traumatizza, ci mettono un po’ di tempo per aprirsi”, riferisce Pino Marero, coordinatrice dell’équipe di volontari. “Arrivano con sofferenze psicologiche e spirituali. Noi offriamo ascolto e vicinanza”.
Non per tutte è così. Ci sono anche casi particolari, come “quella donna” (i nomi non vengono comunicati per ragioni di privacy o sicurezza) conosciuta per il carattere sereno e il sorriso sempre sulla bocca. “Quando è andata via da qui, ha scritto una lettera in cui raccontava tutta la sua esperienza. Violenze, sofferenze nel suo Paese… Ringraziava per essersi sentita amata. Prima di andarsene – racconta Falon - mi ha stretto la mano, mi ha ringraziato e dato la lettera. Solo leggendola ho scoperto ciò che aveva vissuto, non immaginavo nulla perché non l’ho mai vista con un volto sofferente. Mi ha colpito nella mia vita di fede”.
Le parole e la presenza di Papa Leone
A colpire padre Jair e tutte le altre 260 persone che ieri mattina hanno partecipato all’incontro del Papa nel porto di Arguineguín coi migranti e le realtà di accoglienza, sono state le parole di Leone XIV. Così come la sua stessa presenza alle Canarie. “Non tutti hanno capito lo spagnolo, abbiamo preparato delle traduzioni. Però il Papa ci ha dato speranza, è stato una goccia d’acqua nel deserto”.
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