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Il Papa tra i malati di Malabo: qui tante "poesie" nascoste, Dio ci ama come siamo

Leone XIV visita la clinica psichiatrica "Jean Pierre Olie" a Malabo, nella Guinea Equatoriale, struttura che cura "la mente, il cuore, la dignità umana" ed esprime, da una parte, il dolore per le persone ricoverate, le loro famiglie e le loro ferite "visibili" e "invisibili" e, dall'altra, l'ammirazione nel vedere l'opera quanto viene fatto per “servire la vita umana”. "Una casa di cura come questa - afferma - può diventare un segno della civiltà dell’amore"

Salvatore Cernuzio - Inviato a Malabo

Poesie, testimonianze, danze a ritmo di djambé, canti del coro o a cappella, e qualche lacrima. Quelle suscitate dal “dolore” che Leone XIV non nasconde nel vedere le persone ricoverate nell’Ospedale psichiatrico “Jean-Pierre Olié” alla periferia di Malabo: uomini, donne, anziani ma molti anche giovani. Teste rasate, occhi spenti, espressioni vacue, sorrisi sghembi. A fianco, tanti operatori sanitari e membri dello staff che cantano e sorridono con tuniche e caftani azzurri o camici bianchi, totalmente dimentichi della fatica quotidiana che un lavoro del genere comporta, tante volte senza tutele né sostegno. Ed è proprio questo, l’“ammirazione” nell’avere prova di quanto viene fatto in certi posti del mondo “per servire la vita umana”, ad attenuare il dolore del Papa.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL SALUTO DEL PAPA NELL'OSPEDALE PSICHIATRICO

Il Papa nell'Ospedale psichiatrico "Jean-Pierre Olie" di Malabo
Il Papa nell'Ospedale psichiatrico "Jean-Pierre Olie" di Malabo   (@Vatican Media)

Intimità e conforto

Qui nella tensostruttura del cortile del “Jean-Pierre Olié”, in mezzo a casette e stanze dai colori dell’azzurro e le rifiniture che ricordano le onde del mare, si svolge il penultimo appuntamento della prima intensa giornata del Pontefice in Guinea Equatoriale, che lo ha visto pellegrino dall’Angola e impegnato in eventi istituzionali. A suggellare questa prima giornata, conclusa con l’incontro a porte chiuse con i vescovi, un evento prettamente pastorale. Non un evento leggero, certamente, viste le storie di sofferenza che si incrociano in queste mura, ma un momento di intimità e, paradossalmente, di “conforto” nel vedere realizzarsi la speranza e la carità cristiane. Che è, appunto, il lavoro svolto giorno dopo giorno nell’Ospedale in questa terra di ricchezze naturali e povertà strutturali che è Malabo.

Circondare di amore le debolezze

“Una società veramente grande non è quella che nasconde le sue debolezze, ma quella che le circonda di amore”. Questo è ciò che muove il lavoro dell’Ospedale di Malabo. Lo dice il direttore, Bechir Ben Hadj Ali, che accoglie il Pontefice nel nosocomio dedicato – come sottolinea - “alla cura della mente, del cuore e della dignità umana” e a “combattere lo stigma, ad appoggiare le famiglie, a inserire nella politica il tema della salute mentale”. Parole che danno lo spunto al Papa per rivelare ciò che gli si muove nel cuore.

Ogni volta che visito un ospedale, una casa di riposo per persone affette da diverse malattie e difficoltà, provo due sentimenti distinti: da un lato, sento il dolore e la tristezza di chi soffre, di chi spesso porta dentro di sé un grande fardello, a volte con ferite visibili, altre volte con ferite invisibili, ma che la persona stessa sa di custodire nel cuore, nella propria vita. Dall'altro lato, sento il dolore delle famiglie, che spesso non sanno come sostenere e aiutare il malato.

La piena dignità della disabilità

Oggi, però, in Papa Leone “prevale la gioia”: “La gioia di incontrarci nel nome del Signore, la gioia e la speranza di sapere che ci stiamo prendendo cura di chi vive una condizione di fragilità”. Il Papa si dice d’accordo con quanto detto dal direttore: la cura delle debolezze è la forza di una società. Un principio di civiltà che “ha radici cristiane”, spiega Leone XIV, “perché è Cristo che nella storia dell’umanità ha riscattato la disabilità dalla maledizione e l’ha restituita a piena dignità”. Ma Dio “non vuole e non può salvarci” senza la collaborazione umana, sia quella personale che quella sociale:

Perciò ci chiede di amare i fratelli non a parole ma nei fatti. Una casa di cura come questa, con l’aiuto di Dio e con l’impegno di tutti, può diventare un segno della civiltà dell’amore

"Grazie di amarci così come siamo"

Il Papa si rifà pure alla testimonianza di uno degli assistiti, Pedro Celestino Nzerem Koose, che ha espresso la sua gratitudine: “Grazie di amarci così come siamo”. “Grazie a Lei, per la sua testimonianza!”, risponde Leone. "Grazie a tutti per essere qui a dare la vostra testimonianza, un segno che in questo luogo c'è un amore autentico", aggiunge a braccio.

Sì, Dio ci ama come siamo. Solo Dio, in realtà, ci ama veramente così come siamo. Ma non perché rimaniamo come siamo! No, Dio non ci vuole sempre malati, ci vuole guarire!

Lo dimostra “mille volte” il Vangelo e un ospedale, specialmente di ispirazione cristiana, è proprio questo: “Un luogo dove la persona è accolta così com’è, rispettata nella sua fragilità, ma per aiutarla a stare meglio, in una visione integrale”.

Papa Leone saluta i malati e gli operatori sanitari dell'Ospedale psichiatrico di Malabo
Papa Leone saluta i malati e gli operatori sanitari dell'Ospedale psichiatrico di Malabo

Le "poesie" nascoste, di piccoli gesti

Ancora un grazie, dal Papa, ad un altro testimone, il signor Tarcisio, ex paziente, che ha letto una poesia scritta da lui. Qualcosa di bello, guardando il contesto. Ma c’è di più: “Vorrei dire che in un ambiente come questo si compongono ogni giorno tante ‘poesie’ nascoste, non con parole, ma con piccoli gesti, con sentimenti, con attenzioni nei rapporti tra di voi”, afferma il Pontefice.

È un poema che solo Dio sa leggere pienamente e che consola il Cuore misericordioso di Cristo

Abbracci e saluti

Interrotto dai canti, dai bongos, dagli applausi, dalle urla e da battute ad alta voce delle donne il Papa si congeda assicurando “vicinanza a tutti i malati dell’ospedale, specialmente a quelli più gravi e più soli”. Li affida tutti alla protezione di Maria, “salute dei malati”, e con tutti i presenti prega il Padre Nostro, lasciando la sua benedizione. Un canto finale accompagna infine l'uscita del Papa: "El Señor es mi luz y mi salvación" e, subito dopo, uno alla batteria: "Viva la fraternità". Una uscita lenta quella del Papa tirato da una parte e dall'altra dalle tantissime persone che si sporgono dalle transenne o salgono sulle sedie. Leone si concede a selfie e fotografie, allunga le braccia per benedire i bambini, cerca di salutare ognuno dei presenti. Poi si ferma per qualche istante ad ammirare i lavoretti artigianali di carta, legno e altri materiali realizzati dalle persone ricoverate. Un ultimo saluto, infine; un breve scambio con il direttore per un altro grazie per quanto fatto in questo luogo abitato dalla malattia ma che profuma di speranza. 

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21 aprile 2026, 19:30