Ebola, in RD Congo oltre 900 casi sospetti e 119 morti
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
È la terza volta in una settimana che nell'est della Repubblica Democratica del Congo gruppi di giovani prendono d'assalto strutture sanitarie impegnate nella lotta contro l'Ebola. Vogliono sapere che fine abbiano fatto i loro familiari morti, reclamano la restituzione dei corpi e contestano le rigide procedure imposte dalle autorità per contenere il contagio. L'ultimo episodio è avvenuto domenica sera all'ospedale generale di Mongbwalu, nella provincia dell'Ituri, dove medici e infermieri sono stati costretti a evacuare pazienti e personale mentre all'esterno risuonavano colpi d'arma da fuoco. Una scena che racconta non soltanto la gravità della nuova epidemia che sta colpendo il Paese africano, ma anche il clima di paura, sfiducia e tensione che accompagna la risposta sanitaria.
Gli ultimi dati dal RD Congo
L'epidemia continua a espandersi. Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute congolese, i casi sospetti hanno superato quota 900, di cui 101 confermati in laboratorio, e i decessi sospetti sono almeno 119. Il focolaio della variante Bundibugyo interessa attualmente le province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu. Sono stati individuati oltre 1.800 contatti da monitorare, ma il tasso di sorveglianza resta basso. Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha sottolineato come l'epicentro dell'epidemia coincida con una delle aree più fragili del Paese: nell'Ituri quasi cinque milioni di persone vivono in un contesto di conflitto, una persona su quattro necessita di assistenza umanitaria e una su cinque è sfollata. Le violenze e gli spostamenti continui della popolazione ostacolano il tracciamento dei contatti e l'identificazione tempestiva dei nuovi casi.
Il dramma della disinformazione
Alla diffusione del virus si aggiungono la disinformazione e l'insicurezza che da anni segnano l'est della Repubblica Democratica del Congo. Secondo una rilevazione di ActionAid, solo il 34 per cento degli intervistati nelle aree colpite è in grado di identificare correttamente le modalità di trasmissione dell'Ebola. Una parte significativa della popolazione continua a considerare la malattia un fenomeno legato a cause spirituali o una costruzione inventata per ottenere denaro. Ngone Ngobba Jean Claude, un abitante di Lita, ha dichiarato ad ActionAid che "le persone non riescono a credere a questa malattia. Alcuni la definiscono satanica, altri pensano che sia stata inventata per fare soldi. Altri ancora sostengono che i medici mentono, mentre c'è chi crede che bere alcolici molto forti renda immuni dal contagio". Sempre alla stessa fonte, Isaac, insegnante della scuola primaria Nyama, ha detto che "qui, psicologicamente, siamo molto colpiti, molto inquieti, perché appena qualcuno ha mal di testa pensiamo subito che possa trattarsi del virus Ebola. Ovunque ci sentiamo a disagio, sia nelle nostre famiglie che nella comunità. La paura regna ovunque."
Il contagio nelle zone di guerra
Intanto, il contagio ha raggiunto anche il Sud Kivu, dove sono stati confermati nuovi casi in una zona resa instabile dalla presenza di gruppi armati, tra cui i ribelli dell'AFC/M23. Per le organizzazioni umanitarie la sfida non consiste allora soltanto nel fermare il virus, ma anche nel garantire accesso alle comunità, contrastare le fake news e operare in un territorio dove la guerra continua a complicare ogni intervento sanitario. Di fronte all'espansione del contagio, il governo congolese ha annunciato nuove iniziative diplomatiche per garantire un accesso sicuro alle aree colpite.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui