Il Papa e le catechesi sul Concilio, "stella polare" per il cammino della Chiesa
Isabella Piro - Città del Vaticano
Due i fattori che hanno guidato la sua scelta: la constatazione che «la generazione di vescovi, teologi e credenti del Vaticano II oggi non c’è più» e «la chiamata a non spegnere la profezia» dell’assise, bensì a «cercare ancora vie e modi per attuarne le intuizioni». Soprattutto, ha spiegato il Papa, è importante conoscere il Concilio «non attraverso il “sentito dire” o le interpretazioni che ne sono state date, ma rileggendo i suoi documenti e riflettendo sul loro contenuto». Rileggere i testi del 1965 significa dunque offrire alla Chiesa la possibilità di «cogliere i cambiamenti e le sfide dell’epoca moderna» e di «collaborare alla costruzione di una società più giusta e più fraterna», restando con le «braccia aperte» verso l’umanità, le sue speranze e le sue angosce.
L'umanità integrale di Cristo che rivela il mistero divino
Dal 7 gennaio al 6 maggio — escludendo la pausa per gli Esercizi spirituali di Quaresima e il viaggio apostolico in Africa — finora sono state 14 le riflessioni del Pontefice dedicate a due Costituzioni dogmatiche: la Dei Verbum sulla divina rivelazione e la Lumen gentium sulla Chiesa. La prima, fulcro di cinque catechesi, è stata definita da Leone XIV «uno dei documenti più belli e più importanti dell’assise conciliare» poiché ricorda che Dio parla all’umanità e la invita all’amicizia con Lui. Cristo, infatti, è il volto umano di Dio e la sua esistenza storica, dall’incarnazione alla risurrezione, manifesta pienamente il Padre. Non si tratta di una verità che annulla l’umano, ma che lo compie: è proprio l’umanità integrale di Cristo a rendere visibile il mistero divino, poiché il Signore «s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi». Da qui deriva una visione dinamica del cristianesimo: esso è fondato sull’unità tra Scrittura e Tradizione, considerate un unico “deposito” affidato alla Chiesa.
Al riguardo, il Pontefice ha messo in guardia da due rischi specifici: da un lato, una lettura fondamentalista che interpreta i testi sacri in modo avulso «dall’ambiente storico in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate». Dall’altro, il trascurare l’origine divina della Scrittura finendo per intenderla come «un mero insegnamento umano», un testo tecnico o ormai superato. Al contrario — è stato il monito di Leone XIV — il Vangelo va compreso come «uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni tempo». In un mondo saturo di parole vuote, infatti, la Parola di Dio si distingue come sempre nuova, generativa e dissetante per un’umanità in cerca di significato e verità.
La Chiesa a favore di poveri, sfruttati, vittime, sofferenti
Dal 18 febbraio, il Vescovo di Roma ha incentrato le catechesi sulla Lumen gentium, alla quale ha dedicato finora otto riflessioni. Da esse la Chiesa emerge come «segno efficace di unità e riconciliazione tra i popoli» e «presenza santificatrice in mezzo a un’umanità ancora frantumata» da divisioni e conflitti. Investita della missione di «pronunciare parole chiare» per rifiutare tutto ciò che mortifica la vita, la Chiesa — ha evidenziato ancora il Papa — è chiamata a «prendere posizione» a favore dei poveri, degli sfruttati, delle vittime, dei sofferenti. Nella sua dimensione escatologica, infatti, essa è custode di una speranza che illumina il cammino.
Centrale anche la riflessione che Leone XIV ha fatto su due dimensioni ecclesiali: quella gerarchica e quella escatologica. La prima ha lo scopo di perpetuare la missione data da Cristo agli Apostoli, purché non sia mai assolutizzata. Anzi: per corrispondere pienamente alla propria missione, le istituzioni ecclesiali devono puntare «a una continua conversione, al rinnovamento delle forme e alla riforma delle strutture». La seconda dimensione — definita «essenziale» — invita inoltre a considerare la dimensione «comunitaria e cosmica della salvezza in Cristo», valutando tutto in questa prospettiva.
I laici, sempre più testimoni di giustizia e di pace
Un’attenzione particolare il Pontefice l’ha poi riservata ai laici, invitati ad essere sempre testimoni di giustizia e di pace: il loro «vasto campo» di apostolato non deve limitarsi allo spazio ecclesiale, bensì allargarsi al mondo, così da mostrare ovunque la bellezza della vita cristiana. Infine, il Papa ha richiamato il tema della santità: essa, ha detto, non è privilegio di pochi, ma impegno di tutti i cristiani nella carità. Tra le persecuzioni del mondo, i fedeli sono dunque esortati a lasciare «segni di fede e d’amore», impegnandosi per la giustizia e vivendo ogni giorno la propria missione di conversione e testimonianza.
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