Il Sudan resta la più grave crisi umanitaria al mondo, con almeno 15 milioni di sfollati Il Sudan resta la più grave crisi umanitaria al mondo, con almeno 15 milioni di sfollati  (AFP or licensors)

Sudan, RD Congo, Colombia: l'altra geografia delle guerre

Secondo il Norwegian Refugee Council, le crisi di sfollamento più trascurate al mondo non sono disperse casualmente sul pianeta: seguono una traiettoria precisa, crudele e ripetitiva. Il Sudan occupa il primo posto di questa poco invidiabile classifica, come una ferita aperta che non intende rimarginare

Francesco Citterich - Città del Vaticano

Nel silenzio assordante della politica globale — mentre le conferenze internazionali si moltiplicano e le dichiarazioni di principio si accumulano senza tradursi in soluzioni concrete — esiste un’altra geografia del mondo: quella dello sfollamento umano. È una mappa che non occupa le aperture dei notiziari né compare sulle pagine dei giornali con la stessa urgenza delle crisi armate più visibili, ma che cresce, si espande e distrugge vite con una costanza quasi invisibile. Secondo il Norwegian Refugee Council, le crisi di sfollamento più trascurate al mondo non sono disperse casualmente sul pianeta: seguono una traiettoria precisa, crudele e ripetitiva, guidata dal Sudan, seguito dalla Repubblica Democratica del Congo e dalla Colombia. Una drammatica gerarchia dell’indifferenza globale.

Il caso sudanese

Il Sudan — più di 9 milioni di sfollati interni e 4 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, la cui condizione è aggravata da un conflitto brutale e da quasi 19,5 milioni di persone che soffrono la fame — occupa il primo posto di questa poco invidiabile classifica, come una ferita aperta che non intende rimarginarsi. Qui lo sfollamento non è un evento, ma una condizione permanente, un destino collettivo che si rinnova di mese in mese. Le famiglie fuggono non una volta sola, ma più volte, come se la terra stessa rifiutasse di concedere un luogo stabile dove fermarsi. Le città si svuotano e si riempiono di nuovo, in un ciclo senza approdo, mentre milioni di persone sono sospese tra ciò che hanno perso e ciò che non riusciranno più a ritrovare.

Il complesso mosaico congolese

Subito dopo, la Repubblica Democratica del Congo — nella lista per il decimo anno consecutivo, una delle emergenze più croniche a causa delle violenze in corso nell’est — si staglia come un mosaico di crisi sovrapposte che rendono impossibile distinguere un’unica origine del disastro. Qui lo sfollamento è alimentato da una frammentazione infinita: conflitti armati, instabilità latente, violenze diffuse, collasso delle infrastrutture. Non esiste una sola linea del fronte, ma molteplici fronti che si moltiplicano. Le persone fuggono attraverso foreste, villaggi, confini porosi, spesso senza sapere se il luogo verso cui si dirigono sarà più sicuro di quello che hanno appena lasciato.

Lo sfollamento in Colombia

Poi c’è la Colombia, terza in questa classifica che non premia, ma denuncia, dove oltre sei decenni di conflitto interno continuano a generare nuove ondate di sfollamenti nonostante gli accordi di pace. Un Paese che porta sulle spalle una storia lunga di intese fragili e violenze che mutano senza mai scomparire del tutto. Qui lo sfollamento assume una forma diversa, più silenziosa ma non meno devastante. Comunità intere sono costrette a lasciare le proprie terre — spesso rurali, spesso isolate —, dove lo Stato arriva tardi o talvolta non arriva affatto. La fuga non è sempre improvvisa; a volte è un lento logoramento, una pressione costante che erode la possibilità di restare.

I parametri del Norwegian Refugee Council

Il Norwegian Refugee Council ha costruito questa classifica non sulla base dell’intensità mediatica o dell’impatto emotivo momentaneo, ma su quattro parametri chiave che svelano l’architettura dell’abbandono globale: la mancanza di fondi, la scarsa attenzione mediatica, la debole volontà politica e l’ampiezza dello sfollamento. La mancanza di fondi trasforma le crisi in emergenze croniche senza risposta adeguata, dove gli aiuti arrivano sempre in ritardo rispetto al bisogno. La scarsa attenzione mediatica condanna intere popolazioni a esistere solo ai margini dello schermo, come se la loro sofferenza fosse meno «notiziabile» di altre. La debole volontà politica completa il quadro: senza pressione, senza interesse strategico, senza urgenza diplomatica, le crisi si sedimentano. Infine, la portata dello sfollamento ricorda che non si tratta di numeri astratti, ma di milioni di vite spezzate, famiglie ricostruite e poi di nuovo disperse, identità frantumate e ricomposte in condizioni di precarietà permanente. In questo sistema, il dramma non è soltanto nella violenza che genera la fuga, ma nella durata infinita della fuga stessa. Lo sfollamento non è più un passaggio tra una casa e un’altra: diventa uno stato esistenziale. Le persone non sono semplicemente sfollate; vengono sospese in una condizione in cui il ritorno è incerto, il presente è instabile e il futuro denso di incognite.

Nel silenzio del mondo

I migranti al confine tra Colombia e Venezuela
I migranti al confine tra Colombia e Venezuela   (AFP or licensors)

E mentre Sudan, Repubblica Democratica del Congo e Colombia occupano i primi posti di questa dolorosa graduatoria, il resto del mondo osserva in modo intermittente, come se la sofferenza potesse essere calibrata in base alla distanza geografica o alla convenienza politica. Ma le crisi non seguono la logica dell’attenzione. Continuano, anche quando nessuno le guarda. In questa dinamica si consuma la vera tragedia: non solo la perdita della casa, della sicurezza o della stabilità, ma la progressiva cancellazione dall’attenzione del mondo. Un’esclusione che non fa rumore, ma che lascia dietro di sé un vuoto duraturo. Eppure, proprio in quel vuoto, le persone continuano a muoversi, a resistere, a cercare un luogo possibile. Anche quando il mondo sembra aver smesso di occuparsi di loro.

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10 giugno 2026, 15:32