Senegal, il presidente Faye destituisce il premier e il governo
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Il presidente del Senegal, Bassirou Diomaye Faye, ha destituito il primo ministro, Ousmane Sonko, e sciolto il governo, ponendo fine a mesi di crescenti tensioni tra i due leader che avevano guidato insieme la vittoria del partito Pastef alle elezioni del marzo 2024. L'annuncio è stato dato nella notte attraverso un decreto letto alla televisione di Stato dal segretario generale del governo, Oumar Samba Ba. La revoca dell'incarico di Sonko ha comportato automaticamente la cessazione delle funzioni di tutti i ministri e dei segretari di Stato.
Una nuova fase di incertezza politica
La notizia è importante anzitutto perché il Senegal era stato celebrato nel 2024 come uno dei pochi esempi di transizione democratica riuscita nell'Africa occidentale, in una regione come quella del Sahel segnata da colpi di Stato militari (Mali, Burkina Faso, Niger). Oggi non si parla di golpe o di collasso istituzionale, ma comunque della rottura tra le due figure che avevano incarnato la speranza di cambiamento. In effetti, Faye e Sonko erano arrivati al potere insieme nel 2024. Sonko era il vero leader del movimento Pastef, ma era stato escluso dalla corsa presidenziale per problemi giudiziari; per questo aveva sostenuto la candidatura del suo stretto collaboratore Faye, che poi, una volta eletto, lo aveva nominato primo ministro. Lo slogan della campagna era addirittura “Diomaye è Sonko”.
La questione economica e, di riflesso, quella sociale
Negli ultimi mesi, però, il rapporto si è deteriorato. Anzitutto per la complessa questione economica e la gestione del rapporto con il Fondo monetario internazionale. Gli audit avviati dopo l'insediamento di Pastef hanno portato alla luce passività e prestiti non contabilizzati per diversi miliardi di dollari, facendo schizzare il debito pubblico fino a circa il 132% del Pil, secondo le stime diffuse dal Fmi. La scoperta ha spinto l'organizzazione internazionale a sospendere un programma di assistenza da 1,8 miliardi di dollari e ad avviare nuove verifiche sulla sostenibilità dei conti del Paese. Da allora, Dakar ha dovuto ricorrere in misura crescente ai mercati finanziari regionali per finanziare la spesa pubblica. Proprio su come affrontare questa emergenza sarebbero emerse divergenze tra il presidente Faye e il primo ministro Sonko, critico verso alcune misure considerate troppo vicine alle richieste delle istituzioni internazionali. Le difficoltà di bilancio hanno avuto inevitabili ripercussioni sociali. Nei mesi scorsi il ritardo nel pagamento delle borse di studio universitarie ha provocato proteste sempre più accese alla Cheikh Anta Diop University di Dakar, il principale ateneo del Paese. Le manifestazioni sono degenerate in scontri con le forze di sicurezza e nel febbraio scorso hanno portato alla morte dello studente Abdoulaye Ba, un episodio che ha suscitato l'indignazione nazionale. Molti giovani, che avevano sostenuto con entusiasmo l'ascesa al potere di Sonko e Faye nel 2024, accusano oggi il governo di non aver mantenuto le promesse di cambiamento e di giustizia sociale che avevano caratterizzato la campagna elettorale.
Il Sahel sempre più instabile
Le tensioni nelle università sono così diventate il simbolo di un malcontento più ampio e che va calato all'interno di un Sahel sempre più instabile. Il vicino Mali, governato da una giunta militare dal 2021, è alle prese con una recrudescenza dell'insurrezione jihadista dal momento che, lo scorso 25 aprile, un'offensiva coordinata del Gruppo di sostegno all'Islam e ai musulmani (JNIM), organizzazione affiliata ad Al-Qaeda, insieme ai ribelli tuareg del Fronte di liberazione dell'Azawad (FLA), ha colpito diverse aree del Paese fino a minacciare la stessa Bamako. Le conseguenze si sono fatte sentire anche oltre confine: come riferisce Jeune Afrique, gli attacchi lungo il corridoio Dakar-Bamako, fondamentale per gli scambi commerciali dell'entroterra saheliano grazie al passaggio di almeno 500/1000 camion al giorno, hanno quasi paralizzato il traffico di merci tra Senegal e Mali. Negli ultimi anni l'intero Sahel centrale è stato attraversato da una spirale di colpi di Stato, insurrezioni jihadiste e fragilità economiche che hanno coinvolto anche Burkina Faso e Niger. I tre Paesi, oggi riuniti nell'Alliance des États du Sahel, hanno progressivamente preso le distanze dalle organizzazioni regionali e dai partner occidentali.
Cosa succede ora
È all'interno di questo quadro che va calata l'evoluzione della crisi politica senegalese. Per il momento il partito Pastef, che il 6 giugno terrà il proprio congresso, ha cercato di mostrare compattezza, rendendo peraltro omaggio al "notevole lavoro" svolto da Sonko e dal suo governo. Questo fa sperare in una soluzione rassicurante per la stabilità del Paese, come ad esempio una ricomposizione interna con la nomina di un nuovo primo ministro vicino a Faye e la permanenza di Sonko alla guida del partito. Ma non si può escludere una frattura più profonda. Proprio perché l'ex premier mantiene un forte seguito popolare, in particolare tra i giovani che ne avevano fatto il simbolo della protesta contro l'establishment politico tradizionale, vari osservatori ritengono che la rottura possa rappresentare l'inizio di una competizione per la leadership del Paese in vista delle elezioni presidenziali del 2029. Per ora, le manifestazioni di sostegno registrate nelle ore successive al licenziamento di Sonko non sono sfociate in violenze o tumulti.
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