Myanmar, almeno 55 morti per un'esplosione in una zona della guerriglia
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Almeno 55 persone sono morte e quasi 70 sono rimaste ferite in una violenta esplosione avvenuta nel villaggio di Kaung Tat, nel nord-est del Myanmar, vicino al confine con la Cina. Secondo le prime ricostruzioni, la deflagrazione sarebbe stata causata dall'esplosione accidentale di materiale destinato alle attività minerarie e immagazzinato dall'Esercito di liberazione nazionale Ta'ang (TNLA), il gruppo armato che controlla l'area. Tra le vittime figurano almeno 25 donne e 30 uomini, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie alla ricerca di eventuali superstiti.
L'importanza dello Shan e i precedenti incidenti
Il villaggio si trova nello Stato Shan settentrionale, una regione strategica al confine con la provincia cinese dello Yunnan. Da anni quest'area è uno dei principali fronti del conflitto che oppone la giunta militare alle organizzazioni armate delle minoranze etniche. L'area rientra nella regione controllata dal Ta'ang National Liberation Army, uno dei principali gruppi armati etnici del Myanmar. Tuttavia, oltre alla sua importanza militare, la regione è ricca di risorse naturali e attività estrattive che rappresentano una fondamentale fonte di reddito per le diverse forze in campo, diventando ancor più strategica perché, collegando Myanmar e Cina, è attraversata da traffici commerciali. L'esplosione riporta inoltre l'attenzione sui rischi legati all'industria mineraria del Myanmar. Negli ultimi anni il Paese è stato teatro di numerosi disastri, soprattutto nelle miniere di giada dello Stato Kachin. Nel 2020 una frana nell'area di Hpakant provocò oltre 170 vittime. Altri incidenti mortali si sono verificati anche negli anni successivi. Secondo osservatori internazionali, il controllo delle miniere e delle risorse naturali è diventato una componente sempre più importante dell'economia di guerra sviluppatasi dopo il colpo di Stato militare del 2021.
La "policrisi" birmana
La tragedia di Kaung Tat si inserisce così in un contesto nazionale segnato da una crisi che il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, ha definito una «policrisi»: un intreccio di conflitto armato, difficoltà economiche, collasso dei servizi essenziali e sfollamenti di massa. Oggi oltre 3,5 milioni di persone risultano sfollate all'interno del Myanmar. Fra queste, la Chiesa non ha mai dimenticato di esprimere la sua vicinanza ai Rohingya, la minoranza etnica e religiosa musulmana originaria dello Stato del Rakhine, in Myanmar, nota come "la popolazione più perseguitata al mondo".
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