Il Papa alla Rota Romana: nei giudizi cercare equilibrio tra verità e carità, senza rigidità
Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano
Verità, carità, giustizia. La verità da custodire “con rigore ma senza rigidità”; la carità da esercitare “senza omissione”; la giustizia, frutto dell’equilibrio proprio tra il servizio ad una verità “oggettiva” e le “premure” della carità, senza pericolose relativizzazioni o malintese compassioni – specie nell’ambito delle nullità matrimoniali - e sempre guardando all’orizzonte della salus animarum, la salvezza delle anime, quale “suprema legge nella Chiesa”. Racchiude in queste tre indicazioni, Papa Leone XIV, l’intera attività del Tribunale Apostolico della Rota Romana: verità, carità, giustizia. “Il servizio alla verità nella carità deve risplendere in tutto l’operato dei tribunali ecclesiastici”, dice il Pontefice nel discorso a circa 400 membri del Collegio dei prelati uditori della cosiddetta “Sacra Rota”, ricevuti stamane, 26 gennaio, in udienza in Vaticano in occasione della inaugurazione dell’Anno Giudiziario.
LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI LEONE XIV
Il nesso tra verità della giustizia e virtù della carità
Citando i predecessori, da Pio XII a Francesco, Leone XIV nel suo discorso - seguito al saluto del decano l'arcivescovo - Alejandro Arellano Cedillo - focalizza l'attenzione sullo “stretto nesso che intercorre tra la verità della giustizia e la virtù della carità”. Non due principi contrapposti, ma “due dimensioni intrinsecamente unite”, assicura. Ed è proprio la “tensione dialettica” tra le istanze della verità oggettiva e la cura della carità ad emergere spesso nell’esercizio giurisdizionale; anzi, delle volte, ravvisa il Papa, si rischia pure “un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini – spesso travagliate – dei fedeli”. Attenzione, avverte, perché questo può “condurre a una pericolosa relativizzazione della verità”.
Una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale
Studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico
Ciò accade e può accadere nelle cause di nullità matrimoniale, dove, osserva Leone, si potrebbe giungere a “deliberazioni di sapore pastorale prive di un solido fondamento oggettivo, anche in qualunque tipo di procedimento, inficiandone il rigore e l’equità”. In proposito, il Pontefice raccomanda di giudicare infatti “con molta attenzione” l’indole “a prima vista manifesta” del capo di nullità che rende possibile questo tipo di processo. Il procedimento, evidenzia Leone XIV, dovrà essere “dovutamente attuato a confermare l’esistenza della nullità o a determinare la necessità di ricorrere al processo ordinario”.
È fondamentale che si continui a studiare e applicare il diritto matrimoniale canonico con serietà scientifica e fedeltà al Magistero
La carità, motore per la giustizia vera
Parimenti importante, osserva il Papa, è che non ci si limiti ad “un’affermazione fredda e distaccata della verità che non tiene conto di tutto ciò che esige l’amore alle persone, omettendo quelle sollecitudini dettate dal rispetto e dalla misericordia, che devono essere presenti in tutte le fasi di un processo”. “Veritatem facientes in caritate”, è l’indicazione di Leone XIV. Che nel concreto significa non solo “adeguarsi a una verità speculativa” ma “fare la verità”; “una verità che deve illuminare tutto l’agire” e da compiere “nella carità”, che è “il grande motore” per una giustizia vera.
La verità va cercata, trovata ed espressa nell’“economia” della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità
La Salus animarum
L’obiettivo è sempre la salus animarum. Così che “il servizio alla verità della giustizia” diventi “contributo d’amore alla salvezza delle anime”. Ed è in questa cornice che si inquadrano tutti gli aspetti dei processi canonici. Anzitutto “l’agire dei vari protagonisti del processo”, afferma il Papa, dev’essere improntato dal “desiderio fattivo” di fare luce sulla sentenza giusta, con “rigorosa onestà intellettuale”, “competenza tecnica” e “una coscienza retta”.
Lo scopo che accomuna tutti gli operatori nei processi, ciascuno nella fedeltà al proprio ruolo, è la ricerca della verità, che non si riduce all’adempimento professionale, ma è da intendersi come espressione diretta della responsabilità morale
Oltre le esigenze della sola giustizia
Bisogna “andare oltre le esigenze della sola giustizia, per servire nella misura del possibile il bene integrale delle persone, senza stravolgere la propria funzione ma esercitandola con pieno senso ecclesiale”, esorta ancora Leone. E auspica che il “servizio alla verità nella carità” dei tribunali ecclesiastici venga apprezzato “da coloro che chiedono il giudizio sulla loro unione matrimoniale”, ma anche “da chi è accusato di aver commesso un delitto canonico, da chi si considera vittima di una grave ingiustizia, da chi rivendica un diritto”.
I processi canonici devono ispirare quella fiducia che proviene dalla serietà professionale, dal lavoro intenso e premuroso, dalla dedizione convinta a ciò che può e deve essere percepito come una vera vocazione professionale
Agire secondo deontologia
Il Papa domanda pure “un retto e tempestivo esercizio delle funzioni processuali”, perché “è un cammino che incide sulle coscienze e sulle vite”. “Tutti gli operatori di giustizia devono agire secondo una deontologia, che va studiata e praticata con cura”. In questo senso, “uno stile ispirato alla deontologia” deve permeare il lavoro degli avvocati quando “assistono i fedeli nella difesa dei loro diritti, tutelando gli interessi di parte senza mai oltrepassare quanto in coscienza si ritiene giusto e conforme alla legge”.
I promotori di giustizia e i difensori del vincolo sono cardini nell’amministrazione della giustizia, chiamati per la loro missione a tutelare il bene pubblico. Un approccio meramente burocratico in un ruolo di tale importanza recherebbe un pregiudizio evidente alla ricerca della verità
I giudici, operatori di pace
Una parola, da parte del Papa, anche ai giudici, “chiamati alla grave responsabilità di determinare il giusto, che è il vero”: “Giustizia e pace mirano al bene di ciascuno e di tutti, per questo esigono ordine e verità. Quando una è minacciata, entrambe vacillano; quando si offende la giustizia, si mette a repentaglio anche la pace”. In questo senso il giudice diventa “operatore di pace” che contribuisce a “consolidare l’unità della Chiesa”.
Il contraddittorio, strumento indispensabile per verità e giustizia
Infine, un cenno al tema del contraddittorio nel processo giudiziale che, di per sé, non è “una tensione tra interessi contrastanti”, bensì “strumento indispensabile” per discernere verità e giustizia in un caso. Il contradittorio “è un metodo dialogico per l’accertamento del vero”.
L’esperienza giuridica maturata testimonia il ruolo imprescindibile del contraddittorio e l’importanza decisiva della fase istruttoria
Il giudice, mantenendo “indipendenza” e “imparzialità”, dovrà quindi “dirimere la controversia secondo gli elementi e gli argomenti emersi nel processo”.
Non osservare questi basilari principi di giustizia – e favorire una disparità ingiustificata nella trattazione di situazioni simili – è una notevole lesione al profilo giuridico della comunione ecclesiale
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