Ebola in RD Congo, Medici Senza Frontiere: una corsa contro il tempo
Vatican News
Una corsa contro il tempo, è così che l’organizzazione sanitaria internazionale Medici Senza Frontiere definisce l’emergenza legata alla diffusione del virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo dove, secondo gli ultimi dati del governo di Kinshasa, vi sarebbero stati 204 decessi “probabili” e 867 casi “sospetti”, legati alla malattia che si sta diffondendo con estrema rapidità.
Alzato il livello di rischio
I medici di Msf stanno lavorando senza sosta per fornire “una risposta d'emergenza su larga scala all'epidemia”, spiega la stessa organizzazione umanitaria che sottolinea come l’intervento si stia svolgendo "in stretta collaborazione con le autorità sanitarie congolesi e con altri partner, inclusa l'Organizzazione Mondiale della Sanità”, l’Oms che nel Paese ha alzato il livello di rischio da “elevato” a “molto elevato”.
Difficile garantire cure e servizi essenziali
La sfida, spiega l’italiana Valeria Greppi, capoprogetto di Msf a Goma, “è riuscire a curare i pazienti malati da Ebola, riuscire a tracciare i loro contatti e allo stesso tempo riuscire a garantire i servizi essenziali e l'accesso alle cure per altre malattie come la malaria, il colera e Hiv". Epicentro dell’attuale focolaio del ceppo Bundibugyo, il cui tasso di mortalità varia tra il 30% e il 50% e per il quale – secondo l’Oms – non esiste un vaccino autorizzato o una cura specifica, è la provincia dell’Ituri, dove nelle prossime ore, continua Greppi, “si attende l’arrivo di una cinquantina di operatori internazionali che lavoreranno al fianco di oltre 400 professionisti assunti localmente”.
La sfiducia della popolazione
A Bunia, capoluogo dell’Ituri, nella parte orientale del Paese, si fanno i conti anche con le drammatiche ricadute che l’epidemia porta con sé, a cominciare anche dal “negazionismo, dalla incapacità di gran parte della popolazione, di credere che sia in atto una epidemia”. Jean Mari Ezadri, vice coordinatore della società civile della città, indica come “nella comunità, soprattutto tra i settori meno istruiti della società, molti non ci credono del tutto. Profondamente legati alle tradizioni e alla religione, una parte della popolazione crede che sia tutta una montatura”. Una sfiducia che nei giorni scorsi ha provocato episodi di violenza e gravi incidenti, come le fiamme appiccate contro diverse tende utilizzate dall’ospedale alla periferia di Bunia per isolare i pazienti e il fuoco divampato in un centro di Msf a Mongwalu, zona di miniere di oro e di sfollati della guerra, nel nord-est del Paese.
Gli altri Paesi in pericolo
A rischio ora sono altri Paesi africani, in tutto una decina, oltre alla RD Congo, nella lista compaiono Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia. La comunità internazionale sta attivandosi per poter far giungere fondi, gli Stati Uniti hanno mobilitato circa 400 milioni di dollari e inviato una squadra di emergenza in RDC e in Uganda, mentre 60 milioni di dollari sono stati stanziati anche dalle Nazioni Unite.
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