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Il Papa ascolta la testimonianza di Manuel Almeida, catechista angolano Il Papa ascolta la testimonianza di Manuel Almeida, catechista angolano

La Chiesa d’Angola si racconta al Papa: vogliamo essere presenza viva e dinamica

Nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Luanda, Leone XIV ascolta le storie della comunità ecclesiale locale: la missione di un sacerdote a servizio per i più poveri; l'impegno delle religiose per la fraternità e l'ecologia integrale; l'esperienza di un catechista che, per proseguire nella formazione, percorreva dieci chilometri a piedi tra pericolo di arresti e di incappare nelle mine

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Le sfide della Chiesa in Angola – elencate una ad una, tra le quali la proliferazione di sette religiose e la credenza nella stregoneria – che si incarnano nei dieci chilometri percorsi a piedi da un catechista per concludere la sua formazione, schivando mine e arresti per accuse di “collaborare con le forze nemiche". Testimonianze, insieme a quella "cantata" di un sacerdote e di una religiosa, che Papa Leone XIV definisce “espressione fondamentale della vita della Chiesa” e “ispirazione per le comunità cattoliche in ogni parte del mondo”, durante l’incontro di questa sera, 20 aprile, nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Luanda con la comunità ecclesiale angolana.


Raccontarsi cantando

Le testimonianze che precedono il discorso del Pontefice sono intervallate da interludi musicali, che restituiscono l’atmosfera gioiosa e partecipata che sta caratterizzando il viaggio apostolico del vescovo di Roma in Africa. Il primo a rivolgersi al Papa è padre João Abel, sacerdote ordinato 43 anni fa, che racconta la sua storia attraverso la musica: la "missione" a lui affidata in quanto presule e la "guida" da trovare in Gesù, colui che "ci invita ad annunciare il Vangelo a tutti i popoli". Una testimonianza che si fa poi parola, non meno intensa, in cui Abel racconta l'orientamento verso la pace e la giustizia sociale della Chiesa angolana, concretizzata specialmente nella "cura dei più vulnerabili". Il sacerdote evidenzia poi la sinergia presente tra presuli e laici, includendo nella testimonianza cristiana anche bambini e adolescenti.

Il Papa ascolta la testimonianza di padre João Abel
Il Papa ascolta la testimonianza di padre João Abel   (@Vatican Media)

Dieci chilometri a piedi per diventare catechista

Prende quindi la parola Manuel Almeida, 61enne, sposato e padre di sette figli. Divenuto catechista nella comunità della parrocchia di Nostra Signora di Fátima dell’Uíje nel 1994, racconta di essere entrato in una scuola diocesana di formazione della durata di due anni. “In questo periodo ho affrontato diverse difficoltà: continue convocazioni per il servizio militare obbligatorio, un percorso quotidiano di 10 chilometri a piedi; stanchezza, piogge, difficoltà nel provvedere ai bisogni della famiglia e molto altro. Grande è stato il sacrificio che ho dovuto sostenere per raggiungere gli obiettivi”. A causa dell’insufficienza di formatori, nel 1997 Almeida viene nominato catechista locale di un’altra comunità. “Per rispondere alle esigenze pastorali di entrambe, sono stati necessari amore per la Chiesa, spirito di sacrificio e dedizione, coraggio per affrontare lunghe distanze senza trasporto e il pericolo delle mine”, racconta, ricordando anche i numerosi arresti con l’accusa di collaborazione con gli schieramenti nemici. “A volte mi veniva impedito di celebrare la Liturgia della Parola, compreso il culto domenicale, per partecipare a riunioni politico-partitiche o a incontri convocati dalle autorità tradizionali: una pratica che, purtroppo, continua ancora oggi in non poche regioni della nostra diocesi”. Il cammino di Almeida è proseguito con la nomina a catechista regionale e poi a coordinatore della Commissione diocesana dei catechisti regionali e dei responsabili di comunità. Un incarico che gli ha permesso di compiere numerose visite, condividendo gioie ma anche sfide delle comunità locali: “la mancanza di catechisti; la proliferazione di sette religiose; la credenza nella stregoneria; le pessime vie di accesso e la mancanza di mezzi di trasporto; le lunghe distanze da percorrere a piedi, che possono coprire aree di 250-350 km²; le difficoltà materiali nel provvedere alle nostre famiglie”.

Nelle "gioie e dolori" del popolo angolano

L'ultima testimonianza è offerta da suor Natália Miguel, presidente della Conferenza degli Istituti Religiosi dell’Angola (CIRA). Attualmente, la Conferenza è composta da 166 congregazioni religiose, di cui 62 maschili e 104 femminili, per un totale di 4.418 consacrati: 3.227 donne e 1.191 uomini. Si contano inoltre 254 novizi e 176 postulanti. "Come la Chiesa, anche la vita consacrata in Angola è in crescita e, a poco a poco, sta diventando adulta", racconta la religiosa, affermando di condividere “gioie e sofferenze” del popolo angolano, rendendosi presente in diversi ambiti della vita: educazione, sanità, assistenza sociale; attuazione della sinodalità; difesa dei diritti umani e promozione della giustizia sociale; lotta contro la tratta di esseri umani. “Abbracciamo la riconciliazione e la misericordia, essendo costruttori di una pace disarmata e disarmante”, dice suor Natália, citando proprio Papa Leone. Nell'azione missionaria della Conferenza emergono tuttavia numerose sfide: l’inculturazione del Vangelo, l’attivismo, l’indebolimento dello spirito profetico; l’autonomia finanziaria, "che spesso compromette non solo l’autosostenibilità degli istituti, ma anche le opere apostoliche e la disponibilità missionaria". Per farvi fronte, l'ente incoraggia le congregazioni, tra le altre cose, a utilizzare i mezzi di comunicazione sociale e i social media per l’annuncio del Vangelo. “Rinnoviamo il nostro impegno a vivere con gioia la nostra consacrazione. A essere veramente luce del mondo e sale della terra”.

Alcuni religiosi nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Luanda
Alcuni religiosi nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima a Luanda   (@Vatican Media)

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20 aprile 2026, 19:00