Polvani: Magnifica humanitas, un piano d’azione per il futuro
Jean Charles Putzolu - Città del Vaticano
“Un’enciclica sociale”, la prima di Papa Leone XIV, che offre una chiave di lettura del suo pontificato. È in sostanza il pensiero dell’arcivescovo Carlo Maria Polvani, segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, autore di vari articoli di divulgazione scientifica, parlando di Magnifica humanitas, presentata ieri 25 maggio, alla presenza del Pontefice nell’Aula del Sinodo. Nell’intervista ai media vaticani rilegge il documento pontificio come voce della Chiesa all’alba di una nuova rivoluzione industriale, 135 anni dopo la Rerum novarum di Leone XIII, e si sofferma in particolare sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale all’intera umanità.
Eccellenza, nella sua prima enciclica Papa Prevost fa costante riferimento alla dottrina sociale della Chiesa, come solida base da cui partire e, al tempo stesso come materia che, nel corso della storia, si è dimostrata straordinariamente capace di adattarsi ai cambiamenti. Condivide tale lettura?
Sì, e ne abbiamo la prova nei primi due capitoli, in cui il Papa si prende tutto il tempo necessario per spiegare che cos’è la Dottrina sociale della Chiesa. Egli ne espone non soltanto il fondamento teologico, ma anche i grandi principi, i punti chiave che, di fatto, possono essere considerati delle solide rocce: il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, il principio di giustizia sociale. Dunque, le fondamenta solide già ci sono, e l’enciclica vi apporta un aggiornamento, un’evoluzione. La Chiesa ha dei principi che ha sviluppato durante le grandi crisi, come quella della prima rivoluzione industriale, e oggi intravede un’altra crisi all’orizzonte. Riprende quindi tutta la sua tradizione per innovare. Innovare rimanendo ancorata alle proprie fondamenta.
Il Papa afferma che l’intelligenza artificiale è affare di tutti. Ora, il suo sviluppo oggi è nelle mani di pochi soltanto. Come cambiare paradigma?
È una questione estremamente importante. Ritengo che il Papa l’affronti in modo molto chiaro. Ricordiamoci che gli sviluppi tecnologici, soprattutto dopo la prima rivoluzione industriale, sono sempre stati nelle mani di poche persone. Il problema — e lo si è visto proprio con la rivoluzione industriale — è farla passare dalle mani di pochi eletti al servizio di tutti, per il bene di tutti. Nel caso dell’intelligenza artificiale, abbiamo un ulteriore problema. In un modo o nell’altro, i suoi effetti li sentiranno tutti. Pertanto, il fatto che sia sotto il controllo solamente di pochi comporta un rischio reale molto più importante di quelli legati alla prima rivoluzione industriale. All’epoca i rischi erano principalmente di ordine economico. Oggi le questioni poste sono anche di ordine antropologico.
In quest’ottica, è fondamentale formare le coscienze. Leone XIV sottolinea la necessità di un’alfabetizzazione digitale. Ciò riguarda il settore dell’educazione, chiamato a formare le generazioni future...
Il Santo Padre ne parla al capitolo quarto, laddove insiste sulla necessità di “prendersi cura” delle relazioni. Fa tre grandi distinzioni: il lavoro, la libertà e la verità. La questione dell’educazione riguarda ma soprattutto la verità e poi la libertà. Si tratta di sviluppare nelle giovani generazioni, che già vivono nell’era dell’intelligenza artificiale senza rendersene conto, uno spirito critico nell’uso di questo nuovo strumento. L’educazione è uno degli ambiti più importanti dove formare questa capacità nelle giovani generazioni che hanno bisogno di una mente capace di discernere gli effetti positivi e negativi dell’intelligenza artificiale.
Nel suo discorso a conclusione della presentazione dell’enciclica, Leone XIV ha auspicato che la Chiesa partecipi attivamente al dibattito per dare il proprio contributo. Di che natura sarà tale apporto?
Il capitolo terzo di Magnifica humanitas dà una delle risposte. La Chiesa non comincia affatto col parlare male dell’intelligenza artificiale. Anzi, evidenzia tutte le possibilità che essa può offrire in termini di bene. D’altra parte, però, vede anche tutti i pericoli. È qui che la Chiesa cattolica svolge un ruolo molto importante: può, a tutti i livelli - dai più grandi forum internazionali fino alla più piccola parrocchia, ovunque partecipi alla vita sociale - fornire punti di riferimento affinché questo strumento, di per sé positivo per l’umanità, non comporti alcun rischio. La parola chiave qui è il disarmo culturale proposto dalla Chiesa. Ricordiamo tutti che il Papa ha parlato di una “pace disarmata e disarmante” fin dall’inizio del suo pontificato, quando si è presentato al mondo. In Magnifica humanitas riprende questo principio. Se l’intelligenza artificiale è un potere, e se questo potere deve servire al bene dell’umanità, allora deve essere disarmato, nel senso che non deve essere usato per fini pericolosi.
C’è un altro elemento ricorrente, quasi come un filo conduttore: «vogliamo costruire una torre di Babele o la Nuova Gerusalemme?». Come interpretare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale proprio alla luce di questo riferimento biblico?
Ritengo che il simbolismo sia molto pertinente, il problema qui è il seguente: l’intelligenza artificiale non è una novità che va e viene, una moda, ma si tratta di un cambiamento di civiltà, di cultura. Allora la torre di Babele è un luogo dove il più forte vince, dove il più potente s’impone. È così che la vede il Papa. Il più veloce, il più forte, il più performante riuscirà a imporsi e l’intelligenza artificiale glielo permetterà. Già oggi vediamo che ci sono due o tre Paesi nettamente avanti rispetto a tutti gli altri. L’altro modello è completamente diverso: non si tratta della capacità di alcuni di imporsi sugli altri ma della necessaria preoccupazione di tutti, soprattutto di coloro che sono più forti, a prendersi cura dei più deboli. È l’alternativa alla corsa all’oro, dove chi arriva prima si prende tutto. Ciò significa che quanti godono di un vantaggio tecnologico — e che, di fatto, si arricchiranno di più — hanno il dovere di pensare a chi rischia di essere lasciato indietro e che invece non può essere escluso.
Possiamo credere in una forma di filantropia digitale?
Sì, la parola filantropia è molto utilizzata nel contesto e il Papa va oltre. Siamo alle soglie di un passaggio culturale enorme, mette in evidenza le due scelte che l’umanità ha davanti a sé: evolversi in un sistema con qualche forma di filantropia imitata, ipotesi favorirebbe la vittoria del più forte; o scegliere di considerare l’intelligenza artificiale un’opportunità, se impiegata per diffondere il bene, per l’umanità di rimanere umana. È questo che il Papa propone. Lascia inoltre intendere che è ora o mai più. Perché se oggi non si ha la capacità di compiere questo salto, l’umanità è in pericolo.
Magnifica humanitas non potrebbe sembrare il risultato di una riflessione iniziata già da diversi anni all’interno delle varie istituzioni della Santa Sede e nel corso degli ultimi tre pontificati? Al tempo stesso potrebbe essere un piano d’azione del pontificato di Leone XIV?
Penso che Leone XIV sia il primo Papa a iniziare il proprio pontificato con un’enciclica sociale. Non credo che vi siano precedenti. Per sapere se è un risultato o un punto di partenza occorre comprendere lo sguardo della Chiesa cattolica sul mondo con il quale desidera interagire. Oggi le sfide dell’intelligenza artificiale appaiono sempre più evidenti. Sin da Benedetto XVI, e poi con Papa Francesco, che ne ha parlato al G7 di giugno 2024 in Italia, la Chiesa cattolica è stata una delle prime forze a rendersi conto dell’importanza del fenomeno. A partire dagli ultimi tre pontificati ha dato una risposta sempre più chiara: prima ha osservato ciò che stava accadendo e oggi è passata all’azione. Credo che questa nuova enciclica rappresenti un elemento più maturo e, si potrebbe dire, un piano d’azione per gli anni a venire.
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