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Funzionari del dipartimento di sanità pubblica si occupano di aggiungere cloro al serbatoio dell'acqua di un'abitazione nel quartiere di Latha a Yangon, Myanmar Funzionari del dipartimento di sanità pubblica si occupano di aggiungere cloro al serbatoio dell'acqua di un'abitazione nel quartiere di Latha a Yangon, Myanmar  (ANSA)

Myanmar, il colera riapre le ferite di un Paese in guerra

A Yangon, la città più popolosa del Paese del Sud-Est asiatico, almeno 500 persone sono state ricoverate dal 9 agosto con sintomi riconducibili alla malattia. I test rapidi hanno dato esito positivo in 149 casi: nove sono stati finora confermati dal Laboratorio nazionale. Oggi questa vulnerabilità sanitaria riemerge in un Paese diviso da oltre cinque anni di guerra, con milioni di sfollati

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Colera. Sei lettere, una parola e un’emergenza che il Myanmar conosce bene. A Yangon, la città più popolosa del Paese del Sud-Est asiatico, almeno 500 persone sono state ricoverate dal 9 agosto con sintomi riconducibili alla malattia. I test rapidi hanno dato esito positivo in 149 casi: nove sono stati finora confermati dal Laboratorio nazionale. Oltre cento pazienti erano stati ricoverati nella sola giornata di giovedì, prima di un rallentamento dei nuovi casi segnalato dalle autorità. Un uomo di 92 anni è morto dopo il ricovero, ma il decesso è stato attribuito a patologie cardiache e polmonari preesistenti. Intanto, nelle aree interessate dal focolaio, il personale sanitario ha avviato attività di sorveglianza epidemiologica e misure di contenimento.

Il Myanmar alle prese col colera

È vero, non è la prima volta che Yangon fa i conti con il colera. Appena due anni fa, nell’estate del 2024, un’ondata di diarrea acquosa acuta colpì la popolazione della  capitale economica del Myanmar: l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) registrò oltre 3.400 ricoveri entro la fine di agosto, con casi di colera confermati tra i pazienti. Anche allora l’emergenza coincise con la stagione dei monsoni, quando piogge e allagamenti aumentano il rischio di contaminazione dell’acqua. Il colera non è dunque una presenza nuova nel Paese: casi e focolai sono stati documentati negli anni precedenti anche a Yangon e Mandalay. Dopo il devastante ciclone Nargis del maggio 2008, uno dei grandi timori fu proprio l’esplosione di malattie trasmesse dall’acqua. Una documentazione del Congressional Research Service registra un primo caso di colera il 9 maggio 2008, anche se l’Oms allora non rilevò un grande focolaio successivo al ciclone. Nell’agosto 2026 questa vecchia vulnerabilità sanitaria riemerge in un Myanmar profondamente diverso: un Paese diviso da oltre cinque anni di guerra, con milioni di sfollati e un’autorità centrale che stenta a esercitare il pieno controllo su vaste porzioni del territorio, ma che sta cercando di recuperare una proiezione esterna più slanciata.

Un uomo trasporta una bottiglia d'acqua potabile attraverso il cortile dell'ospedale Generale di Yangon, il 18 agosto  scorso
Un uomo trasporta una bottiglia d'acqua potabile attraverso il cortile dell'ospedale Generale di Yangon, il 18 agosto scorso   (AFP or licensors)

Min Aung Hlaing incontra Vladimir Putin

Gli ultimi fatti lo dimostrano. Il presidente Min Aung Hlaing è arrivato il 17 agosto a Mosca per un incontro con il presidente russo, Vladimir Putin. È la sua prima visita ufficiale in Russia da quando, lo scorso aprile, ha assunto la presidenza dopo le contestate elezioni tenute tra dicembre e gennaio. Ma con Mosca il rapporto viene da lontano: quello di Min è il settimo viaggio in Russia dal colpo di Stato del febbraio 2021. Negli anni dell’isolamento e delle sanzioni occidentali, il Cremlino è diventato uno dei principali sostenitori internazionali di Naypyidaw e un fondamentale fornitore di armamenti. Una relazione inizialmente imperniata soprattutto sulla difesa che si è progressivamente allargata all’economia, agli investimenti, all’energia nucleare e perfino alla cooperazione spaziale. Non è un caso che Min Aung Hlaing sia a Mosca anche per partecipare a un forum economico bilaterale, accompagnato da ministri e uomini d’affari, nel tentativo di attrarre nuovi investimenti. Mosca è però soltanto una delle tappe birmane. Da quando è diventato presidente, Min Aung Hlaing ha già visitato India, Cina, Laos e Thailandia. Gli ultimi due – cui presto potrebbe aggiungersi la Cambogia – sono membri dell’organizzazione del Sud-Est asiatico, Asean: questo è un altro tassello nel tentativo di Naypyidaw di ricucire i rapporti con un’organizzazione regionale che dal 2021 ha escluso i vertici politici birmani dai suoi principali incontri per la mancata applicazione del Five-Point Consensus sulla crisi.

Il futuro incerto dei Rohingya 

Crisi che, nel frattempo, non concede tregua sul terreno. La situazione nello Stato occidentale di Rakhine, al confine con il Bangladesh, racconta meglio di altri la distanza tra la ritrovata proiezione diplomatica di Naypyidaw e una realtà interna ancora segnata dalla guerra. È qui che l’esercito continua a confrontarsi con l’Arakan Army, la potente formazione armata etnica che negli ultimi anni ha sottratto al governo il controllo di vaste porzioni della regione. Ed è qui che torna inevitabilmente ad affacciarsi una delle ferite più profonde della storia recente del Myanmar: quella dei Rohingya. Proprio in queste ore il governo birmano ha annunciato di aver verificato come ex residenti dello Stato di Rakhine 308.797 Rohingya oggi rifugiati nei campi del Bangladesh, su oltre 828 mila nominativi trasmessi da Dacca. Naypyidaw sostiene di essere pronta ad accoglierli, ma pone una condizione: i rimpatri potranno iniziare soltanto quando la situazione della sicurezza nel Rakhine sarà migliorata. Una prospettiva che appare ancora lontana. A quasi nove anni dall’esodo del 2017, quando oltre 700 mila Rohingya fuggirono in Bangladesh dopo la violenta campagna condotta dalle forze armate birmane, la guerra ha cambiato attori e rapporti di forza, ma non ha restituito alla minoranza musulmana una terra sicura in cui tornare.


Una crisi umanitaria senza fine

Con la conseguenza che, troppo spesso, i Rohingya si trovano ad affrontare una delle rotte marittime più pericolose al mondo. A luglio più di 500 persone erano risultate disperse dopo il naufragio di due imbarcazioni al largo del Myanmar. Di quelle persone oggi non c’è alcuna notizia. Sembrano sparite nel vuoto. Ma, se non fossero riuscite a sopravvivere, il 2026 si confermerebbe uno degli anni più tragici degli ultimi tempi per la rotta migratoria compresa tra le Andamane e nel Golfo del Bengala. Oim e Unhcr attribuiscono intanto l’aumento delle partenze proprio al conflitto birmano e al peggioramento della crisi umanitaria in Myanmar, alle difficili condizioni nei campi profughi in Bangladesh e all’azione delle reti di trafficanti, che continuano a sfruttare la disperazione di migliaia di rifugiati in cerca di una via di fuga. A maggio le agenzie Onu impegnate nell’assistenza ai rifugiati Rohingya avevano lanciato un nuovo e drammatico allarme sulla grave emergenza che colpisce centinaia di migliaia di persone fuggite dal Myanmar: mancano all’appello circa 610 milioni di dollari di finanziamenti indispensabili per garantire gli aiuti essenziali alla popolazione sfollata.

Ascolta la puntata di Off the Radar dedicata al Myanmar!!

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19 agosto 2026, 12:55