Uganda, Dall'Oglio: sull'Ebola cruciale la sensibilizzazione tra la gente
Giada Aquilino - Città del Vaticano
La parte occidentale dell’Uganda è «un’area densamente popolata, dove si trovano molti campi per i profughi del Sud Sudan», che ha a che fare con una situazione, al di là del confine, davvero «seria»: nella parte orientale della vicina Repubblica Democratica del Congo c’è infatti una «polveriera» che rischia di esplodere da un momento all’altro, perché «è zona di guerra». Così Giovanni Dall’Oglio, medico esperto di salute pubblica che lavora nel distretto ugandese di Oyam, presso l’ospedale Saint John XXIII di Aber, descrive una terra in cui cresce la preoccupazione per i rischi di diffusione dell’epidemia di Ebola Bundibugyo, dichiarata ufficialmente il 15 maggio nel confinante est congolese, una regione che non conosce pace da oltre trent’anni.
Quando il virus di febbre emorragica continua a evolversi «rapidamente», come ha fatto sapere l’Organizzazione mondiale della sanità, Dall’Oglio parla ai media vaticani dal nord dell’Uganda: è il fratello minore di padre Paolo, il gesuita rapito in Siria nel 2013 e di cui da allora non si hanno più notizie, e da oltre vent’anni opera con Medici con l’Africa Cuamm.
«In linea d’aria distiamo circa 260 km da quei territori, quindi non siamo direttamente interessati dall’emergenza, però questo non vuol dire che non si siano già messe in essere tutte le linee guida per proteggere il personale sanitario, per informare la popolazione e per fare in modo che, se i casi dovessero aumentare, la gente sappia come proteggersi». Al momento in Uganda i casi accertati sono 9, con un decesso. Mercoledì scorso le autorità di Kampala hanno predisposto la chiusura del confine con la Repubblica Democratica del Congo. A causa delle ripetute epidemie registrate negli ultimi decenni, «sull’Ebola il governo ugandese ha maturato una certa esperienza, l’ultima volta nel 2022. Per la salvaguardia del personale sanitario, si punta sull’informazione circa i comportamenti da seguire nel caso ci si dovesse trovare di fronte un paziente per il quale si possa avere il sospetto di febbre emorragica, sulle protezioni individuali e sull’attenzione alle strategie che servono per proteggere dalle contaminazioni. A tutto ciò si affianca una larga attività sul territorio tra la popolazione, invitandola a informare immediatamente le autorità in caso di persone sospette. Se poi viene identificato un caso, scatta un meccanismo nazionale per cui parte un’ambulanza che va a prendere il paziente, si procede col test di laboratorio e, in caso di conferma, viene trasferito al centro di cura, che al momento è a Kampala. Ma se la l’epidemia dovesse espandersi, ovviamente entrerebbero in gioco anche gli ospedali regionali».
Azioni capillari
Il vaccino per il raro ceppo Bundibugyo «ancora non esiste però dovrebbe essere prodotto a breve, perché l’esperienza internazionale ha consentito di sviluppare dei sistemi per realizzare in fretta dei vaccini ad hoc. La mortalità legata a questo ceppo di Ebola è comunque molto inferiore rispetto a quella precedente del ceppo Zaire, che addirittura era dell’80-90%: al momento si stabilizza attorno al 13-20%. Ciò non vuol dire che bisogna abbassare la guardia, anzi è necessario tutelarsi» e agire in modo capillare. «In Uganda ci sono tante tribù, tante lingue diverse, per cui in ogni area vengono distribuiti volantini, dépliant e manifesti in lingua locale, in modo tale che tutti possano essere informati. E nei villaggi vengono attivati dei volontari, che poi sono quelli che hanno il maggior contatto con la popolazione, a livello periferico».
L'impegno del Cuamm
Nell’est congolese, la risposta delle autorità all’emergenza si è scontrata pure con le resistenze da parte delle comunità locali, a causa di disinformazione o pratiche ritenute in contrasto con le usanze tradizionali. «In Uganda è successo in passato, in particolare per i funerali», poiché in epidemie come quelle di Ebola i corpi possono essere altamente contagiosi. «Ma con il covid, la gente ha maturato la consapevolezza che quando si rischia di morire non ci si può tirare indietro: sono molto fiducioso, in qualche modo ci sentiamo protetti per il momento». Certo, osserva, per il quadro di instabilità che perdura nel vicino Congo, «rimane difficile fare il tracking dei casi sospetti, quindi è una situazione molto complicata».
Tra la gente «esiste» una preoccupazione reale, «perché teme che se l’epidemia dovesse diventare più grave verrebbero bloccati i trasporti e i movimenti dei pazienti nelle health facility. In fondo, durante il covid, più dei morti per il virus abbiamo contato quelli che non potevano raggiungere le facility a causa delle restrizioni». Ma Medici con l’Africa Cuamm, assicura Dall’Oglio, rimane al fianco della popolazione, raccogliendo fondi «per mettere in sicurezza gli staff, distribuire i presidi di protezione individuale negli ospedali e in tutti i centri sul territorio. Al tempo del covid, il Cuamm non si è mai mosso dai distretti, proprio perché noi stiamo “con l’Africa”, lavoriamo insieme».
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