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Scene di vita quotidiana a Yangon Scene di vita quotidiana a Yangon  (AFP or licensors)

Myanmar, la "policrisi" a cinque anni dal colpo di Stato militare

Il Paese asiatico afflitto da una guerra civile che non accenna a finire vive una crisi economica, sociale, sanitaria e dell'istruzione. Oltre 3,5 milioni di persone sono sfollate e molti giovani fuggono all'estero. Ma la Chiesa locale invita i fedeli a rimanere forti e a pregare per la pace

Paolo Affatato - Città del Vaticano

«Il Myanmar attraversa quella che è stata definita dal cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, una “policrisi”: una crisi economica, con l’aumento dei prezzi; una crisi per la perdita di opportunità di lavoro; una crisi sociale, con oltre 3,5 milioni di sfollati e la fuga dei giovani all’estero; una crisi dell’assistenza sanitaria di base; crisi dell’istruzione, con una generazione che ha perso cinque anni di scuola»: così John Aung Htoi, sacerdote birmano della diocesi di Myitkyina, tratteggia con preoccupazione il quadro della nazione che il 1° febbraio ha visto trascorrere cinque anni dal colpo di stato militare, mentre infuria il conflitto interno. Parlando con i media vaticani, il sacerdote nota con sofferenza che «la complessa e difficile situazione sul campo, da cui, più il tempo passa, più sarà arduo risollevarsi», dato il permanere del conflitto. A soffrire per la violenza sul campo — rileva — è, inter alia, la popolazione nello stato Kachin, nelle aree di Hpakant, Waimaw e Banmaw, ma anche nella regione di Sagaing si combatte, e vi sono scontri negli stati Kayah, Chin e Shan. Una piaga che affligge il Paese è quella degli sfollati interni che hanno superato quota 3,5 milioni: «Molti sfollati interni vogliono tornare alle loro case e alle loro terre, ma è tuttora impossibile, e questo significa precarietà e profonda sofferenza. La popolazione civile è stretta in questo policrisi», nota.

Il voto organizzato dalla giunta

Le elezioni indette dalle autorità militari al potere tra dicembre e gennaio scorso non hanno trovato ampia legittimazione internazionale e anche vari Paesi dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico), organizzazione di cui il Myanmar è parte, non le hanno riconosciute. Questo avviene in parte perché lo Union Solidarity and Development Party (Usdp), il partito espressione dei militari, ha vinto le elezioni mentre ad altri partiti non è stato consentito di presentare proprie liste. Inoltre, molti elettori hanno affermato di aver votato senza interesse e fiducia, anzi, sotto minaccia. In molte aree controllate dai gruppi armati o dalle forze di difesa popolare i seggi non si sono aperti e il voto risulta, dunque, incompleto. In tale scenario, nota padre John, «la popolazione attende con ansia un dialogo nazionale ma, nonostante le pressioni e le richieste di molti paesi stranieri, sia l’esercito sia le forze della resistenza non intendono per ora aprire un tavolo di negoziato». Per avviare un serio dialogo tra le parti servirebbe, allora, una parte terza, «un attore neutrale e forte», osserva. Altrimenti, l’instabilità e l’insicurezza continueranno ad avere la meglio.

Preghiere per la pace

Nella tragica situazione del Myanmar, «vescovi, sacerdoti, consacrati, laici cattolici continuano a pregare per la pace e intanto aiutano gli sfollati attraverso i canali di Karuna (la Caritas) e gruppi di volontari diocesani», racconta. «In mezzo a questa crisi, la Chiesa incoraggia i fedeli e le vittime delle guerre a rimanere forti, a continuare a pregare per la pace e a non perdere la speranza». Per i religiosi, la risposta è la preghiera, accompagnata dalla carità: tra le tante iniziative di soccorso e aiuto alla popolazione sofferente, specialmente ai più poveri e vulnerabili, vi è il Centro di protezione dell’infanzia a Myitnge, cittadina nell’area di Mandalay, nel Myanmar centrosettentrionale. Il Centro, gestito dalle Suore di Nostra Signora della Carità del Buon Pastore, si prende cura di circa 40 bambini provenienti da zone di conflitto. È un’iniziativa che offre un supporto concreto mentre, come ha notato l’agenzia Fides, il sistema educativo è paralizzato, dato che migliaia di insegnanti hanno lasciato il lavoro per protestare contro il colpo di stato. Afferma suor Amy Martina, impegnata in loco: «Accogliamo bambini provenienti dalle zone di conflitto come Kachin, Kayah, Chin e Shan, stati dove si combatte». Con la loro opera e la loro presenza, le religiose ascoltano «storie di fame, disperazione, buio» e sostengono famiglie che vivono la povertà e il dramma dello sfollamento e della guerra. «Con loro — dice — preghiamo, diamo loro conforto, condividiamo la Parola di Dio che ci guida, ci illumina e ci rende forti nella speranza».

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12 febbraio 2026, 10:27