Il Papa a Napoli: tra disuguaglianze e violenze la Chiesa sia presenza concreta
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Napoli è una città dai mille colori”.
Il caleidoscopio che il Papa sceglie per descrivere il capoluogo partenopeo ricalca il primo fotogramma di Napule è di Pino Daniele, una tra le melodie più riconosciute dedicate al capoluogo campano da uno dei suoi cantori più amati. È il ritratto di una terra che Leone riconosce essere attraversata da contrasti profondi: la vivacità di una religiosità popolare “spontanea ed effervescente”, la bellezza che si respira tra vicoli e piazze, ma anche le ferite lasciate dalla violenza, dalla disoccupazione giovanile, dalla dispersione scolastica e dalle fragilità familiari. Ferite che affiorano nella “trascuratezza” di strade, periferie e angoli dimenticati, e che rendono ancora più urgente la presenza “concreta e solidale” di una Chiesa vicina alle persone e alle loro vite. Non una fede ridotta “a qualche evento emotivo”, ma una testimonianza capace di abitare il quotidiano e lasciarsi attraversare da quell’“allegria” autentica che il Pontefice riconosce nel popolo napoletano. “Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia”, confessa il vescovo di Roma.
LEGGI IL DISCORSO INTEGRALE DEL PAPA
L’arrivo del Papa
"Ciao Napoli! Buongiorno! Sono venuto a Napoli per trovare questo calore che solo Napoli sa offrire! Grazie per questa accoglienza! Grazie!"
E proprio lasciandosi accogliere dall’anima più profonda della città, Leone XIV si presenta al capoluogo campano e al suo clero oggi, 8 maggio, anniversario della sua elezione al soglio pontificio. L'atterraggio avviene alle 14.17 alla Rotonda Diaz, sul lungomare Caracciolo, dopo la mattinata trascorsa a Pompei. In automobile il Papa si trasferisce poi al duomo di Napoli: la cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta sorge in un’area che era già centro di culto a partire dall’epoca greca – qui si trovava infatti un tempio dedicato ad Apollo – e che oggi per tre volte l’anno è teatro del prodigio della liquefazione del sangue di san Gennaro, patrono di Napoli.
“La vita a Napoli non è mai stata facile”
Sono circa le 15.00 quando il Pontefice si trattiene per qualche istante alle soglie della porta principale della cattedrale per salutare i fedeli raccolti all'esterno. "È una benedizione di Dio trovarci insieme, sono molto contento di poter essere qui questo pomeriggio", dice il Papa, che spiega il significato di questa sua prima tappa, "dove voglio anche fare quest’omaggio a San Gennaro, tanto importante per la vostra devozione, la vostra fede!" Fa poi il suo ingresso nel duomo. Qui si tiene l’incontro scandito da momenti di preghiera e dalla proclamazione di un brano evangelico, al termine del quale il Papa pronuncia un discorso che inquadra la città partenopea come città “ricchissima di arte e di cultura, situata nel cuore del Mediterraneo e abitata da un popolo inconfondibile e gioioso, nonostante il peso di tante fatiche”. Ricorda quindi le parole che Papa Francesco rivolse al popolo del capoluogo campano incontrando la popolazione di Scampia nel marzo 2015: “La vita a Napoli non è mai stata facile, però non è mai stata triste! È questa la vostra grande risorsa: la gioia, l’allegria”. E Leone XIV ribadisce: “Oggi sono qui anche per farmi contagiare da questa gioia”.
“Camminava con loro”
La sua riflessione si snoda a partire dal brano evangelico dei due discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-31) proclamato alla presenza del vescovo di Roma, e il cui passaggio “Camminava con loro” è anche il motto scelto per questa visita pastorale. “Cura” è la parola che risuona nel cuore del Pontefice, che paragona i due discepoli a quanti oggi vivono senza riuscire a interpretare i segni della storia, “scoraggiati e delusi” da speranze “personali e pastorali” non realizzate, con il volto triste e l’amarezza nel cuore.
Gesù, però, si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce: il suo è l’atteggiamento di chi si prende cura.
Il valore della “religiosità popolare spontanea”
Alla cura, il Papa contrappone la “trascuratezza”: quella più evidente delle strade, degli angoli, delle aree comuni e delle periferie della città. Ma ancora di più le situazioni in cui si trascura l’esistenza stessa, quando non si riesce a custodire bellezza e dignità. Leone XIV esorta quindi a coltivare la “cura interiore”, del cuore, dell’umanità e delle relazioni. Un’esortazione rivolta in particolare a quanti hanno un ruolo di responsabilità nella Chiesa.
Napoli è una città dai mille colori, in cui la cultura e le tradizioni del passato si mescolano alla modernità e alle innovazioni; è una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali e con i molteplici volti della povertà; è una città antica ma in continuo movimento, abitata da molta bellezza e nel contempo segnata da tante sofferenze e perfino insanguinata dalla violenza.
Accompagnare “famiglie affaticate” e giovani disorientati
In un simile contesto, afferma il vescovo di Roma, la fede cristiana non può limitarsi a un mero “evento emotivo”, ma deve penetrare “profondamente nel tessuto della vita e della società”. La Chiesa e i presbiteri sono dunque chiamati ad ascoltare le storie della città, intercettando quelle che più hanno bisogno di emergere, offrendo orizzonti di speranza e incoraggiando “la scelta del bene”.
Penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni.
A tutto questo si aggiunge un senso di impotenza e smarrimento quando linguaggi e azioni “sembrano non adeguati alle nuove domande e sfide di oggi, specialmente dei più giovani”. Un carico umano e pastorale che rischia di “appesantire, logorare, esaurire le nostre energie”, aggravato spesso dalla solitudine e dall’“isolamento pastorale”.
“Esercitiamoci all’arte della prossimità!”
“Per questo abbiamo bisogno di cura”, afferma il Pontefice. Farsi carico della dimensione interiore e spirituale, alimentando la relazione con il Signore, richiede “il coraggio di saperci fermare”, per non ridurre il ministero a una semplice “funzione da svolgere”. Questo cammino passa anche attraverso una fraternità che, come affermato nella Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, deve essere considerata “elemento costitutivo” della propria identità e non “un ideale o uno slogan”. Proprio perché il tempo presente è esposto alle “derive della solitudine”, in un ambiente culturale “più complesso e frammentato”, essa chiede di essere coltivata anche attraverso “nuove forme possibili di vita comune”.
Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo. Pensiamoci preti e religiosi insieme! Esercitiamoci nell’arte della prossimità!
Affrontare l’individualismo nelle diocesi
Incontrando i sacerdoti della diocesi a Cassano all’Jonio nel 2014, Papa Francesco aveva già ribadito il valore della fraternità contro “un certo individualismo diffuso nelle nostre diocesi”. Leone XIV riprende oggi quell’affermazione, riaffermando come tale comunione “chieda di essere vissuta cercando forme concrete adeguate ai tempi e alla realtà del territorio, ma sempre in prospettiva apostolica, con stile missionario, fraternità e semplicità di vita”.
“Create una sinfonia di carismi e ministeri”
Il Papa passa quindi in rassegna il ruolo di “primaria importanza” di laici e operatori pastorali, ricordando la necessità di promuovere una “missione evangelizzatrice valorizzando i diversi carismi e ministeri”. In tal senso il Pontefice richiama il Sinodo diocesano tenutosi a Napoli, che ha generato importanti interrogativi “sul proprio modo di essere e di annunciare il Vangelo in questa terra”. L’invito è a fare proprio il metodo sinodale dell’ascolto reciproco per far emergere con chiarezza attese, ferite e speranze, “restituendovi l’immagine di una Chiesa chiamata a uscire da sé stessa, a convertire il proprio stile, a incarnarsi tra la gente come luce di speranza”.
Ciò che vi chiedo dunque è questo: ascoltatevi, camminate insieme, create una sinfonia di carismi e ministeri, e così trovate le modalità per passare da una pastorale di conservazione a una pastorale missionaria, capace di intercettare la vita concreta delle persone.
“Siete dentro una storia d’amore”
È una missione, afferma Leone, che richiede l’apporto di tutti.
In una città segnata da disuguaglianze, disoccupazione giovanile, dispersione scolastica e fragilità familiari, l’annuncio del Vangelo non può prescindere da una presenza concreta e solidale, che coinvolge tutti e ciascuno, preti, religiosi, laici.
L’incoraggiamento è quindi a essere comunità che progettano e propongono percorsi capaci di ricevere impulso dal Vangelo per rinnovare Napoli. Un percorso da compiere affidandosi anche ai numerosi santi e sante che la città partenopea ha suscitato nel corso della sua storia, a partire dal patrono san Gennaro.
E non dimenticate: siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi; ci siete dentro come tessere uniche e necessarie; ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce. Non abbiate paura, non scoraggiatevi e siate, per questa Chiesa e per questa città, testimoni di Cristo e seminatori di futuro!
Le parole del cardinale arcivescovo Battaglia
L’incontro con il clero, dopo l’arrivo in presbiterio del Papa e il Segno della Croce, è introdotto da un indirizzo di saluto del cardinale arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, che esprime genuina gratitudine a Leone per avere “scelto di condividere questo giorno, il giorno della sua elezione, con tutti noi”. Con la città di Napoli, “che conosce la festa anche dentro le tempeste, non per leggerezza, ma per fedeltà alla luce”. Il porporato presenta al Pontefice i presbiteri, che “portano sulle spalle la vita della gente”, vivendo un ministero “di parole cercate più che pronunciate”; i consacrati e le consacrate, memoria viva “che non tutto si possiede, non tutto si trattiene, non tutto su misura”; i diaconi permanenti, “chiamati a indossare il grembiule nel servizio”; i seminaristi, “giovani in cammino, che provano ogni giorno a lasciarsi raggiungere dal Signore”. Il discorso si allarga poi a tutto il popolo di Dio, alle “famiglie che resistono”, alle madri e padri “che educano”, a quella fede “impastata di gesti semplici”, come “un segno di croce fatto passando davanti a una chiesa”. Una comunità che, specifica Battaglia, conserva il desiderio “sincero e ostinato” di tornare a “un Vangelo che non si lascia addomesticare”, abitando le notti senza fuggirle. “Da questa Cattedrale”, conclude l’arcivescovo di Napoli, “oggi, sale una preghiera che è insieme fede e ferita: pace”.
I momenti dell’incontro con il clero
Dopo l’arrivo in cattedrale, il Papa si reca nella Real Cappella del Tesoro di san Gennaro, sintesi della profonda relazione di fede tra il popolo di Napoli e il suo patrono. Si inginocchia davanti al Santissimo Sacramento e sosta per qualche istante in preghiera. Successivamente, attraversa la navata centrale benedicendo i presenti che intonano il canto Tu sei Pietro. Saluta quindi i vescovi presenti nel transetto, mentre il cardinale Battaglia gli porge la teca del reliquiario contenente le ampolle del sangue di san Gennaro. Dopo averla venerata, il Papa la mostra all’assemblea orante. Dopo le parole del cardinale Battaglia e lo scambio dei doni, si intona il Salmo 117. “Grida di giubilo e di vittoria”, canta l’assemblea, realizzando quella autentica “gioia” citata dal Papa nel suo discorso. Dopo l'impartizione della benedizione apostolica, il Pontefice sosta brevemente nella Basilica di santa Restituta – prima cattedrale della città raggiungibile dall’odierno duomo. In conclusione dell'incontro con il clero, il Papa assieme all'arcivescovo di Napoli ha incontrato, nel Duomo, la mamma del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di 2 anni morto il 21 febbraio scorso all'ospedale Monaldi di Napoli, dopo un trapianto di cuore con un organo danneggiato.
All'uscita, Leone accenna a dirigere il coro di un gruppo di giovani che canta 'O surdato 'nnammurato, una delle più famose canzoni in lingua napoletana. Sale infine sull'auto scoperta per dirigersi verso Piazza del Plebiscito, salutando i cittadini affacciati ai balconi e alle finestre.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
