La missionaria: in Angola poco lavoro, tante sette ma una fede pulita. Il Papa una grazia
Salvatore Cernuzio – Inviato a Luanda
“Cosa significa che il Papa sia qui in Angola? Una grazia e una benedizione!”. In effetti, in una terra ferita dalla disoccupazione giovanile, dalla mancanza di opportunità, da un sistema sanitario traballante e dalla stregoneria, l’arrivo del Pontefice è un balsamo e una finestra di speranza che si spalanca: “Sì, è una benedizione… Come potrei dire altro?”, scandisce suor Elisabete Corazza, 56 anni. Paolina, brasiliana del Rio Grande do Sul - “ma i miei antenati di quattro generazioni fa erano italiani!” – è da otto anni in missione a Luanda. Lavora per la formazione biblica e l’evangelizzazione tramite i media, in particolare la radio. Con il cappellino bianco con impresso il volto del Papa, attende in fila una bottiglietta d’acqua per rinfrescarsi dai circa 30 gradi di calura alleviati da un leggero venticello che solleva però polvere e terra. La suora è nella Comissão de Comunicações, la Commissione che cura la comunicazione durante il viaggio apostolico. Al collo porta infatti diversi pass e coi sandali aperti gira per la grande spianata di Kilamba dove il Pontefice celebra la prima Messa in territorio angolano.
Perché è una benedizione la visita del Papa in Angola?
Perché qui c’è un popolo di molta fede ma anche di molta sofferenza. E una visita del genere è un “animo”, come si dice in italiano? Un incoraggiamento, ecco, ad andare avanti verso la speranza, la riconciliazione e la pace. Il Papa viene proprio per questo: essere “pellegrino di speranza, riconciliazione, pace”, come recita il motto della visita.
La fede degli angolani si nota subito, di che tipo di sofferenze parliamo invece?
Il lavoro, anzitutto. C’è una grande percentuale di lavoro informale, cioè il commercio di strada, i piccoli servizi mal pagati. Le donne tutte le mattine vanno in giro per strada a vendere qualcosa. Sono le Zungueiras (venditrici ambulanti), le avete viste? Sono ovunque, ttto il giorno per strada ad andare, andare, andare. Poi un altro problema grande… i giovani. C’è un numero altissimo di giovani che sono disoccupati, che non studiano. È una sofferenza molto grande, perché non solo non c’è lavoro, ma non c’è neanche educazione. Poi, mettiamoci pure un sistema sanitario molto debole.
E come vivono qua?
Vivono per la grazia di Dio. C’è uno sforzo polito, eh. Non che non ci sia, ma non è sufficiente per le necessità reali.
Dicevamo, allora, che è importante che un viaggio del Papa illumini i riflettori su questa realtà?
Sì, è importante che il mondo guardi all’Angola. Noi siamo qui, siamo figli e figlie di Dio. Figli amati…
Quali speranze ha per il dopo la visita di Leone XIV?
Che possiamo avere una fede più ferma. Qui ci sono molte sette che prendono piede, si infiltrano anche nella politica, perché promettono un intervento immediato nella vita.
In che senso? Soldi, cure…?
No, no, miracoli! “Vieni qui, prega qui, che la tua situazione cambia, migliora”. Questa è una illusione. Per questo noi evangelizziamo e cerchiamo di fare una formazione biblica, proprio perché si prenda coscienza di tutti gli interventi di Dio e della nostra azione.
Come descriverebbe la fede degli angolani?
Una fede molto profonda, una fede pulita ma travagliata perché molto influenzata dalla cultura originale. Va orientata! Anche perché ci sono dei contro-valori…
Cioè?
Beh, la poligamia è uno. È un tratto culturale e antropologico, noi spieghiamo il Catechismo, il magistero della Chiesa, ma soprattutto ci occupiamo delle persone. Perché non c’è mai una seconda, una terza moglie che non soffre. Non ci sono altri figli senza papà che non soffrono.
Il tema della poligamia è stato al centro anche di un Documento del Sinodo…
Si, lo so. Abbiamo seguito tutto, anche durante il Sinodo sulla sinodalità. È una nostra sfida pastorale.
Parlava di contro-valori al plurale. Quali sono gli altri?
La stregoneria. La stregoneria è distruttiva… Distrugge le famiglie, accusa i bambini. C’è ad esempio, una morte imprevedibile perché qualcuno era malato e il nostro sistema non è stato in grado di garantirgli le giuste cure, e invece vengono accusati, incolpati i parenti. Molti sono bambini: vengono puniti, abbandonati o peggio…
Insomma, una terra difficile. Lei è felice di essere qui?
Molto felice. Sono molto felice di essere qui in missione perché Dio, giorno dopo giorno, accende la luce per illuminare il nostro cammino. Sento che la missione mi permette di imparare molto e che il Signore mi permette di essere un segnale piccolo piccolo di speranza, di riconciliazione e di pace. Come il Papa!
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