Acerra attende il Papa, storie di speranza e tenacia per far fiorire queste terre
Antonella Palermo - Inviata ad Acerra
Acerra non è fatta solo di fuochi tossici, dietro cui c'è la mano criminale di chi vuole annientare distretti fertili e belli. Acerra è fatta di luci buone, che del disastro ambientale pagano lo scotto, in alcuni casi altissimo, e tuttavia non demordono, mostrando una fiducia incrollabile, una sana pervicacia nel mettere in circolo il bene. Ne sono esempi Maria Rita Giaccio e Michele Gaglione. Storie diverse accomunate da un vissuto nelle campagne di questa regione. Storie segnate dalla malattia, nel caso di Rita; dal licenziamento, nel caso di Michele. Ma né il tumore, né il fallimento lavorativo hanno portato alla disperazione, anzi. Sono stati occasioni per una rinascita. E lo testimonieranno domani, 23 maggio, salutando il Papa nell'incontro in cattedrale.
Maria Rita e la grazia della guarigione
Maria Rita, 22 anni, sarà insieme a un centinaio di famiglie ad attendere il Pontefice nella cattedrale di Acerra. Tra genitori che hanno perso i figli per danni alla salute connessi con l'inquinamento di questi territori, e, viceversa, orfani di genitori rimasti vittime di quegli stessi danni, ci sono anche coloro che sono guariti. Lei è tra queste persone e la sua voce si mescola a quella di chi ancora 'combatte'. Il suo racconto sprizza vita, energia, tenacia. Il fratello ha un'azienda agricola, di quelle virtuose che hanno sempre curato bene la campagna. A settembre dell'anno scorso ha scoperto di essere affetta da quello che sarà diagnosticato come linfoma di Hodgkin.
Costretta a duri e frequenti cicli di chemioterapia fino a febbraio, ha fatto di tutto per non mollare sebbene la fatica di resistere l'ha sovrastata più volte. "Ovviamente non è stata forza mia - ricorda -, è stata forza che viene dal cielo, lo credo tanto in Dio. E sono la testimone di questo miracolo. È una vera grazia". Racconta della promessa che aveva fatto a se stessa: "Se ne fossi uscita sana e salva, avrei portato un messaggio di luce per tutti". Così è stato. E ancora due settimane fa, nel corso di un pellegrinaggio organizzato dai giovani della diocesi di Acerra ad Assisi, ha avuto modo di condividere la sua esperienza: "È stato il mio modo per ringraziare". E così sarà pure domani con il Papa.
"Paura e rabbia ci chiudono, dobbiamo decidere per il bene"
"Mi sono sentita libera, libera da tutto quello che era prima, un dolore esagerato. È stato un anno difficile, è stato un anno brutto, bruttissimo. Alcune volte sono stata sopraffatta dalla paura, però la paura ci chiude in una gabbia. E invece l'aiuto del Signore deve essere l'aiuto che ci fa uscire da questa gabbia. Noi, sì, siamo umani, ma siamo luce per gli altri, quindi dobbiamo fare qualcosa di buono come testimonianza da portare agli altri. Non è mai troppo tardi. Portare sempre un sorriso e la gentilezza alla persona che si incrocia per strada, che si guarda negli occhi, perché in quel momento quella persona magari sta attraversando un periodo buio e il nostro sorriso potrebbe essere la luce".
Rita riesce a non essere abitata dalla rabbia, pur legittima, per chi ferisce questi luoghi e attenta alla vita altrui senza alcuno scrupolo. "No, non sono arrabbiata perché non serve a niente. La nostra terra è nostra e ora siamo noi che dobbiamo decidere se 'sì' o 'no', decidere se la vogliamo rappresentare in modo positivo o in modo negativo per chi verrà dopo di noi. Io non mi sento di dire che la mia terra è inquinata, sento di dire che semplicemente ci sono state persone che hanno fatto un cattivo uso di quello che è il nostro habitat. Ma noi possiamo cambiare ancora la situazione. È un invito a salvarla, prima di tutto, ad analizzare, a documentarsi, ma non ad arrabbiarsi, perché arrabbiarsi non porta a nessuna parte, ci chiude".
"Dio è la mia strada"
Maria Rita ha studiato moda all'università di Napoli ed è in attesa di un lavoro. Ha avuto la fortuna di una famiglia e di un fidanzato che non l'hanno mai isolata, l'hanno sempre incoraggiata. "Il Signore per me è un punto di riferimento, è la mia strada. Se ho bisogno, basta che guardo in alto. Però, ovviamente, bisogna essere aperti, liberi di cuore, senza la paura, perché se si ha paura, la mano del Signore non riusciamo mai a prenderla perché non la vediamo. Invece se si è liberi, si è pronti a tutto, pronti anche a dire 'okay, io sto morendo, ma sto morendo per una cosa buona, magari per aprire gli occhi a qualcun altro'." Nel caso di Rita, restava sempre un dieci percento di probabilità di non farcela a superare la malattia. "Questa forma di leucemia era arrivata al quarto stadio e quindi non potevo sapere se sarebbe andata bene o male. L'arrivo del Papa quasi la ammutolisce, le basta sapere che arriva, che potrà vederlo, che avrà una parola di speranza per tutti.
Michele e la sapienza del 'fare', la voglia di creare comunità
La madre di Michele è morta per un tumore al seno quando lei aveva 45 anni. È accaduto 25 anni fa, non si è mai approfondito se le cause fossero da attribuire all'inquinamento. "Solo la fede mi ha dato la forza per andare avanti", racconta oggi il figlio, anche lui tra coloro che seguiranno da vicino la visita pastorale di Leone XIV ad Acerra. "Spero che ci siano tantissimi giovani ad accogliere il Papa. Oggi sono molto legati ai social e poco al 'fare'. Noi vivevamo di appuntamenti, di giochi, di vita in parrocchia. La virtualità ci fa perdere il contatto con la terra, con le tradizioni, con la cultura del luogo. Il nostro è un contesto agricolo per vocazione. Oggi ci ritroviamo in piazze vuote, manca anche il gusto sano dello stare insieme". Spera tanto in una grande partecipazione perché, spiega, a volte la gente ha perso questa voglia di partecipare. "A volte la gente non risponde alle iniziative, perché è stanca, pensa che tanto non cambierà niente. Questo senso di abbandono che vivono le persone non deve prendere il sopravvento. Io voglio cercare di fare qualcosa per il territorio. Io quando prego a volte chiedo di essere un esempio, per cercare di realizzare qualcosa per la nostra cultura. Questo chiedo, non grandi cose".
Il lavoro inclusivo e sostenibile che onora Acerra
Michele ha sempre rifuggito il facile ripiegamento sul 'soldo facile'. "Quando nel 2018 sono stato licenziato dall’azienda conserviera per cui ho lavorato per vent’anni mi sono sentito perso. Mi sono chiesto un sacco di volte che cosa avrei dovuto fare. Cavalcare la notizia del licenziamento ingiusto oppure dare una svolta al passato? L’appoggio di varie associazioni del territorio, impegnate nel sociale per la confisca di terre alle mafie, per i disabili, la telefonata ogni mese del vescovo, sono stati tutti elementi che mi hanno dato la forza e la volontà di andare avanti". Così ha messo su un laboratorio artigianale che tratta sughi, pesti, creme partendo da materie prime prese da terre sicure, confiscate, e curate da cooperative sociali, che portano avanti anche il progetto di reintegrare nel mondo del lavoro persone disagiate. Oggi noi con cinque dipendenti vendiamo prodotti senza conservanti e garantiti in Belgio, Francia, Germania, il fatto di avere nell’etichetta il marchio della mia città Acerra, mi dà una soddisfazione non quantificabile. Mi onora".
Così, quella stessa terra ammalorata e resa inerte in tanti distretti, torna a produrre frutti per chi crede in un'economia sana. "La cosa che mi rende gioioso nel mio lavoro, per esempio, è dare opportunità agli immigrati. Abbiamo fatto delle lavorazioni per la Caritas di Aversa. Ci sono ragazzi stranieri che raccolgono questi frutti. Mi sono reso conto, vedendoli, che era utile fargli vedere il lavoro, che io sto facendo in fondo una cosa buona. Noi stiamo dando non un semplice prodotto ma un racconto".
Avere il coraggio di voltare pagina
Michele è l'esempio di chi non vuole mettere sotto il tappeto le storie 'grigie' di Acerra ma nemmeno vuole mettere a tacere i talenti locali. In fondo, avrebbe anche potuto scegliere una strada più semplice: da sindacalista nella sua ex azienda, si era dato molto da fare su tanti tavoli istituzionali per non farla chiudere. Il passaggio a una multinazionale che dopo quattro anni decise di chiudere la sede di Acerra, spostando la produzione nel salernitano, fu un brutto colpo ma poi tutti i posti di lavoro dei suoi colleghi, un centinaio, furono tutelati anche se dislocati in altri centri: Andria, Fisciano, Sarno. "L’unico ad essere stato licenziato alla fine sono stato io. Anche il vescovo era presente agli scioperi. Ci si poteva deprimere o farsi prendere dalla rabbia fino a dannarsi. Feci causa, la vinsi e quindi pure io sarei stato reintegrato. Ma decisi di cambiare pagina, anche se non del tutto perché il nostro laboratorio di 400 metri quadri è formato anche da una parte dell’ex capannone dismesso". Restare, scommettere, riaprire quei cancelli e sperare in una salutare e duratura boccata di ossigeno.
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