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L'ultima meditazione di monsignor Erik Varden agli Esercizi spirituali di Quaresima per Papa Leone XIV e la Curia romana, nella Cappella Paolina L'ultima meditazione di monsignor Erik Varden agli Esercizi spirituali di Quaresima per Papa Leone XIV e la Curia romana, nella Cappella Paolina

Esercizi spirituali, comunicare che in Cristo nessuna desolazione è definitiva

Undicesima e ultima meditazione di Quaresima in Cappella Paolina per Leone XIV e la Curia romana, questo pomeriggio 27 febbraio. Il predicatore monsignor Varden riflette sul tema “Comunicare speranza". Grazie alla Passione e Resurrezione di Cristo, le ferite del mondo “possono essere guarite” e addirittura “diventare fonti di guarigione”, in un mondo che tende piuttosto a rimuovere le "membra malate"

Vatican News

Il Vangelo che il nostro tempo richiede a gran voce, la Buona Novella di cui i giovani “con il cuore pesante” hanno fame, è che grazie alla Passione e Resurrezione di Cristo “una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva”. E’ il cuore del messaggio di monsignor Erik Varden, monaco dei Cistercensi della Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim, in Norvegia, nell’undicesima e ultima meditazione quaresimale per gli Esercizi spirituali del Papa e della Curia romana. Una predicazione tenuta questo pomeriggio 27 febbraio nella Cappella Paolina, sul tema “Comunicare speranza”. (Qui la sintesi della meditazione di monsignor Erik Varden).

Speranza è lavorare per un'umanità plasmata dalla carità

Il predicatore norvegese sottolinea che Cristo “ci chiama a comunicare speranza al mondo” ma che avere la speranza cristiana “non significa necessariamente essere ottimisti”, ma lavorare “senza tregua per una nuova e sana umanità plasmata dalla carità, nella giustizia”. In pratica “dobbiamo mettere in atto le beatitudini”, ma riponendo in Lui la nostra fiducia, perché “egli può agire attraverso di noi se accettiamo di essere pazienti”. La speranza che ci affida “non è la speranza in una valle di lacrime finalmente modernizzata, digitalizzata e sanificata” ma è in un “cielo nuovo, in una terra nuova, nella risurrezione dei morti”.

Il Papa ascolta l'ultima meditazione di monsignor Varden
Il Papa ascolta l'ultima meditazione di monsignor Varden   (@Vatican Media)

Il segno di una nuova consapevolezza religiosa tra i giovani

Questo è anche il compito che il Concilio Vaticano II ha affidato alla Chiesa: annunciare Cristo in modo tale che egli appaia “in modo convincente come la risposta alle domande più urgenti del tempo presente, senza compromettere minimamente il sacro deposito della dottrina”. E oggi, 60 anni dopo la fine del Concilio, ci sono segni positivi, considerati durante gli Esercizi, come “una nuova consapevolezza religiosa tra i giovani; il ritorno della categoria della verità nel discorso pubblico; una ricerca delle radici”. Ma purtroppo “le istituzioni e le alleanze globali si stanno sgretolando e ci troviamo esposti a pericoli strategici, ecologici e ideologici”. Così le persone di buon senso e di buona volontà, “stanche di costruire le loro vite sulla sabbia, cercano una roccia solida” e “il loro cuore è irrequieto”.

Il grido di tristezza al concerto della giovane cantante

L’esempio che monsignor Varden porta è legato alle ferite dei giovani, al loro grido che ha sentito forte un anno fa, l’8 febbraio 2025, al concerto della giovane cantante americana Gracie Abrams a Madrid. Nelle sue canzoni ha sentito “una tristezza penetrante che rasenta, e forse tocca, la disperazione”, il lamento “del nostro tempo che non possiamo liquidare come feticizzazione della desolazione”. Un grido ripreso “cadenza dopo malinconica cadenza, da una folla giovane e compatta”. Ciò che spicca nei testi, per il vescovo norvegese, “è la speranza mancata di fronte a una minaccia sempre presente”. Chiunque vada in giro e parli con i giovani, o trascorra del tempo in un confessionale, “sa che la consapevolezza di essere feriti permea i nostri tempi come una nebbia di fumo”. 

No alla cultura che ci tenta per un "Vangelo più allegro"

La risposta della Chiesa e di noi cristiani, per il predicatore, è vivere la Quaresima invitando a “fissare lo sguardo su un corpo ferito e disteso”, quello di Cristo crocifisso, “affermando che qui si trova la speranza”. Come San Paolo, dobbiamo tornare a parlare della “centralità assoluta della Passione salvifica di Gesù”, che ha pervaso “la dottrina di questo ineguagliabile predicatore di riconciliazione, misericordia, trasformazione della grazia, gioia e vita eterna”. Ma ci vuole coraggio “per seguire il suo esempio in una cultura che ci tenta a diffondere un Vangelo più allegro, prevedibile in termini di procedure fisse e risultati prestabiliti”. E quando intorno a noi, “le navate delle antiche cattedrali, oscurate dalle croci, vengono trasformate in campi da mini-golf”.

Una società che non ha posto per "gli elementi improduttivi"

Oggi, secondo monsignor Varden, ci sono due tendenze contradditorie davanti alle ferite: da un lato vengono esibite “come marcatori identitari”, rischiando di “impantanarci nella rabbia”, dall’altro lato, ci si sforza di cancellare le ferite. “Si sente insinuare che le ferite non dovrebbero esistere e che, se esistono, le membra malate verrebbero rimosse”. Nelle nostre società “gli elementi improduttivi non hanno posto, sono visti come anomalie, trattati con durezza”. E questo atteggiamento “è evidente nelle controversie sull’aborto e l’eutanasia”.

L'eclissi della coscienza del Crocifisso 

Come interpretare questo sviluppo? Per il predicatore è difficile negare “che l’eclissi nella coscienza pubblica della figura del Crocifisso, il Ferito-ma-non-vinto, abbia qualcosa a che fare con tutto ciò”. Infatti, una civiltà che cerca la sua misura “in un’immagine che afferma l’importanza della pazienza e della sofferenza redentrice” si trasforma col tempo: e può anche “imparare l’empatia, un sentimento non spontaneo per l’umanità decaduta”. Nella riverenza “per le ferite di Cristo” che ha definito la sensibilità cristiana per secoli, manifestata nella devozione alle reliquie della Passione, “c’era il rispetto per l’enorme mistero della sofferenza, costitutivo della condizione umana presente. La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione”. 

Monsignor Erik Varden nell'utima meditazione per gli Esercizi Spirituali per il Papa e la Curia romana
Monsignor Erik Varden nell'utima meditazione per gli Esercizi Spirituali per il Papa e la Curia romana   (@Vatican Media)

L'inganno dello standard di "salute" e le vite "indegne"

Insomma radicarci in questo mistero della fede “significa lavorare a una rivolta costruttiva” contro l’inganno politico che la società, e lo Stato, “dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana”. E contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di “salute”, usato per segnare la divisione tra vite “degne di essere vissute” e vite “indegne”. Il Vangelo, infatti, “afferma che le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose”. Anche le ferite del mondo, ricorda monsignor Varden, “possono esserlo, quando l’olio e il vino di Cristo vengono versati su di esse”.

Il valore del Crocifisso per chi cerca il senso

L’essere umano, sottolinea il predicatore, “brama la comprensione”. Ha bisogno del pensiero chiaro della Chiesa “e della speranza centrata su Cristo; ha bisogno del suo sicuro senso dell’orientamento”; ha bisogno dei suoi simboli, come il Crocifisso, “che sono realistici, diversi da quelli del mondo, incentrati su un corpo storicamente ferito, sulla morte superata, sul destino eterno dell’uomo integrale, composto di anima e di corpo”. Infatti “la prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora”.

Il salmo 90 e la Pasqua di san Bernardo

La conclusione è dedicata a san Bernardo di Chiaravalle e all’ultimo sermone sul salmo 90 predicato alla vigilia di Pasqua. Le prove della vita, dice ai fratelli monaci, sono doglie del parto che ci fanno scoprire cosa significa essere vivi: “Si vive davvero là dove la vita è vivida e vitale”. E aggiunge: “la gloria è nella tribolazione, come il frutto è nel seme”. Configurati alla piena partecipazione alla vita di Cristo, conosceremo la paziente gioia di Dio che proclama nel Salmo 90: “Io sono con lui nella tribolazione”. Dice anche: “La mia delizia è stare con i figli degli uomini”.

Gesù e la sua luce gentile, la nostra lampada

Non dobbiamo “accontentarci di troppo poco – chiarisce monsignor Varden - dobbiamo conoscere e proclamare a immagine di chi siamo fatti, di quale grandezza siamo, per grazia, capaci”. La mattina dopo aver predicato quest’ultimo sermone, Bernardo eleverà “la lode della Chiesa davanti alla tomba vuota nell’abbraccio eterno della Santissima Trinità. Attirati finalmente in quell’abbraccio dalla vittoria pasquale di Cristo, vedremo come siamo visti, conosceremo come siamo conosciuti. Finalmente ameremo in modo perfetto”. Gesù, “autore e perfezionatore della nostra fede”, l’Agnello di Dio, è la nostra lampada. La sua luce gentile, “anche quando è nascosta, è piena di letizia”.

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27 febbraio 2026, 19:30