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In Etiopia si stima la presenza di circa 4,5 milioni di sfollati interni, costretti a lasciare le proprie case a causa di conflitti armati, violenze intercomunitarie e gravi disastri climatici come la siccità In Etiopia si stima la presenza di circa 4,5 milioni di sfollati interni, costretti a lasciare le proprie case a causa di conflitti armati, violenze intercomunitarie e gravi disastri climatici come la siccità  (AFP or licensors)

Etiopia, il Paese bloccato tra un'economia fragile e il dramma degli sfollati

Le riforme strutturali e la svalutazione della valuta nazionale, promosse per attrarre investimenti esteri e soddisfare i requisiti dei creditori internazionali, hanno generato un’inflazione che pesa su molte famiglie. In tale complesso contesto, la Conferenza episcopale ribadisce la necessità di "coltivare la cultura del dialogo e del perdono"

di Enrico Casale

L’Etiopia sta affrontando uno dei momenti più complessi della sua storia. Se, da un lato, l’architettura istituzionale scaturita dalle elezioni legislative (il primo giugno) sembra consolidare il potere centrale, dall’altro, le fratture socio-economiche e i conflitti periferici minacciano la stabilità complessiva del Paese. Come evidenziato in una recente analisi del Center for Strategic and International Studies (Csis), la traiettoria post-elettorale etiope è segnata da un profondo divario tra la narrativa ufficiale di ripresa e la realtà sul campo.


La situazione economia resta fragile

La situazione economica rimane fragile. Le riforme strutturali e la svalutazione della valuta nazionale, promosse per attrarre investimenti esteri e soddisfare i requisiti dei creditori internazionali, hanno generato un’inflazione che pesa su molte  famiglie. Secondo gli studi del Csis, l’insostenibilità del debito pubblico e le difficoltà nel completare il processo di ristrutturazione finanziaria limitano la capacità dello Stato di erogare servizi essenziali. A ciò si aggiungono gli effetti delle crisi geopolitiche regionali e il calo dell’assistenza internazionale. Dal punto di vista politico, l’esito elettorale ha consegnato una supermaggioranza al partito di governo. Tuttavia, il consolidamento del potere formale ad Addis Abeba non si traduce automaticamente in una stabilità democratica. Al contrario, secondo gli analisti del Csis, l’accentramento politico rischia di esacerbare i sentimenti di marginalizzazione nelle regioni periferiche, dove l’autorità statale viene percepita come «repressiva o inefficace». Va ricordato, tra l’altro, che il Tigray è rimasto del tutto escluso dal voto per la seconda volta consecutiva, insieme a numerose aree instabili delle regioni degli Amhara e dell’Oromia. Senza un dialogo inclusivo con le forze locali e la riconciliazione tra i diversi gruppi etnici, suggerisce l’analisi del Csis, la stabilità rischia di venire meno.

La frammentazione del Paese

Sul fronte della sicurezza, l’Etiopia vive una fase di frammentazione, in particolare nel Nord. In Amhara, la tensione tra le forze federali e le milizie Fano continua a destabilizzare interi distretti. Gli scontri frequenti e la massiccia presenza dell’esercito e dei militanti compromettono la libertà di movimento. Il ritardo nell’attuazione dei processi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione (Ddr) complica il quadro. Nei centri per sfollati interni dell’Amhara, l’impatto economico è forte: la carenza di generi alimentari, il sovraffollamento e la mancanza di acqua potabile delineano un quadro di emergenza umanitaria in cui l’eventuale disimpegno dei partner internazionali rischiano di far precipitare la situazione. «L’Amhara è molto instabile — spiegano fonti locali a «L’Osservatore Romano —. C’è tensione tra governo e gruppi Fano. Ci sono scontri in alcuni distretti della regione di Amhara. L’esercito federale e le milizie locali sono presenti in alcune zone. Ciò ha causato problemi ai trasporti, al commercio e ai servizi sociali. A volte è persino pericoloso».

L'Etiopia sta affrontando una delle peggiori crisi educative al mondo
L'Etiopia sta affrontando una delle peggiori crisi educative al mondo   (AFP or licensors)

Il problema degli sfollamenti interni

In questo contesto, numerose ong lavorano a fianco degli sfollati e della popolazione locale. Tra queste c’è Cuamm — Medici con l’Africa, tra le maggiori organizzazioni non governative sanitarie italiane impegnate nella promozione e nella tutela della salute delle popolazioni africane. «Lavoriamo, insieme ad altri partner locali e internazionali — spiegano i referenti— fornendo medicinali e attrezzature, formando operatori sanitari e migliorando l’accesso alle cure per madri e bambini, nonché ai servizi di salute mentale e nutrizione. Supportiamo anche il sistema sanitario locale. Stiamo potenziando un ospedale e quattro centri sanitari, formiamo il personale locale, sosteniamo la salute materno-infantile, la nutrizione e i servizi di emergenza, con l’obiettivo di rendere l’assistenza sanitaria accessibile a tutti». La situazione è critica anche nel Tigray, regione sconvolta dalla guerra civile tra il 2020 e il 2022. Pur in presenza di una tregua formale, l’attuazione dell’accordo di pace procede a rilento, alimentando rischi di escalation. Questo clima di instabilità impedisce il ritorno in sicurezza delle migliaia di sfollati interni, costretti a vivere in condizioni drammatiche. In Tigray, la paura è una realtà quotidiana. «La gente limita gli spostamenti, fa scorte di cibo, cerca di mettere da parte denaro contante — osserva una fonte locale a «L’Osservatore Romano» —. Nessuno vuole rivivere quello che è successo negli scorsi anni. Ma tutti temono che la guerra sia di nuovo vicina».

Il ruolo dei vescovi

In questo contesto, la Conferenza episcopale cattolica etiope, in un comunicato emesso in occasione del Natale, aveva dichiarato: «Dalle profonde ferite della recente guerra civile alla continua violenza locale, la nostra terra è intrisa di dolore. La sicurezza è un bene raro. Conflitti insensati basati su religione, etnia o politica ci intrappolano in un circolo vizioso di vendetta e distruzione». E ha aggiunto: «Siamo dolorosamente consapevoli del tumulto che ha attanagliato la nostra nazione negli ultimi anni. Gli echi della guerra risuonano nei nostri cuori e nelle nostre case, ricordandoci la sofferenza patita dai nostri fratelli e sorelle. I conflitti che sono sorti, siano essi politici, economici o sociali, hanno lasciato molti nella paura e nell’incertezza. La mancanza di sicurezza in tutte le regioni dell’Etiopia è una grave preoccupazione che non può essere ignorata. Le famiglie sono dilaniate, le comunità frammentate e lo spirito di unità che un tempo ci contraddistingueva è sotto assedio». Di fronte a questa situazione, i vescovi, in un altro messaggio reso pubblico in occasione della festa dell’Assunta, hanno ribadito la necessità di «coltivare la cultura del dialogo e del perdono»: «Dobbiamo essere pronti al perdono con uno spirito di giustizia di fronte alle offese subite in famiglia, sul luogo di lavoro e nella comunità. Come sta scritto nella Sacra Scrittura: “Ecco quanto è bello e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!” (Salmo 133:1), dobbiamo essere determinati a risolvere le nostre differenze attraverso il dialogo e le vie pacifiche».


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20 agosto 2026, 10:00