“Il canto è proprio di chi ama”, Papa Leone e la musica
Eugenio Murrali – Città del Vaticano
Lo abbiamo sentito cantare in latino il Regina Caeli e il Pater Noster, lo abbiamo visto ascoltare con intensità le suore agostiniane mentre intonavano a cappella il Tardi t’amai di Sant’Agostino e, in Turchia, la minoranza cattolica che elevava l’Alleluia e altri brani nella cattedrale del Santo Spirito di Istanbul. Ma, nel primo anno di Pontificato Leone XIV ha anche soffermato spesso il suo pensiero sulla forza comunicativa e evangelizzatrice del pentagramma.
“Le grandi civiltà ci hanno fatto dono della musica - ha affermato il Papa nell’omelia in occasione del Giubileo dei cori e delle corali - affinché possiamo dire ciò che portiamo nel profondo del nostro cuore”. Il canto, in modo particolare, ha spiegato Leone, rappresenta “un’espressione naturale e completa dell’essere umano: la mente, i sentimenti, il corpo e l’anima qui si uniscono insieme per comunicare le cose grandi della vita. Come ci ricorda Sant’Agostino: ‘Cantare amantis est’ (cfr Sermo 336,1), ossia, ‘il canto è proprio di chi ama’”.
La musica linguaggio che unisce
Il canto corale, in particolare, può essere per il Pontefice efficace metafora vivente del camminare insieme. “Cantare - osservava nella stessa occasione - ci ricorda che siamo Chiesa in cammino, autentica realtà sinodale, capace di condividere con tutti la vocazione alla lode e alla gioia, in un pellegrinaggio d’amore e di speranza”. Ecco allora che cantare diventa simbolo di unità, perché “ le voci diverse di un coro si armonizzano tra loro dando vita ad un’unica lode, simbolo luminoso della Chiesa, che nell’amore unisce tutti in un'unica soave melodia”.
La musica, linguaggio universale - da unus e vertere, che volge cioè nella stessa direzione -, avvicina esseri umani e punti di vista e può essere strumento di dialogo ecumenico. In un messaggio per la morte di Ilia II, Catholicos-Patriarca di tutta la Georgia, il Pontefice scriveva: “Vorrei anche ricordare la sua profonda passione per la musica, che è uno stimolo alla ricerca della bellezza di Dio e può unire popoli, avvicinando di più le Chiese al di là delle differenze culturali e teologiche”.
Anche in un video messaggio per la Partita del cuore, il Papa aveva sottolineato l’importanza dell’unità, pensando ai politici e ai cantanti insieme sul campo e aveva aggiunto, inoltre, sul potere evocativo delle note: “E ci ricorda anche come la musica arricchisca di significato le nostre parole e i nostri ricordi; da quando abbiamo, bambini, iniziato a parlare e ricordare”.
Un ponte verso Dio, non un lusso per pochi
Secondo una visione agostiniana, Leone XIV sembra concepire la musica come un'arte che riflette l'ordine cosmico e eleva l'anima verso Dio. Non mero piacere estetico, ma via per contemplare la bellezza divina. Incontrando gli artisti e gli organizzatori del Concerto con i poveri, lo scorso dicembre, il Papa li esortava a una particolare dedizione: “Quanto sono importanti nella musica la cura, l’impegno, l’arte e, infine, l’armonia che da esse deriva: è davvero un dono prezioso che Dio ha fatto a tutta l’umanità”. E gli aveva rivolto l’invito: “Cantate e suonate con arte e, soprattutto, con il cuore, perché davvero la musica può rappresentare una forma d’amore, una via pulchritudinis che conduce a Dio”. Il giorno successivo, salutando i partecipanti, aveva messo poi in rilievo “il valore inestimabile della musica: non un lusso per pochi, ma un dono divino accessibile a tutti, ricchi e poveri”. E aveva aggiunto: “la musica è come un ponte che ci conduce a Dio”, è un’arte che “può elevare il nostro animo!”.
Luogo di disciplina e di rivelazione
Sempre a dicembre, nella consegna del Premio Ratzinger al Maestro Riccardo Muti, per aver fatto “risuonare, attraverso la bellezza, una scintilla della presenza di Dio”, Leone XIV era tornato a lodare il ruolo della musica “luogo di disciplina e di rivelazione”, citando ancora il vescovo di Ippona: “Sant’Agostino, nel suo trattato sulla musica, la chiama scientia bene modulandi, collegandola all’arte di guidare il cuore verso Dio. La musica è una via privilegiata per comprendere l’altissima dignità dell’essere umano e per confermarlo nella sua più autentica vocazione”. E ancora tornando sulla capacità di unire che essa possiede: “Armonizzare significa tenere insieme differenze che potrebbero scontrarsi, permettendo loro di generare un’unità superiore. Anche il silenzio concorre a questo scopo: non è assenza, è preparazione, perché in esso si forma la possibilità della parola, nella pausa affiora la verità”.
Polifonia e partecipazione
Per i 500 anni dalla nascita di Giovanni Pierluigi da Palestrina, il Pontefice era entrato proprio nel merito delle questioni musicali, sottolineando - con le parole di Pio X - come la polifonia sia “una forma musicale carica di significato, per la preghiera e per la vita cristiana”, in quanto “essa si ispira al Testo sacro, che si propone di «rivestire con acconcia melodia» (Inter sollicitudines, 1) perché giunga meglio «all’intelligenza dei fedeli» (ibid.). Per di più, realizza tale scopo affidando le parole a più voci, che le ripetono ciascuna in modo proprio e originale, con movimenti melodici e armonici vari e complementari”.
Nella polifonia romana, ad esempio nella Missa Papae Marcelli di Palestrina e nel “repertorio di composizioni lasciatoci dall’indimenticabile Cardinale Domenico Bartolucci, illustre compositore e per quasi cinquant’anni direttore della Cappella Musicale Pontificia ‘Sistina’”, il Papa vede un punto di riferimento cui guardare, “pur coi dovuti adattamenti, nella composizione sacra e liturgica, affinché attraverso il canto ‘i fedeli partecipino pienamente, consapevolmente e attivamente alla liturgia’ (Sacrosanctum Concilium, 14)”.
Una scuola di pace
La riflessione sulla musica ha avuto spazio anche nei suoi primi viaggi apostolici. In Libano, durante l'incontro con le autorità nel palazzo presidenziale di Beirut, il Papa aveva legato il tema della musica e quello della pace: “Concludo ispirandomi ad un’altra caratteristica preziosa della vostra tradizione millenaria. Siete un popolo che ha a cuore la musica, la quale, nei giorni di festa, si trasforma in danza, divenendo linguaggio di gioia e di comunione. Questo tratto della vostra cultura ci aiuta a comprendere che la pace non è soltanto il risultato di un impegno umano, per quanto necessario: la pace è un dono che viene da Dio e che, innanzitutto, abita il nostro cuore”.
Uno sguardo al futuro
Guardando alle nuove frontiere della tecnologia, nel suo messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Leone aveva infine evidenziato i rischi che corre la creatività umana, compresa quella dei musicisti: “Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore”. “Mentre i capolavori del genio nel campo di musica, arte e letteratura umano - aveva aggiunto il Pontefice - vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”. Per Leone, al centro deve esserci sempre la persona umana, evitando rischi di disumanizzazione o subordinazione alle macchine. La questione che deve starci a cuore è infatti: “non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio”. Nel pensiero del Papa, sembra che il vero canto, quello di chi ama, non sia delegabile a una macchina, proprio perché è una straordinaria forma di amore.
Nel primo anno del suo Pontificato, Leone XIV ha dunque delineato una visione della musica e del canto che supera la dimensione estetica: la musica diventa linguaggio universale, esperienza di comunione e via verso Dio. Sullo sfondo emerge con forza l’eredità agostiniana: Qui enim cantat laudem, non solum laudat, sed etiam hilariter laudat: qui cantat laudem, non solum cantat, sed et amat eum quem cantat (Enarrationes in Psalmos, 72,1). Ovvero: “Chi canta una lode, infatti, non solo canta, ma canta nella gioia: chi canta una lode non soltanto canta, ma ama colui a cui rivolge il suo canto”. Ed è in questo intreccio tra bellezza, fede e amore che Leone XIV sembra indicare il senso più profondo del canto cristiano.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
