Mondiale: il calcio tra poesia e gioco di squadra
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
È il Mondiale dei record quello che si apre giovedì 11 giugno 2026. Saranno trentanove giorni di competizione, centoquattro partite, quarantotto nazionali e tre Paesi ospitanti - Canada, Stati Uniti e Messico - in un'edizione che modifica profondamente le dimensioni della Coppa del Mondo. Tutto questo racconta un fenomeno sportivo senza precedenti, ma non basta a spiegarne il significato. Da molti anni il Mondiale è anche un evento economico, mediatico e geopolitico. Muove immensi investimenti, mobilita milioni di persone, influenza l'immagine internazionale degli Stati, genera polemiche e incarna le contraddizioni dei nostri tempi. Eppure la sua persistenza nell'immaginario collettivo non dipende soltanto dalla forza dell'industria che lo sostiene, ma anche dal fatto che il calcio, più di altri sport, è riuscito a entrare nella cultura popolare e in quella alta. Non semplicemente come argomento di cronaca, ma come materia di riflessione e a volte tema poetico.
Le parole del Papa
Alla vigilia del torneo, Papa Leone XIV, durante il suo viaggio in Spagna, ha risposto a una domanda sul calcio con un'osservazione che colpisce per la sua semplicità: “La vita non è una corsa da affrontare in solitudine, è qualcosa che si gioca in squadra”. E ha aggiunto che perfino chi possiede un talento straordinario, “se non passa mai la palla”, finirà probabilmente per perdere. Non è un'esortazione morale ricavata artificialmente dallo sport. È, piuttosto, il riconoscimento di una caratteristica essenziale del gioco: il calcio raramente premia il gesto isolato, ma richiede di investire sulla relazione. Il talento può decidere una partita, ma da solo, raramente basta a costruirla, se non è messo al servizio dei compagni di gioco.
Pasolini e il linguaggio del calcio
L'Italia, per la terza volta consecutiva, non sarà presente ai Mondiali. Eppure, il gioco del pallone è così radicato nella cultura italica da emergere nei testi di alcuni dei suoi maggiori autori. In un articolo apparso sul quotidiano Il Giorno il 3 gennaio 1971, Pier Paolo Pasolini lo definì “un linguaggio con i suoi poeti e prosatori”. Il poeta, scrittore e regista sviluppava in quella sede l’idea del calcio come sistema di segni, quasi una sorta di linguaggio non verbale, dotato di un proprio lessico elementare. Una lingua con una grammatica condivisa e, insieme, la possibilità dell'invenzione. Esistono infatti regole, ma esiste anche ciò che sfugge alle regole. Per Pasolini i momenti autenticamente poetici del calcio sono quelli del goal, perché ogni goal è “una sovversione del codice”. Il calcio, dunque, nella sua visione, non è interessante quando ripete uno schema, ma quando produce l’imprevisto. È la stessa differenza che passa tra una frase prodotta dall’intelligenza artificiale e una pagina di letteratura.
La folla di Saba e la memoria di Sereni
Umberto Saba, nel ciclo lirico Cinque poesie per il gioco del calcio, incluso in Parole (1933‑1934), sezione del Canzoniere, trasforma una partita della squadra della sua città, la Triestina, in materia epica e affettiva. Nei suoi versi al centro della scena non c’è il campione, ma la comunità che partecipa all'evento. Negli endecasillabi sciolti di Goal “la folla – unita ebrezza – par trabocchi / nel campo”, mentre il portiere sconfitto resta solo con la propria delusione. Il calcio diventa così un raro esercizio di emozione condivisa, nel quale la gioia di uno appartiene improvvisamente a molti.
Il lombardo Vittorio Sereni, nella poesia Domenica sportiva, composta negli anni Trenta e poi accolta in Frontiera, trasforma una partita tra la sua amata Inter e la Juventus in scena emblematica della festa collettiva e del suo spegnersi. Lo stadio, dapprima gremito e colorato, finita la gara diventa “silenzio d’echi / nella pioggia che tutto cancella”, concentrando uno dei temi centrali di Sereni: la breve fioritura della vita minacciata dall’oblio. Attraverso poi l'immagine di “un verde così tenero che si direbbe d'aprile” il terreno di gioco perde la sua funzione agonistica e diventa un paesaggio interiore. Le domeniche, gli stadi, le attese finiscono per raccontare una biografia personale e, insieme, una stagione della storia italiana.
Brera e il racconto di un Paese
Gianni Brera, tra i maggiori giornalisti sportivi e scrittori italiani del Novecento, compie un passo ulteriore. Nelle sue cronache il calcio non è soltanto tecnica o tattica: è geografia, lingua, antropologia. Attraverso una partita racconta le città, le pianure, i dialetti, il carattere delle persone. I giocatori diventano personaggi di un romanzo civile, e il lessico sportivo si arricchisce di invenzioni linguistiche che sono ormai entrate stabilmente nella lingua italiana. Forse per questo il calcio ha prodotto una letteratura così ricca: perché offre una rappresentazione elementare della convivenza umana.
Più importante del goal
Tra poche settimane conosceremo il nome della squadra campione del mondo. Rimarranno gli archivi, le statistiche e i record di questa edizione senza precedenti. Ma la ragione per cui il calcio continua a interessare poeti e scrittori è probabilmente un'altra. Dentro una partita si osserva, in forma semplice e immediatamente comprensibile, il rapporto tra individuo e comunità, tra successo personale e destino condiviso. Per questo colpisce che, alla vigilia del Mondiale, il Papa non abbia scelto come immagine il goal decisivo o il campione solitario ma il gesto più ordinario e meno spettacolare del calcio: passare la palla.
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