Il decano della Rota Romana: l'unico giudizio è quello della carità
Vatican News
“La giustizia non è tale se non è nello stesso tempo prudente, forte e temperante”. L’arcivescovo Alejandro Arellano Cedillo, decano della Rota Romana, ha preso spunto da un passo della Lettera 167 di sant’Agostino per presentare a Leone XIV l’operato del Tribunale.
All’inizio dell’udienza, salutando il Pontefice, il presule ha sottolineato in particolare “la storicità” e “l’esperienza plurisecolare” della Rota, quale “attuazione del ministerium iustitiae et veritatis”, nonché “servizio di giustizia e di collaborazione con il Supremo munus giudiziario” che è proprio del Successore di Pietro.
Decisioni orientate al diritto e alla carità
Di qui, l’invito a decisioni rotali da cui scaturisca “l’affermazione del diritto sopra ogni tipo di abuso, l’ammonimento che a nessuno è concesso di avvalersi del potere che è affidato esclusivamente nell’interesse altrui, e che la carità è essa stessa il giudizio, essa soltanto è proprio il giudizio di Dio”.
Ai giudici, inoltre, il presule ha ricordato la necessità di avere un “atteggiamento di disponibilità verso la giustizia nella verità”, tenendo sempre fisso lo sguardo sul Signore, nel quale il munus iudicandi trova “un punto saldo di riferimento, una direttrice sicura, una motivazione ineguagliabile”.
Alla luce della verità
Ciò richiede, ha aggiunto monsignor Arellano Cedillo, la capacità di “pensare sempre alla luce della verità e della sapienza, di interpretare la legge andando in profondità, oltre la dimensione puramente formale, per cogliere il senso intimo della verità di cui siamo al servizio”. Perché ciò che conta “non è il protagonismo del singolo, ma l’impegno per la giustizia e la verità che è Cristo”, nel servizio “alla causa della salvezza di tutti gli uomini”.
Con il nutrimento della preghiera
In quest’ottica, per chi promuove e tutela la giustizia diviene “fondamentale” il servizio alle persone, nutrito dalla preghiera e alimentato dalla Parola di Dio e dalla carità verso tutti. Nella preghiera, infatti, ha proseguito il decano, si trova “la via per conoscere il valore della legge e corrispondere al disegno di Dio nel servizio alla verità”; e sempre nella preghiera si può attingere dal Signore la “serenità interiore” necessaria ad adempiere i doveri di “amministratori della giustizia con magnanimità, equità e lungimiranza”.
La carità operosa, via alla libertà e alla felicità
Tale “atteggiamento di sollecitudine e cura per le persone è la qualità fondamentale che deve contraddistinguere chi esercita la giustizia nella Chiesa”, ha concluso monsignor Arellano Cedillo, esortando infine a “una carità operosa, intesa ad aiutare le persone a fare verità su sé stesse, sulle proprie scelte di vita nonché a conformare la loro esistenza al disegno d’amore” di Dio, la cui realizzazione “è la sola via” che dona libertà e felicità.
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