Afghanistan, una nazione travolta da una crisi di sfollamento permanente
Francesco Citterich – Città del Vaticano
L’Afghanistan rappresenta oggi uno dei casi più emblematici e drammatici della crisi globale degli sfollamenti interni, oltre a essere stabilmente inserito tra le dieci crisi di sfollamento più trascurate al mondo secondo il Norwegian Refugee Council (NRC). Nel rapporto più recente sulle cosiddette “crisi dimenticate”, il Paese figura al quinto posto, un dato che non solo misura l’intensità del fenomeno, ma soprattutto denuncia il livello di disattenzione internazionale nei confronti di una crisi umanitaria che coinvolge milioni di persone e che continua a deteriorarsi anno dopo anno, senza segnali concreti di inversione di tendenza.
La vulnerabilità di un Paese fragile
A cinque anni dal ritorno del regime talebano, era il 15 agosto del 2021, la situazione afghana riflette una stratificazione storica e politica estremamente complessa. Decenni di guerra, invasioni, conflitti interni e instabilità istituzionale hanno progressivamente eroso la capacità dello Stato di garantire sicurezza e servizi essenziali alla popolazione. Il ritorno al potere dei talebani ha segnato una svolta decisiva, aprendo una nuova fase di isolamento internazionale e di progressivo collasso socioeconomico. A ciò si sono aggiunti shock climatici sempre più frequenti, siccità prolungate, inondazioni improvvise e terremoti devastanti, che hanno ulteriormente aggravato la vulnerabilità di un Paese già profondamente fragile. Secondo le analisi del NRC, circa metà della popolazione afghana necessita oggi di assistenza umanitaria per sopravvivere, una percentuale che fotografa con chiarezza la portata sistemica della crisi.
I ritorni forzati
Uno degli elementi più critici è il massiccio fenomeno dei ritorni forzati o non volontari. Nel solo 2025, circa 2,9 milioni di afghani sono rientrati nel Paese, soprattutto da Iran e Pakistan, spesso in condizioni estremamente precarie, privi di beni, documenti e prospettive concrete di reintegrazione. Questo movimento non può essere interpretato come un vero ritorno volontario, ma piuttosto come il risultato di politiche migratorie sempre più restrittive nei Paesi ospitanti e di un contesto regionale inasprito. Il risultato è un’enorme pressione aggiuntiva sulle comunità locali, già fragili e spesso incapaci di assorbire simili flussi, con conseguente aumento degli sfollamenti interni e della competizione per risorse sempre più scarse. A questo quadro già critico si sommano gli effetti devastanti dei disastri naturali. Terremoti di forte intensità hanno colpito diverse regioni del Paese, causando migliaia di vittime e distruggendo infrastrutture fondamentali come abitazioni, scuole, ospedali e reti idriche. In molte aree rurali, le operazioni di soccorso risultano estremamente difficili a causa dell’isolamento geografico, delle condizioni di sicurezza e della riduzione dei finanziamenti internazionali. Il progressivo taglio degli aiuti umanitari globali ha avuto conseguenze dirette e immediate: numerose strutture sanitarie sono state chiuse o ridimensionate, mentre milioni di persone hanno perso l’accesso a cure mediche essenziali, servizi educativi e assistenza di base.
Le violazioni dei diritti umani
Un ulteriore elemento di estrema gravità riguarda la situazione dei diritti umani, con particolare riferimento alle donne e alle ragazze. Le restrizioni imposte dalle autorità de facto hanno progressivamente escluso le donne dall’istruzione secondaria e superiore, dal mercato del lavoro e dalla vita pubblica. Questa esclusione sistematica non rappresenta soltanto una violazione dei diritti fondamentali, ma produce anche effetti profondi e duraturi sulla struttura sociale ed economica del Paese. Senza la partecipazione femminile nei settori sanitari, educativi e umanitari, intere comunità si ritrovano prive di servizi essenziali e di figure professionali indispensabili, aggravando ulteriormente la crisi complessiva. Il NRC sottolinea come l’Afghanistan sia ormai diventato un caso emblematico di “crisi dimenticata”: una realtà altamente visibile nei numeri e nelle statistiche, ma largamente ignorata nelle priorità politiche globali. La persistente mancanza di attenzione mediatica, la riduzione degli investimenti umanitari e l’assenza di una strategia internazionale coerente contribuiscono a consolidare una condizione di emergenza cronica. In questo senso, la crisi afghana non è soltanto umanitaria, ma anche profondamente geopolitica: essa riflette il fallimento della comunità internazionale nel gestire gli effetti a lungo termine dei conflitti e delle transizioni politiche incompiute.
Il dramma dei civili
La crisi degli sfollamenti in Afghanistan non è dunque statica, ma in continua evoluzione e trasformazione. Le persone sfollate si spostano ripetutamente all’interno del Paese, passando da una condizione di precarietà a un’altra senza mai raggiungere una reale stabilità. Le cause si sovrappongono e si alimentano reciprocamente: conflitti locali, povertà estrema, cambiamenti climatici, collasso dei servizi pubblici e politiche migratorie restrittive creano un circolo vizioso difficile da interrompere. In assenza di un rafforzamento concreto dell’impegno internazionale, il rischio è che l’Afghanistan continui a occupare stabilmente le prime posizioni tra le crisi di sfollamento più trascurate al mondo, con conseguenze sempre più gravi e irreversibili per la popolazione civile.
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