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Partecipanti a una marcia di protesta da El Alto a La Paz Partecipanti a una marcia di protesta da El Alto a La Paz  (AFP or licensors)

Bolivia, nel cuore delle proteste tra blocchi stradali e pressione politica

Proseguono le manifestazioni contro le misure di austerità del governo di centro-destra. Da oltre tre settimane contadini, insegnanti, trasportatori, operai, con cortei e blocchi stradali, invocano le dimissioni del capo dello Stato, Rodrigo Paz, al potere da appena sei mesi. In questo quadro, ad agire anche i sostenitori dell'ex capo dello Stato, Evo Morales. La testiominanza di don Riccardo Giavarini da El Alto: i boliviani hanno bisogno di tornare alla normalità

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Proseguono in Bolivia le proteste cominciate all’inizio di maggio contro le misure di austerità decise dal governo del presidente conservatore Rodrigo Paz, i tagli ai sussidi del carburante, la proposta di riforma agraria voluta dal centro-destra, l’aumento del costo della vita. Centinaia di lavoratori manifestano da oltre tre settimane non solo nelle aree dove l’attività prevalente è l’agricoltura ma anche nella capitale La Paz, per chiedere le dimissioni del capo dello Stato, al potere da appena sei mesi. La sua elezione a fine 2025 aveva segnato un cambiamento storico dopo il lungo ciclo del Movimento al Socialismo di Evo Morales.

La peggiore crisi economica dagli anni Ottanta

La Bolivia sta attraversando la sua peggiore crisi economica dagli anni ‘80, con l’inflazione su base annua che ad aprile ha raggiunto il 14%. L’ondata di proteste ha coinvolto contadini, insegnanti, trasportatori, operai, con cortei e blocchi stradali (al momento 59) in sei dei nove dipartimenti del Paese andino. Durante le violente manifestazioni di lunedì scorso, circa 130 persone sono state arrestate a La Paz, in una giornata caratterizzata da saccheggi, incendi, attacchi a edifici pubblici e scontri con la polizia.
Per capire quello che sta succedendo nel Paese andino «bisogna fare un passo indietro», spiega don Riccardo Giavarini, fidei donum della diocesi di Bergamo, da cinquant’anni in Bolivia: vedovo con cinque figli, è stato ordinato sacerdote nella diocesi di El Alto nel 2023 e ora, nella città a una ventina di km a sud della capitale, a 4.000 metri di altezza, è parroco della chiesa dedicata al Sagrado Corazón de Jesus, portando avanti al contempo la pastorale carceraria, l’impegno contro la tratta e il traffico di minori, le attività in sostegno dei migranti. «Durante il governo di Evo Morales — riferisce il sacerdote — erano state avviate delle riforme, per esempio della Costituzione, con l’obiettivo di amplificare la partecipazione dei settori che tradizionalmente erano ai margini, quindi contadini, minatori, giovani, organizzazioni popolari. Col nuovo esecutivo di centro-destra tali settori sono stati meno presenti, meno protagonisti, e questo ha costituito un primo fattore di rabbia da parte della gente. Ciò detto, il nuovo governo ha ereditato certamente grosse difficoltà, dopo anni di “malagestione” del periodo di Morales e del suo delfino, Luis Arce, che in questo momento è in carcere», nell’ambito di un caso di corruzione e appropriazione indebita di fondi destinati a progetti per le comunità indigene, mentre su Morales pende un mandato d’arresto per tratta di esseri umani e minori.

Ascolta l'intervista con don Riccardo Giavarini

A innescare le tensioni sociali sono stati però anche altri fattori, spiega il missionario. «Nelle intenzioni dell’attuale governo c’era una legge che proibisse la protesta popolare. Ma la gente si è opposta, rivendicando i propri diritti». E soprattutto, aggiunge, la proposta di riforma agraria, poi ritirata, molto contestata tra le comunità indigene e appoggiata invece dai grandi imprenditori agricoli. L’obiettivo, ricorda don Riccardo, «era una legge che obbligasse i contadini, anche quelli con piccole porzioni di terra, a pagare una tassa. È partita quindi una marcia che dalla parte orientale del Paese ha portato in massa a La Paz indigeni e contadini per chiedere di ritirare il progetto di riforma, cosa che poi è avvenuta».

I settori in protesta

Ma oltre ai contadini, in particolare quelli riuniti sotto la confederazione sindacale Centra Obrera Boliviana (Cob), a scendere in piazza sono stati anche altri settori. «Gli insegnanti, malpagati, hanno invocato un aumento di stipendio, tanto che il governo ha concesso un bonus di 2.400 boliviani, che sono circa 400 dollari». La protesta dei lavoratori è legata poi alla penuria di carburanti e all’impennata dei costi della benzina. Al momento, spiega, «non ci sono dollari in Bolivia: se qualcuno ne invia, la banca non rilascia dollari ma moneta locale, a un cambio sfavorevole». Le riserve in dollari, negli anni, sono servite a finanziare i sussidi sui carburanti. «L’attuale presidente ha fatto dei grossi investimenti col Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale per risollevare il Paese, ma il costo della vita è aumentato ed è stato raddoppiato il prezzo della benzina». «Da agosto dell’anno scorso fino all’arrivo del nuovo governo, c’è stato un lungo periodo in cui la benzina non si trovava, arrivava col contagocce. Poi grazie ai prestiti internazionali, il governo ha ottenuto liquidità per comprare il combustibile all’estero, nonostante la Bolivia ne produca una parte». In tale contesto, si è aggiunto il malcontento per la qualità della benzina che ha iniziato a circolare e che ha danneggiato «migliaia» di veicoli. «Secondo diverse ricostruzioni, le organizzazioni criminali che contrabbandano la benzina con il Perú e gli altri Paesi vicini, che hanno il prezzo due o addirittura tre volte più alto della Bolivia, compravano al contrabbando ingenti quantità di benzina boliviana sovvenzionata dallo Stato. Quando poi il governo ha aumentato il costo della benzina, i gruppi di contrabbandieri non sono più riusciti a portare avanti i loro traffici illegali e hanno cominciato a vendicarsi adulterando la benzina col kerosene, con l’acqua o con l’olio».

La penuria di beni di prima necessità

L’emergenza generale di fatto continua. «La mia parrocchia si trova praticamente in mezzo al mercato, che qui normalmente è una festa per gli occhi: colori, frutta, verdura, ampie varietà di prodotti. La gente arriva addirittura da La Paz per fare acquisti, sia perché i prezzi sono più favorevoli, sia perché arrivano prodotti freschi dalle zone agricole vicine. Eppure adesso c’è pochissima gente, le botteghe sono chiuse». È il risultato dei blocchi stradali (bloqueos) in atto che, osserva il sacerdote, «impediscono ai camion di arrivare per esempio dalla regione di Los Yungas, che è la zona tropicale di La Paz, o da Cochabamba, da cui giungono verdure, ortaggi, o da Santa Cruz, che fornisce la carne di pollo, di maiale o di mucca. Il pollo, che prima si comprava con 50 o 60 boliviani, adesso è addirittura più che raddoppiato», a fronte di salari medi che si aggirano «attorno ai 3.200 boliviani al mese, circa 450 dollari».

I sostenitori di Morales

In Bolivia i blocchi stradali non sono solo una forma di protesta, ma anche uno strumento di pressione politica fortemente radicato e utilizzato per interrompere la circolazione e, insieme, per esercitare una pressione diretta sul potere centrale. «Sono i sostenitori di Evo Morales che spesso pagano o ingaggiano persone esasperate, come minatori, contadini, studenti, perché blocchino le strade: c’è ancora oggi un movimento pro-Morales, che fomenta questo malessere e punta a isolare le grosse città, in particolare Cochabamba e La Paz, in modo tale che si blocchino i rifornimenti e i servizi, che non ci sia benzina e che di fatto aumenti lo scontento».

Il bisogno di normalità

Nel tentativo di placare le proteste, Rodrigo Paz ha nominato un nuovo ministro del Lavoro, Williams Bascopé, avvocato di origine aymara che ha presto il posto di Edgar Morales, e ha ribadito la volontà del suo governo di dialogare con i settori che protestano, pur dichiarando che «tutto ha un limite». Nel frattempo, negli ultimi giorni si è alzata pure la voce di chi chiede la fine dei blocchi stradali e delle proteste. «Si vede ormai una stanchezza nella gente, perché più di tre settimane di blocco si traducono nella mancanza di alimenti, nei prezzi altissimi, nell’impossibilità di arrivare al lavoro. Quindi le persone chiedono di tornare a una certa normalità. Il nostro vescovo di El Alto, monsignor Giovani Edgar Arana, ha già incontrato contadini e minatori, per tentare una mediazione con le autorità. E, come Chiesa, stiamo invitando ad avere momenti di preghiera, di riflessione. L’augurio, per la popolazione, è che davvero questa stanchezza di sentirsi “ingabbiata” finisca: tutti hanno bisogno di tornare a una vita, democratica, civile, pacifica: i lavoratori, la gente, le istituzioni».

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25 maggio 2026, 14:59