Cerca

Un medico parla con un paziente oncologico presso l'ospedale di Khartoum, in Sudan Un medico parla con un paziente oncologico presso l'ospedale di Khartoum, in Sudan 

Sudan, a El Obeid i volontari sfidano la guerra: "Così li aiutiamo a resistere"

Tra i gruppi di mutuo soccorso più attivi su tutto il territorio, spicca senza dubbio il nome delle Emergency Response Rooms (ERR), una rete fondata nel 2020 dai Comitati di resistenza sudanesi, che svolge un ruolo essenziale nel cercare di fornire aiuti materiali e morali alla popolazione

di Luca Attanasio

Resistere e aiutare la popolazione a resistere. Nel panorama desolante che offrono quasi tre anni e mezzo di atroce guerra, il Sudan, senza il prezioso apporto della società civile, sarebbe sprofondato del tutto. Tra i gruppi di mutuo soccorso più attivi su tutto il territorio, spicca senza dubbio il nome delle Emergency Response Rooms (ERR), una rete fondata nel 2020 dai Comitati di resistenza sudanesi, che svolge un ruolo essenziale nel cercare di fornire aiuti materiali e morali alla popolazione.

Chi sono i volontari di ERR

Sono gruppi di auto-aiuto locali, che restano al servizio dei sudanesi e seguono i movimenti degli sfollati interni: spesso sono le uniche ancore a cui aggrapparsi per migliaia di individui dislocati nelle varie aree del grande Paese africano. Grazie a oltre 10mila volontari e 700 basi operative che dallo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, suppliscono alla quasi totale assenza di aiuti internazionali e forniscono cibo, acqua, assistenza psico-sanitaria, ingegneristica e logistica, oltre a corsi scolastici, counselling per donne e bambini vittime di violenza, e protezione alla popolazione sudanese stremata dal conflitto. 

La visita a El Obeid

La situazione umanitaria a El Obeid
La situazione umanitaria a El Obeid   (AFP or licensors)

Di recente una “solidarity delegation” delle ERR si è recata a fare visita alla popolazione di El Obeid, nord Kordofan, nell’area che rischia di diventare il nuovo epicentro del conflitto dopo gli assedi prima di Khartoum e poi di tutto il Darfur. «Siamo qui per aiutare la popolazione di El Obeid a resistere — spiega Duaa Tariq, una artista e storica attivista della ong, della cellula di Khartoum, mentre si appresta a prendere il tè con un gruppo di donne della grande città capoluogo del Kordofan settentrionale —. Resistere nel mantenere i segni di una vita il più possibile normale, con i mercati aperti, le scuole aperte e le attività funzionanti al massimo possibile. Siamo venuti a portare sostegno, aiuti e a offrire consulenza. Al momento la vita sembra procedere in modo quasi normale, si può dire che El Obeid non stia vivendo un vero e proprio assedio come lo abbiamo vissuto noi a Khartoum all’inizio o El Fasher (Darfur settentrionale). Qui al momento il vero problema è la crisi idrica e la scarsità del cibo, dovute anche agli attacchi che subiscono i camion di rifornimento».

La vicinanza alla popolazione

El Obeid, così come vari altri grossi centri, sta affrontando sfide demografiche causate dalla guerra. Le città principali, infatti, ospitano una popolazione superiore alla propria capacità e molte aree fanno fatica a soddisfare i fabbisogni sempre crescenti. Gli attacchi con droni, inoltre, sulle principali arterie di rifornimenti, creano gravi scarsità di beni di prima necessità. «Fin dal cosiddetto primo assedio di El Obeid, le squadre di pronto intervento delle ERR sono state l’unico ente che ha effettivamente lavorato e aiutato la popolazione nel Kordofan del Nord. Abbiamo quindi deciso di effettuare una visita di solidarietà con i nostri volontari qui a El Obeid. Abbiamo organizzato un forum con un’ottantina di donne provenienti da diverse sedi femminili delle Err attive nel Kurdistan del nord. Abbiamo condiviso i sentimenti, le paure, le ansie, abbiamo parlato di come affrontare cose come la violenza sessuale o lo stupro, di come sopravvivere durante il conflitto e ci siamo fatti dire di cosa hanno bisogno. Stiamo approntando raccolte fondi e restiamo in costante contatto con loro per continuare a garantire la vivibilità minimale e mantenere viva la copertura mediatica su quanto sta avvenendo». 

La situazione sul territorio

La situazione sul campo è di stallo totale, nessuna delle due parti in conflitto — le forze armate regolari (Saf) e i gruppi ribelli (Rsf) — riesce a prevalere decisamente sull’altra. Sul fronte negoziale le novità sono poche. Si registra un colloquio tra il segretario generale della Lega Araba, Nabil Fahmy, e il consigliere del presidente degli Usa per gli affari arabi e africani, Massad Boulos. I due hanno avuto un incontro al Cairo il 18 luglio sulle strategie diplomatiche volte a porre fine al conflitto e a ripristinare la stabilità in Sudan. I colloqui si sono conclusi con un accordo che punta a «istituire un quadro regolare di coordinamento congiunto per porre fine al conflitto e mitigare la crisi umanitaria nel Paese». Ma non sono molti a porre grandi speranze in questa iniziativa. Le scuole, come spiega Duaa, nel Kordofan del nord, restano aperte, i centri medici funzionano dignitosamente, le attività commerciali e lavorative vanno avanti. «Bisogna fermare questo continuo bersagliamento contro i camion di rifornimento che rischia di mettere in ginocchio la popolazione, bisogna combattere la scarsità di acqua e di energia elettrica. Dobbiamo fare di tutto perché la relativa normalità persista il più a lungo possibile e la gente resista».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui.

24 luglio 2026, 10:34