L'Afghanistan dei talebani. È crisi umanitaria, ma il mondo è in silenzio
Bianca Tombini - Città del Vaticano
Era il 15 agosto 2021 quando Kabul cambiò volto nel giro di poche ore e l’aeroporto della capitale divenne il simbolo della fuga disperata di migliaia di persone. Cinque anni fa, l’abbandono delle truppe statunitensi dal Paese ha permesso la piena instaurazione del regime talebano, conosciuto come uno dei più feroci al mondo. Da allora, la drammatica situazione economica e sociale si è aggravata ulteriormente a causa di disastri naturali, rimpatri forzati e dell’instabilità regionale al confine con il Pakistan. A subire le conseguenze peggiori sono le donne, allerta Elena Noacco, cofondatrice dell'ong NOVE Caring Humans, presente sul territorio dal 2013: “I divieti imposti negli ultimi cinque anni le hanno confinate dentro le mura di casa, senza la possibilità di frequentare scuole, di lavorare in luoghi pubblici o muoversi liberamente. L'isolamento forzato delle conseguenze pesantissime”.
Una crisi scomparsa dai radar
“Da cinque anni il Paese è uscito quasi completamente dal radar mediatico - spiega ancora la cooperante - molte crisi competono per l’attenzione internazionale e l’Afghanistan è rimasto ai margini dell’informazione”. Una distanza che rischia di nascondere la gravità delle condizioni di vita della popolazione. Secondo i dati delle Nazioni Unite infatti, circa 28 milioni di afghani non riescono a coprire i bisogni essenziali, e la crescita economica è ferma all' 1,9%. I servizi pubblici sono carenti, il sistema sanitario è al collasso e gli eventi climatici estremi colpiscono soprattutto le aree rurali, dove molte famiglie dipendono dall’agricoltura. “Raccontare la situazione in Afghanistan non è facile – continua Noacco - l'accesso per i giornalisti e gli osservatori indipendenti è limitato e molte voci afghane, soprattutto quelle femminili, sono state messe a tacere. Questo rende ancora più difficile mantenere alta l’attenzione internazionale.”
Le donne le più colpite
La condizione femminile è uno dei nodi più drammatici. “L’isolamento sociale – spiega ancora - non comporta solo un aumento di casi di depressione e suicidi tra la popolazione femminile. Il fatto di non poter più svolgere attività all'esterno della loro casa limita le loro possibilità di lavoro, e dunque le entrate economiche delle famiglie diminuiscono”. La mancanza di reddito impone alle famiglie la ricerca di nuove forme di sostentamento, come lo sfruttamento minorile o i matrimoni precoci, che segnano per sempre la vita delle bambine afghane. Per offrire una risposta alle conseguenze psicologiche dell’esclusione, l'ong NOVE ha promosso gli “Healing Circles”, spazi protetti nei quali personale qualificato offre sostegno psicologico a donne, adolescenti e bambine. “Non è una soluzione - precisa Noacco - è una piccola cosa che si può fare per offrire loro un conforto in questa tragica situazione”.
L’impresa come forma di resistenza
Proprio dall’universo femminile arrivano però alcuni dei segnali di resilienza più significativi . Per molte donne infatti, la microimpresa – seppur soggetta a regole ferree - è diventata l'ultima possibilità rimasta di autodeterminazione. Per premiare l’attività economica femminile, NOVE ha promosso il bando: “Women Business Prize”. Elena Noacco, coinvolta nella realizzazione del progetto, racconta: “Abbiamo visto una capacità straordinaria di resistere e adattarsi alle restrizioni”. La grande partecipazione al bando, che ha riscosso oltre 100 candidature da varie zone del Paese, ha portato alla nascita della rete virtuale She Means Business, nella quale le imprenditrici possono incontrarsi e condividere contatti, fornitori e strategie. “Sostenere le donne significa sostenere l’economia del Paese - indica Noacco - alcune imprese femminili hanno dipendenti e producono reddito, pertanto, questo tipo di attività economica è tollerata dal regime. Le donne in Afghanistan non sono sempre vittime, ed è importante mettere in luce anche questo aspetto".
Il peso dei tagli agli aiuti
Oggi, nel Paese ad aggravare la situazione è soprattutto la riduzione degli aiuti internazionali. “I tagli stanno colpendo duramente non soltanto le organizzazioni, ma principalmente le comunità, le famiglie e le persone - conclude Noacco - meno risorse significa meno cibo, meno cure, meno protezione e meno opportunità. È fondamentale mantenere l’attenzione sul Paese e sostenere le realtà che, con fatica, continuano a portare avanti i progetti". Quasi una persona su due in Afghanistan sopravvive solo grazie agli aiuti umanitari, la presenza costante delle organizzazioni internazionali rappresenta l'unica speranza per moltissimi cittadini nel Paese.
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